Properzia de’ Rossi

1490 (?) Bologna - 1530
Download PDF

“Properzia de’ Rossi da Bologna, giovane virtuosa, non solamente nelle cose di casa, come l’altre, ma in infinite scienzie, che non le donne, ma tutti gli uomini l’ebbero invidia”.

Ad asserirlo è il Vasari, nelle Vite, edito appena un ventennio dopo la morte della “femmina scultora”, venuta al mondo sul finire del Quattrocento, in data incerta ma parzialmente ricostruibile attraverso un atto di compravendita del 1516, nel quale la giovane, proprietaria di alcuni terreni, risulta “maggiore di venticinque anni”.

Di bell’aspetto, economicamente indipendente, Properzia fu così attratta dalla “rudezza del marmo” e dall’”asprezza del ferro”, da volgersi presto verso la scolpitura della pietra e la lavorazione della creta. Con molte probabilità autodidatta, completò forse la sua formazione nella rinomata bottega dell’incisore Raimondi. Grazie al suo talento, approdò poi nell’esclusiva cerchia del medaglista Raibolini, detto il Francia, che per anni attrasse i migliori artisti gravitanti nella “città dotta”.

Tanto si fece notare coi suoi lavori che alla fine del 1524, nel pieno della maturità artistica, ottenne alcuni importanti incarichi dalla fabbriceria di San Petronio, dopo aver dato prova della sua destrezza con lo scalpello realizzando il busto di un potente. Superato brillantemente l’esame, Properzia ricevette i ferri del mestiere dal fabbro di fiducia della basilica e si vide riconoscere lo stesso compenso percepito dai colleghi del calibro del Tribolo e dell’Aspertini; a testimoniarlo, le sette lire e sei quattrini incassate per le “sibille, angeli e un quadro di marmo” destinati alla decorazione dei portali. Assieme alle rose, però, piovvero anche le spine: mosso dall’invidia per la sua bravura e nel timore di venirne messo in ombra, qualcuno s’ingegnò per metterle i bastoni tra le ruote. Pare che proprio il subdolo Aspertini “fece tanto il maligno cogli Operaj, che alla misera donna fu pagato il suo lavoro un vilissimo prezzo”. Lungi dall’abbozzare, Properzia risolse la faccenda a suon di graffi e botte, e la faccenda finì davanti alla legge. Di certo a causa dei continui screzi, un anno e mezzo dopo averne fatto ingresso, prese la decisione di lasciare il cantiere, e da allora non vi mise più piede. È il ritratto di una donna anticonformista e intemperante, libera e intraprendente quello che emerge da simili episodi.

Abile nell’usare le mani per difendersi, Properzia lo era ancora di più nel suo mestiere. L’opera di sicura attribuzione che meglio la qualifica è senz’altro Giuseppe e la moglie di Putifarre, in grado di suscitare l’entusiastica ammirazione del Vasari:

Ella finì, con grandissima maraviglia di tutta Bologna, un leggiadrissimo quadro marmoreo dove (perciocché in quel tempo la misera donna era innamoratissima d’un bel giovane, il quale pareva che poco di lei si curasse) fece la moglie del maestro di casa del Faraone, che innamoratasi di Iosep, quasi disperata del tanto pregarlo, a l’ultimo gli toglie la veste d’attorno… Fu questa opera da tutti riputata bellissima et a lei di gran soddisfazione, parendole con questa figura del Vecchio Testamento avere isfogato in parte l’ardentissima sua passione.

In quest’ultimo passo, lo storico aretino fa intendere che l’amore di Properzia per l’affascinante Anton Galeazzo Malvasia non fosse corrisposto, ma si tratta di un’invenzione letteraria, smentita da quanto si legge in un procedimento processuale, nel quale de’ Rossi viene indicata come “pubblica concubina” proprio del futuro podestà di Imola, suo complice per averla aiutata a guastare l’orto di un vicino di casa.

In ogni caso, furono altri aspetti a decretare il successo e a suscitare vivo interesse per la formella e per la sua artefice. Pure il Parmigianino ne restò “suggestionato”, e non poteva essere altrimenti, tanto era forte la portata innovativa dell’opera, data dall’audace scelta della scultrice di porre al centro esatto della scena non il casto Giuseppe, bensì la sua prorompente seduttrice, con una carica erotica esplicita e spavalda, e un’aggressività indifferente ai giudizi dell’epoca. In tal modo, Properzia imponeva un punto di vista inedito e di grande impatto emotivo, inequivocabilmente al femminile.

Ma le “imprese” artistiche di Properzia non si esauriscono qui. In virtù del suo “capriccioso e destrissimo ingegno”, si sbizzarrì con successo anche con altre tecniche, creando manufatti di piccole dimensioni, come il reliquiario commissionatole dalla famiglia senatoria Grassi, un esempio di incredibile perizia nel quale “si mise ad intagliar noccioli di pesche” affollandoli di martiri e santi in miniatura.

Purtroppo, non si ha notizia dell’attività svolta da de’ Rossi durante gli ultimi anni di vita; ci è noto, invece, attraverso i registri dell’ospedale di S. Giobbe, che vi fu ricoverata nel 1529, verosimilmente affetta da sifilide, ma ancora in grado di gestire personalmente i suoi affari, come attestato da alcuni carteggi.

Forse, però, fu la peste e non la malattia venerea a ucciderla nell’inverno successivo. Quattro giorni dopo il suo decesso, nella basilica di San Petronio si tenne l’incoronazione di Carlo V per mano di Clemente VII. Conclusi i cerimoniali e prima di tornare a Roma, il Pontefice espresse il desiderio d’incontrare la nota scultrice di cui si raccontavano splendide cose, e molto restò contrito nell’apprendere ch’era stata appena seppellita nell’Ospedale di Santa Maria della Morte.

Fonti, risorse bibliografiche, siti

Giorgio Vasari, Le Vite de’ più eccellenti architetti, pittori et scultori italiani, da Cimabue insino a tempi nostri, nell’edizione per i tipi di Lorenzo Torrentino, Firenze 1550

Vera Fortunati, Irene Graziani, Properzia de’ Rossi, una scultrice a Bologna nell’età di Carlo V, Bologna, Editrice Compositori 2008

Antonio Saffi, Della vita, e delle opere di Maria Properzia De' Rossi scultrice bolognese: discorso all'Accademia di Belle Arti in Bologna detto il 22 di giugno 1830, Bologna, Tipografia Della Volpe 1832

Adriana Assini

Scrittrice e acquarellista romana, ha pubblicato numerosi romanzi storici e a sfondo storico, tra cui Le rose di Cordova, 2007 (storia di Giovanna I di Castiglia, detta la Pazza, pubblicato anche a Siviglia nel 2011).  Un caffè con Robespierre, 2016 ambientato nel periodo del Terrore 1793-1794. Giulia Tofana Gli amori, i veleni, 2017, ispirato alla nota avvelenatrice palermitana del XVII secolo. Agnese, una Visconti, 2018, storia di una donna coraggiosa e indipendente del Trecento italiano. Tutti i romanzi sono editi da Scrittura&Scritture. Sulla sua narrativa, nel 2015 l’Università di Siviglia ha dedicato due giornate di studio; nel 2018 è stato pubblicato uno studio critico di autori vari, Favole scritte per chi vuole sognare, Aracne Editrice. Ha esposto i suoi acquarelli a Roma, Bruxelles, Londra, Madrid, Siviglia.

Leggi tutte le voci scritte da Adriana Assini