Murasaki Shikibu

970? - 1020?
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“Quando a distanza di tempo provai a rivedere il mio racconto, non lo trovai così interessante da leggere e immaginando che le persone più intime, con le quali avevo avuto uno scambio di opinioni sulla mia opera, mi considerassero sfacciata e superficiale per aver condiviso qualcosa che non valeva neanche la pena condividere, provavo una tale vergogna che non riuscivo più a scrivere loro”1

Sembrano un nome e un cognome, ma non lo sono: Murasaki è un soprannome che viene, secondo un’ipotesi, dalla protagonista del suo capolavoro, considerato piu che un classico della letteratura giapponese, il Genji monogatariStoria di Genji; la parola monogatari, “raccontare cose”, in questo caso, può indicare qualcosa di simile a un romanzo. Un’altra ipotesi suggerisce che, poiché dal murasaki (migliarino) si ricava una tintura violetta, il colore ricorda quello del glicine (fuji), parte del suo cognome, Fujiwara. Shikibu significa invece “ufficio delle cerimonie”, dove suo padre e suo fratello avevano avuto incarichi. Era comune che le donne come lei, dame della corte dell’antica capitale Heiankyō (oggi Kyōto) fossero conosciute con la carica ricoperta da loro o da un loro familiare. Non sappiamo molto nemmeno della sua vita, a cominciare dalle date di nascita e di morte, su cui continua a regnare l’incertezza. Tra i dati sicuri ci sono soltanto il viaggio che fece accompagnando suo padre nella provincia di Echizen (attualmente nella prefettura di Fukui), di cui era stato nominato governatore, e il matrimonio con il cugino di secondo grado Fujiwara no Nobutaka, da cui nacque una figlia; infine, il servizio che prestò alla corte dell’imperatrice Fujiwara no Akiko (988-1074). Sembra che avesse cominciato a lavorare al Genji tra la morte del marito e l’entrata in servizio a corte, dove l’opera ottenne subito uno straordinario successo.
Completata probabilmente intorno al 1010, il romanzo racconta la vita del principe Genji, così bello da essere soprannominato Hikaru Genji,cioè “Genji lo Splendente”.
È figlio dell’imperatore e della sua concubina più amata, ma di basso rango, cosa che suscita l’odio delle altre concubine e consorti, le quali la perseguitano fino a provocarne la morte, quando Genji ha solo tre anni.
Il principe cresce e, oltre che bellissimo, riesce splendidamente in tutte le arti (calligrafia, musica, poesia, pittura) che sono parte del bagaglio culturale dei cortigiani; ha inoltre una straordinaria sensibilità così da rappresentare un uomo ideale.
Tuttavia è lontano dall’essere una figura esemplare: si innamora della sua matrigna e ha con lei un figlio. Costretto all’esilio dalle macchinazioni dei suoi nemici, al ritorno la sua posizione diventa saldissima e conosce la gloria, ma nella sua maturità va incontro al declino: la sua ultima moglie lo tradisce e dalla relazione nasce un figlio, cosa che lo costringe ad affrontare la colpa di cui si è macchiato in passato. La morte di Murasaki, la donna che è stata il punto fermo della sua vita, lo trasforma in un uomo malinconico, ma capace per la prima volta di guardare la sua vita con distacco e di approdare a una certa pace. La sua morte non appare nel testo. Seguono dieci capitoli che gravitano intorno al villaggio di Uji e seguono gli amori di Niou, suo nipote, e Kaoru, il suo presunto figlio, con tre sorelle, figlie di un principe decaduto, che vivono lì. La conclusione di queste storie è tragica: Oigimi, la maggiore, si lascia morire di fame pur di non sposarsi, prevedendo una vita di umiliazioni, nel caso che dopo il matrimonio il marito corteggi o sposi altre donne; la seconda, Naka no Kimi, conoscerà il tormento della gelosia dopo il matrimonio con Niou; Ukifune, la terza, figlia di un’ altra donna e mai riconosciuta dal padre, si trova contesa tra i due, tenta il suicidio, ma si salva e decide di farsi monaca. Il finale rimane aperto e, secondo alcune ipotesi, l’opera è rimasta incompiuta.
La Storia di Genji è considerata il capolavoro della letteratura giapponese. È un testo maturo in un’epoca in cui la narrativa era un genere ancora giovane e considerato marginale. È un grande affresco del mondo della corte di Heiankyō (la narrazione copre 75 anni, quattro generazioni e vi compaiono più di 400 personaggi), una parabola buddhista sulla caducità di tutte le cose (la narrazione evolve da un passato mitizzato e glorioso al presagio di un futuro di decadenza) in grado di rielaborare in maniera originale temi della narrativa folklorica, come l’esilio del nobile o la figliastra perseguitata, di creare una prosa lirica di straordinaria raffinatezza e di anticipare di quasi un millennio la tecnica del flusso di coscienza per esprimere i pensieri e i sentimenti dei personaggi.
Molti di questi sono donne e il romanzo ci permette di avere un quadro straordinariamente vivo dei loro caratteri e delle loro vite. Sono donne molto diverse tra loro, ma hanno una caratteristica in comune: la poligamia le espone a una grande insicurezza psicologica e materiale. Anche a causa di questo Genji deve affrontare più di un rifiuto: non perché le donne che corteggia siano insensibili al suo fascino, ma perché loro temono le conseguenze negative di una relazione con lui. Nella generazione successiva questo timore, come abbiamo visto, porta al rifiuto dell’amore o addirittura della vita.

Murasaki ci ha lasciato anche una raccolta di poesie e un diario, che, nonostante si concentri più sugli aspetti esteriori della vita di corte che sulla sua vita privata, ci permette di capire molto della sua personalità:

“Le persone sono molto diverse tra loro. Ci sono quelle sicure di sé, aperte e vivaci e quelle introverse come me che non piacciono agli altri perché, non riuscendo mai a distrarsi, amano starsene per conto proprio, rovistare tra le vecchie lettere ricevute per rileggerne qualcuna…
Di solito evito di fare persino quello che potrei quando ci sono le altre dame e tengo tutto solo per me. A maggior ragione, quando sono al servizio di Sua Maestà, anche se vorrei parlare di qualcosa, non lo faccio, perché sono convinta non servirebbe con persone incapaci di comprendermi”2

.

“D’ora in avanti non farò più attenzione a quello che dico. E qualunque sia l’ opinione degli altri, mi affiderò solo al buddha Amida dedicandomi alla lettura delle sacre scritture. Dal momento che non ho più niente che mi lega a questa vita di tormenti, se mi facessi monaca, mi dedicherei senz’ altro con impegno alle pratiche religiose. Ma se pure voltassi per sempre le spalle a questo mondo, probabilmente Amida avrebbe delle perplessità a farmi salire su una nuvola che mi porti in paradiso. Per questo motivo esito a farlo”3.

Murasaki non fu l’unica scrittrice di talento della sua epoca: nel Giappone antico le donne avevano un grande potere, che cominciò a restingersi proprio nell’epoca Heian, e questo si riflette nel gran numero di poetesse che compare nella prima antologia poetica, il Man’yōshū (Raccolta delle diecimila foglie, 760 ca.). Nel periodo Heian si giunse a una sorta di ripartizione bilingue (gli uomini scrivevano in cinese, le donne in giapponese) paragonabile al rapporto tra il latino e il volgare nell’Europa medievale, che favorì ancora di più la creatività femminile. Fu nel periodo Muromachi (1333-1568) che la produzione letteraria delle donne quasi scomparve, e quando conobbe un recupero, nel periodo Meiji (1868-1912), le nuove scrittrici poterono contare su modelli illustri e su di una solida tradizione, a differenza del resto del mondo.

  1. Diario di Murasaki Shikibu,op.cit. p.79  ^
  2. Diario di Murasaki Shikibu, a cura di Carolina Negri, Venezia, Marsilio, 2015, p. 105  ^
  3. ibidem, p. 109  ^

Fonti, risorse bibliografiche, siti

Gabriella Magrini, Mille autunni. Vita di Murasaki Shikibu dama di corte, Milano, Frassinelli 1985

Ivan Morris, Il mondo del Principe Splendente. Vita di corte nell'antico Giappone, Milano, Adelphi 1964

Diario di Murasaki Shikibu, a cura di Carolina Negri, Venezia, Marsilio 2015

Murasaki Shikibu, La storia di Genji, a cura di Maria Teresa Orsi, Torino, Einaudi 2012

Irene Starace

Nata a Velletri (Roma) l'11 maggio 1978, laureata in Lingue e Civiltà Orientali alla Sapienza di Roma e dottore di ricerca in Teoria della Letteratura e Letteratura Comparata all'Universidad Autónoma de Madrid. Ricercatrice in letteratura giapponese, membro dei gruppi GIDEA, dell'Università di Granada, e Japón, dell'Università di Saragozza. Ha pubblicato il libro Entre pasado y presente: las mujeres de Japón y del Renacimiento italiano en la obra de Enchi Fumiko y Maria Bellonci (Prensas Universitarias de Zaragoza, 2015) e in Italia, come traduttrice e curatrice, Il grande libro degli haiku (Castelvecchi, 2005) e Dietro la porta a vetri, di Natsume Sōseki (Pensa Multimedia, 2011).

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