Wilma Rudolph

Saint Bethlehem (Stati Uniti) 1940 - Brentwood (Stati Uniti) 1994
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Quando il padre fondatore delle Olimpiadi moderne, Pierre de Coubertin, aveva sostenuto che il vero paradigma dello sport doveva essere l’unione delle qualità del corpo, della mente e della volontà non pensava di certo a una studentessa che all’età di 16 anni aveva già vinto il bronzo alle Olimpiadi di Melbourne del ’56 con la staffetta statunitense 4×100. In realtà la storia di Wilma Rudolph sembra incarnare profondamente quell’ideale. Nel 1944, all’età di quattro anni, aveva contratto la poliomielite ed era stata costretta a indossare un supporto lungo le gambe fino all’età di nove anni. Per altri due anni aveva dovuto calzare una scarpa ortopedica ma grazie al sostegno della famiglia, al suo spirito indomito e alla voglia di non sottrarsi mai ai giochi con i numerosi fratelli era riuscita a dimostrare che avrebbe potuto liberarsi di tutte quelle costrizioni terapeutiche. Nove anni dopo essersi tolta la scarpa correttiva aveva conquistato quattro medaglie olimpiche, tre delle quali d’oro, e ottenuto due record del mondo.
Wilma Rudolph era nata nel 1940 da un parto prematuro a St. Betlemme una frazione a nord-est di Clarksville. Il padre Ed era impiegato come facchino nelle ferrovie mentre Blanche, la madre, lavorava come cameriera presso una famiglia bianca, in una realtà di perdurante segregazione. La famiglia era numerosissima. Wilma era la ventesima dei ventidue figli del padre e la sesta degli otto della madre. Prima di contrarre la poliomielite era stata colpita da malattie come il morbillo, la pertosse, la scarlattina e una polmonite doppia che aveva rischiato di ucciderla. «Il medico disse a mia madre che non avrei più camminato – ha raccontato Wilma Rudolph nella sua autobiografia – ma mia madre non ci volle credere e mi disse che sarei guarita. Finii per credere a mia madre». Ma trovare un ospedale disposto a curare un bambino nero con la polio era decisamente un’operazione problematica. Il Meharry Hospital, fuori Nashville, era la sua unica speranza. L’ospedale dove operava un equipe di medici di colore era a 50 miglia da Clarksville. Per due anni, grazie alla dedizione della madre e dei fratelli Wilma fece avanti e indietro per due volte a settimana sul retro di un Greyhound, negli unici posti consentiti agli afroamericani. Dopo 200 di quei lunghi viaggi la bambina era in grado di camminare con un tutore in acciaio che le sorreggeva la gamba sinistra. La terapia a quel punto prevedeva una cura di massaggi intensivi particolari. Tutta la famiglia si impegnò a impararli: quaranta braccia si prodigarono quotidianamente per alleviarle il dolore e per aiutarla a riprendere a camminare. Dopo 5 anni e quattro sedute di massaggi al giorno Wilma fu in grado di sbarazzarsi del tutore. Due anni dopo aveva già smesso di indossare la scarpa ortopedica e si era buttata in strada a sfidare i maschi del quartiere nel salto e nella corsa. In poco tempo entrò nella squadra di basket mettendo in mostra impressionanti doti atletiche.
Quando Ed Temple e Burt Grey misero in piedi una scuola di atletica attinsero alle risorse del club di basket e scelsero subito Wilma Rudolph. In poco tempo la ragazza che non poteva camminare era diventata una velocista imbattibile. Alle prove Olimpiche di Seattle si guadagnò l’accesso ai Giochi di Melbourne del ’56 dove venne eliminata nel secondo turno delle batterie dei 200 ma si aggiudicò la medaglia di bronzo nella 4×400 dietro l’Australia della campionessa diciottenne Betty Cuthbert e la Gran Bretagna. Di ritorno a scuola Wilma Rudolph aveva mostrato ai compagni di classe la sua medaglia. «Se la passarono di mano in mano per vedere come fosse fatta – ha raccontato al Chicago Tribune – quando è ritornata nelle mie mani era piena di impronte. Allora ho cominciato a lucidarla. Ma ho scoperto che il bronzo non brilla. Così ho deciso che avrei dovuto aspettare 4 anni e puntare direttamente all’oro».
Nel suo primo anno da senior Wilma rimase incinta di una bambina. Così perse una stagione intera di preparazione. A Robert Eldridge, il padre della piccola, il severo Ed Rudolph proibì di vedere sia Wilma sia la piccolina che venne accudita dalla sorella Yvonne a St. Louis. Solo nel 1963, due anni dopo la morte del padre, Wilma potè sposare Robert. Prima di arrivare alle Olimpiadi di Roma la promettente velocista aveva frequentato un corso da insegnante elementare e, dopo quelle imposte da suo padre, aveva dovuto superare anche la dighe dei divieti del suo allenatore che non consentiva alle ragazze madri di far parte del team. Ma quel principio, davanti al suo talento, crollò subito.
Le sempre più numerose gare a cui partecipò Wilma Rudolph, oltre che un training fondamentale, furono una vera palestra di vita. Un giorno, in Texas, era rimasta scioccata perché l’autista dell’autobus che doveva portarle allo stadio si era rifiutato di far salire a bordo il gruppo di atlete nere. Il conducente sostitutivo venne trovato giusto in tempo per scortarla verso il record mondiale, un magnifico 22”9 nei 200m. Un mese prima delle Olimpiadi, a Fort Worth aveva trionfato sia nei 100 che nei 200m, lo stretto necessario per prendere la rincorsa verso Roma.
Gli spettatori dello Stadio Olimpico rimasero abbagliati dalla grazia di Wilma Rudolph. La sua velocità si esprimeva attraverso una sequenza di passi rapidi ed eleganti. Il suo fisico snello e altissimo trasmetteva una specie di sensualità contagiosa. Dopo la sua prima vittoria il pubblico se ne era totalmente innamorato. Dalle tribune dello stadio una specie di incantato tam tam aveva rilanciato il suo nome attraverso le radio e le televisioni di tutto il mondo. Gli italiani la battezzarono la Gazzella Nera, per i francesi divenne la Perla Nera, per gli inglesi, era già passata alla storia come il Tornado del Tennessee. Vinse con disarmante facilità le medaglie dei 100 e dei 200. Per la 4×100 rischiò di perdere il testimone e di incorrere in un errore fatale, ma superò l’avversaria e volò da sola verso il filo di lana.
Dopo il suo ritiro nel 1963 si dedicò all’insegnamento e alla Wilma Rudolph Foundation che continua ancora oggi ad aiutare i bambini a superare gli ostacoli della vita. «Credetemi, la ricompensa non è così grande se non si è lottato duramente» era il suo messaggio. Nessun campione olimpico ha dovuto lottare di più per le sue ricompense. Nel villaggio Olimpico quasi nessuno era riuscito a resistere alla seduzione di quella sirena nera. «In giro c’era una povertà gioiosa – ricorda di quei giorni Livio Berruti – l’ambiente romano in occasione dei Giochi era esploso in tutta la sua bellezza, ricordo un grande slancio verso il futuro e una forma di partecipazione che ai giorni nostri, purtroppo, si è persa. Wilma Rudolph, sembrava una dea partorita per rendere ancora più speciale quell’edizione». Tra Livio e Wilma ci fu appena il tempo di un flirt, uno scambio di tute al villaggio e qualche breve passeggiata. Ma in epoca di Dolce Vita, quello fu il più tenero dei gossip della stagione olimpica. Gli italiani erano stati risucchiati in una specie di suggestione collettiva. L’uomo e la donna più veloci del mondo. Un bianco e una nera. L’italian boy con gli occhiali scuri e la gazzella del Tennesse. Il futuro ingegnere di Torino con la maestrina dal passato doloroso. Lui aveva trionfato in un 200m passato alla storia come una delle imprese italiane più clamorose dei Giochi Olimpici. Era il 3 settembre 1960. Livio Berruti era stato il primo europeo a conquistare l’oro in quella gara e a regalare i 20 secondi che ognuno avrebbe caricato nel patrimonio genetico dei propri ricordi. Prematuramente, proprio come era nata, arrivò anche la morte. Il 12 novembre del ‘94, Wilma Rudolph se ne andò per un tumore al cervello. Le mani che la abbracciarono nei suoi ultimi giorni di vita furono ancora più calorose di quelle dei suoi fratelli che le avevano massaggiato le gambe durante il periodo della poliomielite.
Il libro autobiografico che ci ha lasciato è un’antologia di commoventi citazioni. «Non bisogna mai sottovalutare il potere dei sogni e l’influenza dello spirito umano. Siamo tutti uguali sotto questa luce. Dentro ognuno di noi c’è il seme di una potenzialità che ci può rendere grandi.»

Giampiero Vigorito

Giornalista, ha partecipato come autore e come conduttore a programmi radio e televisivi. Coautore di un'Enciclopedia del Rock (Teti Editore, 1981), ha pubblicato la biografia Burt Bacharach, The book of love (Coniglio editore, 2008). Nel 2012, in occasione delle Olimpiadi di Londra, ha scritto e condotto su Radio3 in 20 puntate il programma Leggende Olimpiche.

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