Pulcheria

399 - 455
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Imperatrice di fatto se non di nome, Aelia Pulcheria nacque nel gennaio del 399 e morì attorno al 455 d.C.. Era figlia di Arcadio ed Eudocia, prima coppia a regnare sulla pars orientalis dell’Impero romano dopo la spartizione definitiva di Teodosio I.
Figura già bizantina, dunque, e non solo in ossequio alle ripartizioni della storiografia, ma per l’atmosfera di ieratica religiosità e rigida ortodossia che Pulcheria seppe imporre alla corte di Costantinopoli e ai rituali della vita cittadina.
Quando nacque, la coppia imperiale aveva già una figlia, Flacilla; poco dopo nacquero altre due sorelle e soprattutto l’erede al trono, Teodosio. Le cronache non registrano differenze nelle solennità del cerimoniale di battesimo, a conferma del ruolo cruciale, retaggio della tradizione romana, svolto dalle donne della famiglia imperiale nel garantire la continuità dinastica. Tradizione che Pulcheria seppe mantenere e al contempo innovare, con una formula inconsueta attinta ai principi della fede cristiana.
Lo storico palestinese Sozomeno, nel V secolo, ne ricorda l’ottima istruzione: nonostante le fonti siano molto lacunose a riguardo, possiamo immaginare che abbia ricevuto l’educazione che si richiedeva alle donne del suo rango. Tuttavia, Pulcheria seppe distinguersi: con ammirazione forse agiografica si ricorda la sua perfetta conoscenza sia del greco che del latino e la familiarità con la letteratura classica. Ricevette sicuramente anche un’educazione religiosa, affidata a un alto prelato, a un monaco o a una guida spirituale. Rimasta presto orfana dei genitori, Pulcheria dovette occuparsi del fratello e delle sorelle, facendo da tutrice e occupandosi della loro educazione e formazione religiosa. Nel 408 Teodosio salì al trono: aveva otto anni; nel 414, Pulcheria venne nominata Augusta, benché ne avesse solo quindici. Sozomeno e altri storici descrivono l’evento come un riconoscimento del ruolo di tutela che da tempo la sorella esercitava nei confronti del fratello. Una procedura istituzionale quantomeno inconsueta che elevava di fatto una donna al rango ufficiale di reggente. Ruolo che Pulcheria continuò a mantenere, anche quando il fratello divenne adulto e prese in mano le redini dell’Impero.
Già due anni prima, nel 412, Pulcheria aveva reso pubblica la decisione che avrebbe segnato definitivamente la sua immagine: la scelta del voto di castità, alla quale si aggiunse la rinuncia al matrimonio, non sappiamo se spontanea o imposta, da parte delle sue tre sorelle. Era pratica non inconsueta, da parte di matrone cristiane dell’aristocrazia tardo-imperiale, quella di abbandonare la mondanità e gli impegni pubblici per ritirarsi a vita privata, dedicandosi alla preghiera e alle opere pie. Ma la scelta di Pulcheria, amplificata dalla cassa di risonanza del suo rango e “istituzionalizzata” attraverso la proclamazione pubblica, imprimeva al fenomeno contorni quasi epocali: la commistione tra legittimazione politica e virtù religiose si faceva sempre più stretta. Se è vero, come ha scritto Georg Ostrogorsky nella Storia dell’Impero bizantino, che Bisanzio fu un connubio di struttura statale romana, cultura greca e religione cristiana, non c’è dubbio che la figura di Pulcheria abbia nutrito quell’alone d’incenso sacro che gravita da sempre sull’immagine della corte di Costantinopoli. Alla porpora, all’oro e ai broccati della tradizione tardo-imperiale romana, alle raffinatezze dell’erudizione greca, Pulcheria associò, e spesso cercò di sostituire, i toni austeri e i silenzi della meditazione, il salmodiare delle processioni religiose, la frugalità, i digiuni e le mortificazioni dell’ascetismo cristiano.
La partecipazione dell’Augusta alla vita dell’impero fu intensa. Le fonti insistono sul ruolo svolto nelle dispute teologiche e nelle fondazioni religiose, ma Pulcheria fu attiva anche nella politica culturale: alla sua influenza si fa risalire il provvedimento con cui, tra il 415 e il 416, Teodosio II interdisse i pagani da tutte le pubbliche funzioni. Non fu l’unica occasione in cui Pulcheria seppe imporre le sue idee: persino la moglie di Teodosio II, la giovane Athenai, fu scelta dall’Augusta. Figlia di un retore pagano di Atene, nutrita di letture classiche ma autrice anche di ispirati inni religiosi, Eudocia, questo il nome cristiano che la giovane prese dopo il matrimonio, fu a lungo rivale della cognata a corte, fino a essere costretta, per intrighi di palazzo, a ritirarsi a Gerusalemme.
La religiosità dell’Augusta impose alla vita di palazzo le cadenze pie della vita monastica: «Egli [Teodosio] – scrive Socrate Scolastico – rese il suo palazzo simile a un monastero: poiché, insieme alle sue sorelle, si alzava presto la mattina per recitare gli inni di lode a Dio» (Socrate Scolastico,Ecclesiastica Historia, VII, 22). Pulcheria fu la guida spirituale di Teodosio: lo incitava a dedicarsi alla vita semplice e alla devozione quotidiana. Preghiere, funzioni, digiuni e letture edificanti: l’imperatore e le tre sorelle conducevano vita comunitaria, assistendo alle funzioni religiose e conducendo le processioni che attraversavano le vie di Costantinopoli e che saranno poi una scena ricorrente nella capitale; visitando chiese, monasteri e ospizi e occupandosi di poveri e malati; dedicandosi a lavori manuali. Tra preghiere e astinenze, la vita della famiglia imperiale scorreva secondo le cadenze di una ritualità già bizantina.
Il nome di Pulcheria è legato a opere pie e a molte fondazioni, anche se è difficile stabilire con certezza quali chiese e monasteri siano riconducibili a iniziativa diretta dell’Augusta e quali alla sua influenza presso il fratello: le fonti che ce ne parlano, come la Chronographia di Teofane nel IX secolo, sono tarde, e probabilmente già orientate a costruire il culto di Pulcheria, vergine e santa, più che alla realtà storica della sua azione evergetica. Ma certo il suo ruolo non fu secondario nel graduale processo di trasformazione che fece di Costantinopoli una città cristiana: parafrasando il detto di Ottaviano (I sec. d.C.), che si sarebbe ascritto il merito di aver trovato Roma in mattoni e di averla lasciata di marmo, si può dire che Pulcheria nacque in una capitale che era la città di Costantino e la lasciò “Città della Vergine”. Alcuni episodi sono rivelatori: lo storico palestinese Xanthopulos, nel XIV secolo, riporta la notizia dell’invio a Pulcheria di un prezioso carico di reliquie dalla Palestina, comprendenti alcune gocce del latte della Vergine, qualche goccia del sangue di Cristo, un fuso per filare appartenuto a Maria e l’icona della Vergine dipinta da san Luca; l’Augusta le fece deporre solennemente nel santuario della Theotokos a Costantinopoli. Il racconto ha già il tono favolistico delle cronache medievali di Rodolfo il Glabro.
Certo è invece il suo ruolo nelle controversie teologiche che sancirono la progressiva affermazione dell’ortodossia nicena sulla natura umana e divina di Cristo. In particolare il ruolo dell’Augusta fu decisivo al Concilio di Calcedonia, nel 451, che sancì la condanna del credo nestoriano. Pulcheria vi venne acclamata come la “nuova Elena” – essendo già sant’Elena madre di Costantino. L’imperatrice presiedette l’apertura delle sedute conciliari accanto a Marciano, il generale sposato pochi mesi prima: morto Teodosio II, la continuità dinastica era passata alla sorella che l’aveva trasferita a Marciano, accettando di sposarlo purché rispettasse i suoi voti di verginità. Dall’esito del Concilio Pulcheria guadagnò fama di grande intransigenza morale; da cui la santificazione come “custode della fede” e l’istituzione del culto il 10 settembre. Prima e dopo Calcedonia, l’imperatrice intrattenne una fitta corrispondenza con il papa Leone I, con monaci e prelati, calandosi con grande energia nel ruolo di paladina dell’ortodossia contro le minacce dell’eresia monofisita. Sul versante opposto, le sue prese di posizione le valsero, da parte di nestoriani e monofisiti, accuse di ogni nefandezza e in modo particolare di incesto col fratello. Morì nel luglio del 453; fu sepolta nella chiesa dei santi Apostoli a Costantinopoli.
«Castità al potere», ha scritto in merito, a ragione, la storica Christine Angelidi. Ma sarebbe forse più preciso parlare di castità come potere. La rinuncia alla procreazione, e quindi al destino “naturale” della femmina, diventa rifiuto del ruolo imposto e strumento culturale per l’accesso al potere che solo il ruolo di madre-di-re sembrava rendere possibile. Armata della propria castità come un’Atena cristiana, e in controtendenza rispetto all’ostilità del diritto romano verso la verginità femminile in genere, in Pulcheria la fecondità biologica lascia spazio a quella spirituale, in una transizione del modello femminile dalla peccatrice Eva a Maria redentrice del genere umano.

Fonti, risorse bibliografiche, siti

Socrate Scolastico, Ecclesiastica Historia in J. P. Migne (éd.), PG LXVII, c. 30-842

Sozomeno, Ecclesiastica Historia in J. P. Migne (éd.), PG LXVII, c. 843-1724

Teofane, Chronographia, I, De Boor, Leipzig 1883

Xanthopulos, Historia Ecclesiastica in J. P. Migne (a cura di), PG 145 (604-1333), PG 146, PG 147 (8-448)

C. Angelidi, Pulcheria. La castità al potere, Jaca Book, Milano 1998

E. Cantarella, La condizione femminile in U. Eco (a cura di), La grande storia. L'antichità, vol. 10, Encyclomedia Publishers, Milano 2011

G. Dagron, Costantinopoli. Nascita di una capitale (330-451), Einaudi, Torino 1991

K. G. Holum, Theodosian Empresses. Women and Imperial Dominion in Late Antiquity, University of California Press, Berkeley-London-Los Angeles 1982

G. Ostrogorsky, Storia dell'impero bizantino, Einaudi, Torino 1968

A.M. Talbot, La donna in G. Cavallo (a cura di), L'uomo bizantino, Laterza, Bari-Roma 1992

Il sito I giorni di Pulcheria

Roberto Limonta

È docente di filosofia ed estetica presso il liceo artistico di Monza, e collabora con il dipartimento di filosofia dell'Università di Bologna. All'attività di ricerca sul pensiero altomedievale unisce la passione per il mondo classico e, come si sarà capito, per la numismatica imperiale romana.

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