Mata Hari

Leeuwarden (Paesi Bassi) 1876 - Vincennes (Francia) 1917
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Non abbiate paura per me, sorella. Saprò morire. State per assistere ad una bella morte.1

Con queste parole Mata Hari si concede da suor Marie, la monaca che l’ha assistita negli anni trascorsi dietro le sbarre della prigione di Saint-Lazare, carcere femminile del X arrondissement di Parigi. È l’alba del 15 ottobre 1917 e tra non molto la danzatrice che aveva ammaliato i teatri di tutta Europa con i proprio movimenti sensuali, la donna misteriosa e magnetica amata da politici e figure di spicco dell’esercito, la spia Mata Hari (il cui significato è “Occhio dell’Alba”) sta andando incontro al proprio tragico tramonto2.

Margaretha Geertruida Zelle, questo il nome di battesimo di Mata Hari, nasce in una cittadina del nord dei Paesi Bassi nel 1876, figlia di Heer Adam Zelle – proprietario di una bottega di cappelli e possessore di un mulino e di una fattoria – e di Antje var der Meulen. Grazie al proficuo lavoro paterno, la famiglia Zelle può permettersi di vivere in un sontuoso palazzo al centro della città, ma purtroppo la felicità è una condizione evanescente e la spensieratezza degli anni di infanzia sparisce tutto d’un tratto: Margaretha vede il padre fallire e dover dichiarare bancarotta e la madre, gravemente malata, morire nel 1890. Costretta dalle circostanze a lasciare la casa natale, viene mandata dal padrino a Sneek e da questi spedita a Leida, in un collegio per future maestre di scuola elementare. Tuttavia, l’esperienza come studentessa dura poco a causa delle eccessive attenzioni di un insegnante che la molesta durante il suo soggiorno da uno zio all’Aia.

Margaretha non rispecchia i classici canoni di bellezza delle donne europee. Ha occhi profondi, grandi e ipnotici, i capelli sono lunghi e di color corvino: insomma, la giovane Zelle ha tratti somatici che affascinano gli uomini del nord Europa abituati a una tipologia di ragazza probabilmente più austera e meno intrigante. Il fascino da orientale che avvolge la persona di Margaretha la fa notare a uomini di ogni età, non ultimo il maggiore dell’esercito Rudolph Mac Leod che non resiste alla sensualità della giovane e decide di sposarla.

Dopo il matrimonio i due si trasferiscono, per questioni legate al lavoro del maggiore, sull’isola di Sumatra, in Indonesia. La vita tropicale poco si confà alle abitudini di Margaretha, abituata agli agi europei. La situazione è aggravata dai rapporti per nulla sereni con il marito, molto più anziano di lei, che non perde occasione per manifestare, in modo spesso brutale, la morbosa gelosia nei confronti della bella e chiacchierata moglie. Ma non è tutto qui: la malinconia e la tristezza di Margaretha sono acuite dalla perdita di uno dei due figli, Norman, il quale muore all’improvviso, probabilmente avvelenato. La scomparsa del bambino getta Margaretha in un vortice di disperazione e il maggiore Mac Leod, per sollevare la moglie dal dolore che la attanaglia, decide di chiedere per sé e la propria famiglia il trasferimento in un’isola vicina, Giava. Nonostante gli sforzi per riprendersi dal grave lutto, la vita continua a essere insopportabile per la giovane madre, che arriva a sfiorare la follia.

Improvvisamente, però, la vita sembra sorridere a Margaretha e volerle dare una chance: una sera viene invitata da un signorotto del posto ad assistere a uno spettacolo di balli tradizionali. Per la giovane è una rivelazione. L’eleganza e la sinuosità dei movimenti dei danzatori autoctoni incanta Margaretha che si sente letteralmente travolgere dal pathos delle movenze e dal ritmo con cui si contorcono i corpi dei ballerini giavesi. La vita che aveva condotto fino ad allora sta per concludersi e l’Occhio dell’Alba, Mata Hari, è già sorto3.

Nel 1902 i coniugi si separano definitivamente. Il maggiore riesce a ottenere la custodia della figlia e Margaretha torna a casa dello zio all’Aia. Tuttavia, la permanenza in Olanda è breve e nel marzo del 1903 decide di trasferirsi a Parigi e di tentare, come molti in quegli anni, la scalata sociale nella ricca e sfavillante capitale francese4.

È il periodo della Belle Époque, nei café e nei locali notturni uomini e donne sono costantemente in cerca di divertimento, spensieratezza, champagne. Margaretha Zelle, ormai Mata Hari, intuisce che lì, nei teatri e nei bar di Parigi, può trovare la propria fortuna. Tuttavia, l’inizio non è semplice: senza un soldo in tasca la ragazza è costretta a fare lavoretti come modella, qualche spettacolo nei teatri di terz’ordine, probabilmente arriva anche a prostituirsi.

La possibilità di entrare a far parte dell’alta società parigina e di sedere al tavolo dei nuovi ricchi del XX secolo arriva nel febbraio del 1905 quando viene invitata a casa della cantante Kiréevsky, la quale era solita organizzare spettacoli di beneficenza. Quella notte, la prima per Mata Hari, l’avvenente ragazza si esibisce in una danza seducente sfilandosi lentamente, con movimenti quasi serpentini, i veli che coprono il proprio corpo fino a rimanere quasi del tutto nuda. Il piccolo spettacolo in casa delle benefattrice è un successo: tutta Parigi parla dell’Occhio dell’Alba, della donna ammaliante e misteriosa che dice di venire da remote zone dell’Est del mondo. D’altronde, Margaretha Gertruida Zelle non esiste più e Mata Hari può costruire il proprio passato arricchendolo di aneddoti e sfumature che lo rendono intrigante alle curiose orecchie dei ricchi uomini d’affari e delle loro annoiate mogli.

In breve tempo la danzatrice si esibisce sui più prestigiosi palchi di Parigi: dal Trocadero al Café des Nationes, dall’Olympia al Moulin Rouge. La fama di Mata Hari arriva anche all’estero e nel 1906 viene organizzata una tournée in Spagna che fu un vero e proprio trionfo. Viene definita la “donna che è lei stessa la danza”, l’“artista sublime”, colei che “riesce a dare il senso più profondo e struggente dell’anima indiana”5, si trova sulle prime pagine di tutta Europa ed è desiderata dagli uomini più ricchi d’Occidente, molti dei quali sono suoi devoti amanti che riempiono le camere in cui alloggia di costosissimi regali.

Purtroppo questo clima di assoluto benessere e di ricchezza accecante viene interrotto dal primo conflitto mondiale e per Mata Hari, così come per la maggior parte degli europei, l’arrivo della guerra significa la perdita di ogni bene.

Nomade, apolide e in ristrettezze economiche, Mata Hari vive grazie alla beneficenza dei suoi amanti, in modo particolare di un banchiere, di un colonnello degli ussari olandesi, di un maggiore dell’esercito belga e di un capitano dell’aviazione russa. L’ennesima svolta nella vita della danzatrice ammaliatrice dei teatri europei arriva grazie alla frequentazione con il console tedesco Alfred von Kremer, anch’egli suo amante. Il politico propone alla donna di divenire una spia dell’Impero austro-ungarico. Lei accetta, spinta sicuramente più dalla sete di denaro che dall’interesse per le sorti dell’Austria-Ungheria, e così viene arruolata nelle file segrete del Kaiser. È addestrata prima a Berlino e poi ad Anversa sotto la guida della misteriosa Fräulein Doktor, ovvero Elsbeth Schragmüller, una delle prime donne laureatesi in Germania e una delle spie più importanti durante la Prima guerra mondiale6.

Secondo i piani tessuti dalla Doktor, Mata Hari deve ottenere informazioni in Olanda e soprattutto in Francia e riferirle ai tedeschi: deve essere gli occhi e le orecchie dell’Impero austriaco oltre il Reno. Il nome in codice che le viene assegnato è agente H21. Margaretha si trasforma di nuovo, e diventa una spia al soldo del Secondo Reich. Tuttavia, giunta in Francia, la donna pensa di poter guadagnare ancor di più arruolandosi anche per i servizi segreti francesi e fornendo loro informazioni riguardanti il fronte nemico.

Inizia la doppia vita dell’agente Mata Hari costretta a tenere i rapporti con due nazioni avversarie, a muoversi in due paesi lavorando per entrambi, ma non sentendosi a casa in nessuno dei due. Il gioco di spionaggio e controspionaggio, si sa, è difficile da reggere e anche se lavorare per due padroni significa avere una doppia paga la posta in gioco è troppo alta7. Su di lei sono puntati gli occhi dei servizi segreti di tre paesi: i Deuxième Bureau di Parigi, i primi a insospettirsi e a pedinarla, gli Abteilung IIIb di Berlino e infine i Secret Intelligence Service di Londra. I tedeschi sono i primi ad avere le prove del suo tradimento e vogliono che anche i francesi la scoprano così da eliminarla.

Riescono ad arrestarla e Mata Hari si trova nel cortile della prigione di Saint-Lazare con un plotone di esecuzione di fronte, i soldati pronti, armi in pugno, ad aprire il fuoco appena il colonnello Albert Somprou finirà di leggere la sentenza che la dichiara colpevole di tradimento. Sono pochi gli istanti di vita che rimangono a Margaretha, a Mata Hari, all’agente H21 e lei ne approfitta per sfoggiare ai gendarmi un ultimo sorriso, il più ammaliante mai fatto, per poi chiudere gli occhi8.

  1. Come andò alla fucilazione la danzatrice senza veli, «La Stampa», 14 Dicembre 1921.  ^
  2. Federico Musso, Il club degli insonni, Milano, GOG Edizioni 2018, p. 129.  ^
  3. Federico Musso, Il club degli insonni, Milano, GOG Edizioni 2018, p. 133.  ^
  4. Warren Howe Russel, Mata Hari. La vera storia della più affascinante spia del nostro secolo, ed. italiana di M.P. Lunati Figurelli, Collezione Le Scie, Milano, Mondadori Editore 1996, p. 40.  ^
  5. «Le Parisien», 19 agosto 1905.  ^
  6. Federico Musso, Il club degli insonni, Milano, GOG Edizioni 2018, p. 137.  ^
  7. Warren Howe Russel, Mata Hari. La vera storia della più affascinante spia del nostro secolo, ed. italiana di M.P. Lunati Figurelli, Collezione Le Scie, Milano, Mondadori Editore 1996, p. 149.  ^
  8. Federico Musso, Il club degli insonni, Milano, GOG Edizioni 2018, p. 132.  ^

Ludovica Micalizzi

Nata a Messina, classe 1995. Si laurea in Filosofia all’Università di Bologna con una tesi sulla teoria delle emozioni in Aristotele. Attualmente studia Storia della filosofia all’Università la Sapienza di Roma. I suoi interessi vertono sulla storia della Filosofia antica, sulle questioni metafisiche e sulla storia del femminismo.

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