Marina Abramović è una artista famosa in tutto il mondo per la potenza delle sue performance, antesignana della performing art.
Nasce il 30 Novembre 1946 in Jugoslavia, durante la dittatura di Tito. I suoi genitori, Vojin e Danica, sono eroi di guerra: il padre era un partigiano, mentre la madre aveva il grado di maggiore.

Marina passa i primi sei anni della sua vita con Milica, la nonna materna, salvo poi tornare dai genitori, con la nascita del fratello, nel loro grande appartamento in centro a Belgrado. L’infanzia e l’adolescenza non sono facili: i genitori litigano violentemente, fino ad arrivare al divorzio, e anche la stessa Marina viene percossa dalla madre. Nonostante ciò, Danica sostiene sempre la passione della figlia verso l’arte, tanto che è proprio nella delicata età adolescenziale che a Marina viene una grande illuminazione:

“Perché dipingere? Perché limitarmi a due dimensioni, quando potevo fare arte con il fuoco, l’acqua, il corpo umano? Qualunque cosa!”
(Abramović, Attraversare i muri, 2016, p. 44).

Nel 1965 si iscrive all’Accademia di Belle Arti di Belgrado. Durante i suoi anni di studio, nel mondo scoppiano le rivolte del ’68. Marina, in questo periodo, forma un gruppo con alcuni suoi compagni di corso: nasce il Gruppo 70, composto da ragazzi e ragazze che vogliono trovare forme d’arte diverse dalla pittura. Tra i membri del gruppo c’è Neša, che diventerà il primo marito di Marina: questa unione ha vita breve perché poco tempo dopo lei conosce il fotografo e artista Ulay. Marina comincia a fare performance in giro per il mondo, come Rhythm 0. In questo lavoro l’artista rimane in piedi dietro ad un tavolo pieno di oggetti, tra i quali ci sono un martello, una piuma, una rosa, una sega, e persino una pistola con un bossolo accanto. Il pubblico, tramite l’uso di questi strumenti, può interagire liberamente con Marina, usando contro di lei o a suo favore ciascun oggetto.

In Art Must Be Beautiful, 1975 l’artista pettina la sua massa di capelli neri con un pettine di metallo, ripetendo la frase (“l’arte deve essere bella”) fino a graffiarsi il viso e sanguinare. Un gesto semplice e simbolico dell’universo femminile e l’evocazione di quell’”imperio” della bellezza che governa le vite dell’arte e delle donne.
Un’altra performance, Thomas Lips, prevede una serie di azioni: mangiare un chilo di miele, bere un bicchiere di vino rosso, rompere questo bicchiere con la mano destra, incidersi una stella a cinque punte sulla pancia utilizzando una lametta, frustrarsi e, infine, sdraiarsi sopra ad alcuni blocchi di ghiaccio. Al termine di questa esecuzione, è proprio Ulay a curare le ferite e prendersi cura di lei. Si presenta come un fotografo, con il viso da un lato incipriato e dall’altro trasandato. I due giovani scoprono, in seguito, di avere molte cose in comune, tra le quali essere nati lo stesso giorno; iniziano una relazione e una convivenza ad Amsterdam:

“Ci sono coppie che, quando iniziano a convivere, comprano pentole e padelle. Ulay e io cominciammo a progettare di fare arte insieme”
(Abramović, Attraversare i muri, 2016, p. 103).

Inizia la collaborazione artistica tra Marina e Ulay. In Relationship in Space, eseguita a Venezia, si posizionano a venti metri di distanza l’uno dall’altra, per poi corrersi incontro e scontrarsi. Il lavoro continua fino alle ultime capacità di resistenza psicologica e fisica. In Rest in Energy, performance eseguita a Dublino, Marina regge un arco e Ulay ne tende la corda, tenendo fra le dita una grossa freccia che punta dritto al cuore della sua ragazza. La loro relazione procede a gonfie vele, così, durante un viaggio in Australia, la coppia progetta di sposarsi: sarebbero partiti da due punti diversi della Grande Muraglia cinese e avrebbero celebrato il matrimonio nel punto d’incontro. Le cose, però, cominciano ad incrinarsi quando Ulay esprime il desiderio di avere un figlio con Marina, la quale rifiuta per dedicarsi all’arte. La coppia comincia a nutrire sentimenti di rabbia, a cercare altre relazioni. Lei decide di partire per un viaggio in India, ma lui la cerca e si rimettono insieme, nonostante le cose non siano più come prima. Dopo qualche peripezia, riescono ad andare in Cina per il loro progetto. Quando si incontrano, però, Marina scopre che il compagno ha messo incinta la propria guida/interprete, che lo ha accompagnato durante la camminata. Quel momento segna la fine della loro relazione, affettiva e artistica, durata dodici anni.

Marina torna ad Amsterdam da sola e compra casa.
Nel 1997 Marina porta alla Biennale di Venezia Balkan Baroque. In questa performance, l’artista vuole denunciare gli orrori della guerra scoppiata in Jugoslavia: siede sopra a un mucchio di ossa di bovino e le pulisce da carne e cartilagine; nel frattempo intona canti popolari della sua infanzia. Grazie a questo lavoro ottiene il Leone d’Oro.

Un mese prima di eseguire questa performance, Marina conosce Paolo Canevari, un altro tenebroso artista, e ne rimane ammaliata. Lui è sposato, ma decide di divorziare per Marina; così la neo coppia si trasferisce a New York. La loro relazione dura dodici anni, ma poi Paolo si innamora di un’altra donna. Marina, a questo punto, si trasferisce in periferia, a due ore e mezza da New York, ma la sua arte non si ferma. Nel 2010, infatti, porta al Museum of Modern Art la famosissima performance The Artist Is Present. In un ampio spazio del museo vengono collocati un tavolo con due sedie, una delle quali viene occupata dall’artista stessa, l’altra a una persona qualunque del pubblico. I protagonisti della performance si guardano negli occhi: una relazione essenziale, primaria, non affrontabile senza suscitare emozione. A sedersi davanti a lei, a un certo punto, si presenta anche Ulay generando un momento di potente energia e amore.

Nel medesimo anno, Marina esprime il desiderio di creare il Marina Abramović Institute (MAI), ma deve presto cambiare prospettiva: i costi per la costruzione dell’edificio sono troppo elevati. L’idea, a questo punto, prende una nuova forma e nasce un nuovo slogan: “Non venite da noi. Siamo noi che veniamo da voi” (Abramović, Attraversare i muri, 2016, p. 392). Ecco che, quando le istituzioni chiamano il MAI, i collaboratori vanno a insegnare loro il Metodo Abramović: un programma per portare avanti le idee dell’artista.

Marina Abramovic ha espresso una grande capacità di visione e di affermazione del valore dell’arte e del suo corpo: il gesto dell’artista opera come quello di una officiante, di una sacerdotessa in grado di entrare nel cuore delle relazioni umane e di trasformarle.
Body art, perfmorming art, arte concettuale: nei suoi interventi queste poetiche si incrociano e la sua popolarità ha reso possibile anche interazioni con altre artisti e artiste e personagge (coe Lady Gaga).

*voce a cura di Gioia Campagnolo
Laureata in “Scienze e Tecniche di Psicologia Cognitiva” e studentessa di “Psicologia Clinica” presso l’Università degli Studi di Trento. Partecipa al gruppo SCRIBUNT: (Gruppo di) Scrittura di Biografie – Università di Trento (referenti Maria Barbone, Susanna Pedrotti, Lucia Rodler).

Fonti, risorse bibliografiche, siti su Marina Abramović*

http://www.marinaabramovic.com/bio.html
Abramović Marina, Kaplan James, Attraversare i muri: un’autobiografia, Bompiani, 2016.

Poli Francesco, Bernardelli Francesco, Arte contemporanea: dall’informale alle ricerche attuali, Mondadori, 2007.

Rosa Giulia, Tonani Lorenza, Marina: vita di Marina Abramović, Hop!, 2018.



Voce pubblicata nel: 2024

Ultimo aggiornamento: 2024