Silvana La Spina

Galliera Veneta, ? - vivente
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Dobbiamo metterci in testa che la scrittura al femminile non esiste. Una donna porta nella scrittura sé stessa, e così dal canto suo fa l’uomo. Ma va detto che oggi i maschi sono più tentati dall’avanguardia, dalla voglia di cambiare e di rinnovare. Di sperimentare. Dobbiamo registrare il crollo del femminile a livello letterario. Gli uomini sono molto più autorevoli. Le donne, dal canto loro, dovrebbero riconquistare il territorio. Venire finalmente fuori dalla trappola dell’intimismo. Riappropriarsi ad esempio di tematiche politiche e civili. 1

Scrittrice siciliana per vocazione, ma irriducibile entro qualunque etichetta, Silvana La Spina nasce al Nord, presumibilmente nel secondo dopoguerra, e ancora bambina si trasferisce con i genitori a Ramacca, in provincia di Catania, con alcuni periodi trascorsi in provincia di Parma. L’anno di nascita esatto non viene mai riportato dalle biografie online o dalle quarte di copertina dei suoi libri: un vezzo che si aggiunge a una personalità originale e fortissima, ‘barocca’ e ‘sulfurea’, quasi forse più dei romanzi che scrive. Ex insegnante di lettere, moglie separata e madre, la scrittrice vive oggi soprattutto a Milano e non ama eccessivamente esporsi o parlare di sé, preferendo invece lasciare parlare le sue opere.

Una porzione consistente della vita di Silvana bambina, poi adolescente e giovane adulta, si trova tuttavia nel romanzo La continentale (2014), dove un’infanzia – e un’identità – divise si rivelano in toni alternativamente malinconici, amari, grotteschi o ironici: da un lato, si staglia la figura di una madre settentrionale oppressiva, severa e insofferente verso la Sicilia, mentre dall’altro troviamo un padre mutilato di guerra, ex ufficiale interprete e membro dell’intelligence in Africa, dal carattere silenzioso, a modo suo tenero, ma assente.
Il romanzo ricostruisce le tensioni tra Nord e Sud d’Italia del dopoguerra, accanto a momenti di dolore privato della piccola Silvana, testimone dei conflitti tra padre e madre, e lei stessa impegnata a gestire un difficile rapporto con la figura materna:

“Non importa quanta fatica, quante umiliazioni, quanti fossero i bocconi amari che avevo inghiottito. Che io avessi usato la mia strada anziché la sua fu come se il Sud traditore e mirabile avesse vinto e sconfitto il Nord ricco e calvinista. E questo non poteva, non doveva succedere. Il Nord doveva avere la meglio su tutto. E lei non poteva avere torto. In ogni caso, alla fine l’ho abbandonata al suo destino e con dolore mi sono avviata solitaria verso il mio”.2

Proprio per la mescolanza vincente tra autobiografia e romanzo di formazione, La continentale segna un passaggio decisivo nel percorso di una scrittrice atipica, attiva sin dalla fine degli anni Ottanta.

In quasi trent’anni di pratica letteraria, La Spina ha rivelato una natura inquieta, dove la scrittura coincide con la sperimentazione tra i generi e diventa uno strumento privilegiato per reagire a una realtà asfittica, opprimente, priva di memoria. L’esordio avviene con il giallo (Morte a Palermo, 1987), genere ripreso con successo nella trilogia dedicata alla commissaria Maria Laura Gangemi (Uno sbirro femmina, 2007, La bambina pericolosa, 2008, Un cadavere eccellente, 2011). Non mancano le incursioni nel racconto (Scirocco e altri racconti, 1992) e i segnali di un rapporto sempre vivo con la Sicilia della mafia, come in L’ultimo treno da Catania (1992) e nel pamphlet ‘impegnato’ La mafia spiegata ai miei figli (2006).

La scrittrice affronta temi che spaziano dalla riflessione metaletteraria al potere immaginifico della scrittura (ammirato in Borges), sino all’interesse per la figura dell’eroe, ispirata da testi come il Martin Eden di Jack London, considerato “una folgorazione”, perché si tratta della storia di un uomo che decide di diventare scrittore e, una volta arrivato, decide di suicidarsi 3. L’ammirazione per la vitalità della letteratura americana, i cui autori vivono per poi scrivere di quanto hanno vissuto, si riconosce nella predilezione per il genere del romanzo, all’interno del quale convergono le sue due anime di scrittrice/lettrice, delineate tramite l’abbondanza di riferimenti intertestuali alle letture amate (Thomas Mann, Hermann Melville, Ernest Hemingway, Nathaniel Hawthorne e Charles Dickens, pur restando fondamentali i citati Saramago, Borges e Cervantes). Il legame tra scrittura e vita trae peraltro sostanza da esperienze autobiografiche tormentate, come l’educazione religiosa ricevuta in collegio dalle suore domenicane di Acireale, dove La Spina ha asserito di aver compreso la reale natura del potere, “come devi rapportarti con esso, lottando o sottomettendoti”. Lo studio delle religioni, accanto all’educazione cattolica, si riflettono così nella scelta ricorrente di ricostruire storie all’interno di chiese, conventi e monasteri di clausura, come possiamo notare nei romanzi Un inganno dei sensi malizioso (1995) e La creata Antonia (2001).

L’ibridazione e il nomadismo caratterizzano l’esistenza di Silvana (per molti anni vivrà spostandosi tra la Sicilia e Milano), e influenzano anche la sua scrittura e la lingua: come la loro creatrice, anche i personaggi di La Spina sono tormentati, viaggiano molto perché in fuga o perché spinti da un tarlo che li costringe a non accontentarsi. Basta pensare a Un inganno dei sensi malizioso, dove la giovane monaca Eugenia fugge dalla Sicilia seicentesca delle lotte contro l’invasore musulmano Abdul Bassà, arrivando nella sordida Roma del papato assoluto; o al pittore Antonello da Messina, protagonista dell’ultimo L’uomo che veniva da Messina (2015) che vaga senza sosta, da Napoli a Venezia, passando per Roma, Mantova e Bruges, alla ricerca ossessiva di una luce per le sue tele, identificata con le pitture a olio dei fiamminghi e sublimata dall’amore perduto della giovane Griet.

Anche il luogo e la lingua di La Spina rispecchiano una narrazione poliedrica, mai soddisfatta del proprio percorso creativo. Se Palermo, il suo dialetto e le facce dei suoi abitanti, assumono le atmosfere spesso torbide dei polizieschi sciasciani già nel fulminante Morte a Palermo e poi attraverso le storie di Maria Laura Gangemi, la ricerca di linguaggi fastosi e di una narrazione che non lascia respiro al lettore emerge chiaramente dai romanzi storici, dove con toni fantastici e picareschi entra in campo una miriade di caratteri umani e situazioni rocambolesche in cui è facile e piacevole perdersi.

La psicologia di un’epoca coincide con i tratti fisici e comportamentali dei luoghi, ancora prima che dei soggetti umani: ad esempio, città come Catania e Palermo incarnano i traumi, i conflitti e i disagi vissuti dai protagonisti delle storie e, in filigrana, parlano della stessa esperienza di un’autrice in eterna fuga da o ricerca per qualcosa:

“Quando giunsi qui con la mia famiglia mi stabilii a Ramacca, nella Piana di Catania. A 18 anni scappai di casa. Da sola. Volevo fuggire da una madre dalla quale mi sentivo oppressa. Avevo ripetuto un gesto che molti anni prima mio nonno e mio zio avevano commesso. Poi mi sposai e andai a vivere a Palagonia. Attraverso le riviste letterarie tenevo i contatti con il mondo culturale italiano ed europeo. E poi c’era la letteratura, nella quale mi rifugiavo. Quando leggi tanto, il mondo ti appare come lo descrivono i libri: puoi vivere in un piccolo paese ma è come se vivessi a New York. A 21 anni, con due figli da portare avanti, ero già separata da mio marito. Il mio Sessantotto è stato segnato da una condizione di disperazione per la paura di non riuscire a garantire una sopravvivenza economica ai miei bambini. Pur essendo già laureata in Filosofia, non navigavo nell’oro. Per le mie coetanee ero un individuo diverso. Ma la voglia di libertà e di amare la vita, non me l’ha mai tolta nessuno. (…) Quando la mattina ti svegli e senti il rumore della tomba sopra la testa, capisci che devi scegliere, o ti rassegni o te ne vai. Io ho deciso di andare a Milano, la città che amo più di ogni altra. Mi tuffo nella cultura europea per cinque, sei mesi l’anno, poi torno a Catania, dove ho i miei affetti”.4

Come tante altre autrici del Novecento italiano, La Spina è però soprattutto una narratrice di donne, in particolare siciliane. Maria Laura Gangemi è cronologicamente l’ultima di una schiera di donne forti e anticonvenzionali, come le monache visionarie e ribelli dei romanzi Un inganno dei sensi malizioso e La creata Antonia, o la mitica moglie di Odisseo, rivista in Penelope (1998), una donna capace di guarire il proprio dolore costruendo per sé uno spazio di libertà diverso da tutto quanto le è stato imposto con l’educazione.
Attenta alla lezione di Anna Banti ed Elsa Morante, La Spina restituisce donne che condensano il trauma della Storia. I loro corpi soffrono, combattono, manifestano gli effetti del Potere, uscendo da rappresentazioni stereotipe. L’urgenza del narrare equivale dunque al ruolo centrale dell’universo femminile per raccontare l’umanità nel suo insieme:

“Il nostro smarrimento oggi nasce dal fatto che la storia scorre mobile sotto i nostri piedi, dal fatto che l’unica certezza è che la storia appare del tutto inconoscibile al nostro io presente. Il romanzo, come genere misto, in cui compaiono anche il teatro e la poesia, concede al lettore la sensazione della friabilità individuale, non sappiamo dove andiamo a finire, perché la storia fluisce sotto di noi, a nostro discapito. Anche nei miei noir… la Cangemi, per dire, sia come donna che come individuo, riporta in superficie quelle che sono le tracce del proprio danno interiore subito, la propria fragilità umana. Porta con sé un segreto. Le donne hanno sempre un danno, un trauma alle spalle.”5

L’autonomia di pensiero precede e corrobora l’indipendenza fattiva di molte protagoniste dei romanzi gialli e storici, figure umane capaci di dire ‘io’ e di re-inventarsi attraverso una parola spesso apertamente autocoscienziale; raccontare donne atipiche, capaci di reazioni e decisioni inconsuete, diventa per la Spina un vero atto di rimemorazione teso a ritrovare un sé perduto, a farsi testimonianza presso i lettori e le lettrici di ogni tempo, come suggerisce una delle ultime lettere scritte dalla monaca Ignazia ne La creata Antonia:

“Penso che se sono vissuta fino a ora è stato per portare a termine questa storia. (…) E che forse tutte, tutte le vite e le storie di questo mondo esistono per riversarsi in un’unica storia che le comprende tutte: la mia, quella della donna che ha scritto questo libro, quella di Antonia (…) E naturalmente, le vostre storie (…). Per tutti i tuoi sogni, lettore, ego te absolvo.”6

  1. Salvatore Ferlita, “Un’indagine poliziesca sulle brutture di ogni giorno”, in “La Repubblica”, 18 maggio 2007.  ^
  2. Silvana La Spina, La continentale, Mondadori, Milano, 2014, p. 201.  ^
  3. “Domenico Trischitta incontra Silvana La Spina”, intervista pubblicata su YouTube reperibile al link https://www.youtube.com/watch?v=Z4TOZV1DPg4.  ^
  4. Luciano Mirone, “La narratrice del tormento”, in “La Repubblica”, 27 gennaio 2002.  ^
  5. Conversazione privata, 23 luglio 2009. L’intervista verrà inclusa in un mio saggio in uscita nel 2016.  ^
  6. Silvana La Spina, La creata Antonia, Mondadori, Milano, 2001, p. 253.  ^

Fonti, risorse bibliografiche, siti

Giorgio Barberi Squarotti, La Sicilia visionaria di Suor Trafitta, La Stampa – Tuttolibri, 30 settembre 1995
Luciano Mirone,
La narratrice del tormento, La Repubblica, 27 gennaio 2002
Salvatore Ferlita,
Un’indagine poliziesca sulle brutture di ogni giorno, La Repubblica, 18 maggio 2007
Silvana Mazzocchi,
La poliziotta contro il machismo siculo, La Repubblica, 12 maggio 2007
Gabriella Brooke,
‘Si sente la mano femminile?’ Feminine Writing and the Concept of History in the Historical Fiction of Silvana La Spina, in Maria Ornella Marotti e Gabriella Brooke (a cura di), Gendering Italian Fiction, Associated University Presses, Londra, 1999, pp. 122-136
Domenico Trischitta incontra Silvana La Spina, https://www.youtube.com/watch?v=Z4TOZV1DPg4, consultato il 17 agosto 2016
Fahrenheit, “Il libro del giorno” (RadioTre),
L’uomo che veniva da Messina, intervista di Loredana Lipperini, 4 gennaio 2016, http://www.radio3.rai.it/dl/portaleRadio/media/ContentItem-b6119104-2dac-4d4f-8c8f-3a906e6a2354.html

Opere

Morte a Palermo, La Tartaruga, Milano, 1987
Scirocco e altri racconti
, La Tartaruga, Milano, 1992
L'ultimo treno da Catania
, Bompiani, Milano, 1992
Quando Marte è in Capricorno
, Bompiani, Milano, 1994
Un inganno dei sensi malizioso
, Mondadori, Milano, 1995
L’amante del paradiso
, Mondadori, Milano, 1997
Penelope
, La Tartaruga, Milano, 1998
La creata Antonia
, Mondadori, Milano, 2001
Uno sbirro femmina
, Mondadori, Milano, 2007
La bambina pericolosa
, Mondadori, Milano, 2008
Un cadavere eccellente
, Mondadori, Milano, 2011
La continentale
, Mondadori, Milano, 2014
L’uomo che veniva da Messina
, Giunti, Firenze, 2015

Serena Todesco

Nata a Messina (1980), Serena Todesco lavora parallelamente da diversi anni nell’ambito della traduzione e della letteratura a firma femminile. Accanto all’esperienza maturata come traduttrice di poesia – con pubblicazioni su Semicerchio, Tratti, El Ghibli, La Libellula – si occupa di ricercare i rapporti tra i gender studies e la narrativa storica in Italia, con attenzione alle scrittrici meridionali. Attualmente lavora a un saggio sulle presenze anticanoniche nel romanzo storico siciliano.

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