Carla Fracci

Milano 1936 - vivente
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Avrebbe voluto “far la parrucchiera”. È diventata l’icona italiana del balletto e una delle più fulgide étoiles del panorama mondiale. Carla Fracci. Una vita, la sua, che pare una fiaba, come appunto sono quelle della danza: magiche, trasognate.

Carla Fracci nasce a Milano il 20 agosto 1936, per un pelo ancora nel segno del Leone. Il padre è tranviere, la mamma casalinga. Ha una sorella più piccola. Carla è gracilina, ma ha “un bel faccino”. Sarà quello a farla accettare, come riserva, alla Scuola di ballo della Scala dove viene presentata nel 1946, su suggerimento di un’amica di famiglia, a dieci anni. La guerra è appena finita. L’Italia esce a fatica dagli orrori e dalla distruzione. Carla l’ha trascorsa da sfollata nel cremonese, in campagna, tra campi, fiori, animali da cortile. Niente giocattoli. È una ragazzina serena. La novità della scuola di ballo non la entusiasma più di tanto. Le lezioni sono piuttosto noiose. Però col passare degli anni, l’allieva manifesta interessanti progressi, avvisaglie che non sfuggono all’occhio vigile delle insegnanti, tanto che al “passo di addio” delle diplomande (dopo i regolamentari dieci anni di scuola) è scelta per un piccolo ruolo di coprotagonista nel balletto Le spectre de la rose, accanto a Mario Pistoni, primo ballerino della Scala. Una gratificazione significativa per la giovane allieva Fracci. Il balletto viene programmato in coda a La sonnambula, protagonista Maria Meneghini Callas. Serata trionfale, per la Divina e per la ballerina debuttante. È il 1955. L’anno termina (la sera del 31 dicembre) con l’inattesa consacrazione di Carla Fracci, quando sostituisce all’ultimo momento la celebre Violetta Verdy in una recita di Cenerentola.

Carla Fracci aveva ormai deciso il suo ruolo nella vita. Era avvenuto per folgorazione alcuni anni prima mentre, nei panni di un paggio, partecipava a una recita scaligera di Margot Fonteyn ne La bella addormentata nel bosco. L’incontro con l’étoile inglese era stato decisivo: diventare grande come “lei”, la inarrivabile Margot, alla quale poi si legò in una profonda amicizia. Qualche anno più tardi, Carla Fracci sarebbe stata definita “mia figlia” da un’altra stella mondiale della danza, Alicia Markova. Avvenne al Festival di Nervi, dove la giovane Fracci era stata inserita nello storico pas de quatre, divertissement coreografato nel 1845 da Jules Perrot per mettere a confronto le quattro mitiche danzatrici del suo tempo, una delle quali era Maria Taglioni.

È cominciata così la carriera di Carla Fracci, bruciando tutte le tappe con colpi d’ala a livello internazionale. A ventidue anni era prima ballerina della Scala, sogno per realizzare il quale non si era risparmiata, impegnando tutte le sue forze. E tuttavia, solo quattro anni dopo, decideva di “rompere” con il suo teatro, che l’aveva delusa. “Fu quando tolsero dal cartellone il mio balletto, senza avvertirmi. Era una questione di rispetto e su questo non potevo transigere”. E qui il carattere. Con quel viso d’angelo, quella grazia e movenze da libellula, la giovane étoile sapeva essere irremovibile. Si trasferì a Londra, al London Festival Ballet, da dove la sollecitavano da tempo. Nel 1959 vi aveva debuttato con Giselle, riprendendo il ruolo dopo Markova e Chauviré e il «Telegraph» aveva scritto The last Giselle was the best. Giselle è il balletto romantico per eccellenza, in cui la protagonista, impazzita per amore, viene accolta dalle Villi, le fanciulle morte alla vigilia delle nozze. La coreografia esige dalla danzatrice di ballare “senza corpo”. Essere uno spirito, irreale. In questo ruolo (debuttato alla Scala nel 1958, ballato oltre cinquecento volte in tutto il mondo) Carla Fracci non ha a tutt’oggi rivali, nemmeno tra le grandissime. Inimitabile, proverbiale, il suo port de bras. Della Giselle che ballò con il leggendario danzatore danese Erik Bruhn, divenuto suo partner storico, nel 1969 fu anche realizzato un film. Tra gli altri partner, tutti i più grandi del suo tempo, ci sono Rudolph Nureyev, Paolo Bortoluzzi, Vladimir Vassiliev, Antonio Gades, Mikail Barishnikov, Gheorghe Iancu.

Anche le Compagnie straniere di cui Fracci fu abitualmente ospite erano le più prestigiose del mondo: London Festival Ballet, Royal Ballet, Stuttgart Ballet, Royal Swedish Ballet. American Ballet Theatre, come i coreografi, dai classici ai contemporanei Cranko, Dell’Ara, Loris Gai, Rodrigues, Nureyev, Butler, Miskovitch, Béjart, Tetley e molti altri.

Nel 1964 Carla Fracci aveva sposato Beppe Menegatti, classe 1929, regista teatrale prolifico e fantasioso, già aiuto di Luchino Visconti, autore di parecchi spettacoli creati per sua moglie. Carla e Beppe sono insieme da cinquantasei anni. “Ci è voluta molta pazienza e civiltà, soprattutto la volontà di stare insieme, costi quel che costi”. Nel 1969 hanno avuto un figlio, Francesco, architetto, sposato con Dina e a sua volta padre di due maschi, Giovanni e Ariele. “I nipoti, meno male che ci sono – dice Carla Fracci – mi piace fare la nonna. Con loro sono ovviamente meno severa di quanto non lo sia stata con Francesco, ma mi oppongo a un eccesso di televisione e faccio di tutto perché non perdano il contatto con la natura. Avrei desiderato avere un secondo figlio. Purtroppo gli incessanti impegni di lavoro mi avrebbero fatto una madre distante”. Già un figlio, per una ballerina, è una scelta coraggiosa non comune. Carla ballò fino all’ultimo anche in gravidanza, in una coreografia su una poesia scritta per lei dal Premio Nobel Eugenio Montale. È da allora che ha assunto il vezzo di vestire di bianco, suo colore preferito da sempre. Un look che si addice perfettamente a una danzatrice, e in particolare a lei, che ha la struttura fisica della ballerina per antonomasia, fino all’attaccatura dei capelli, con la punta al culmine della fronte e un viso di straordinaria espressività.

Universalmente considerata una delle più grandi ballerine del Novecento (già nel 1981 il «New York Times» la definiva “prima ballerina assoluta”), ancor prima di diventare un’icona, Carla Fracci possedeva la dote calamitante di farsi riconoscere fra tutti. Così era per personaggi indimenticabili come Maria Callas, Rudolph Nureyev, Grace Kelly, Gianni Agnelli. Quella fotogenìa che, scontata una avvenenza non indispensabile, permette di esercitare anche dall’immagine stampata un’attrazione poderosa. Taglioni del nostro tempo? Forse. Certo Fracci vanta una rosa di talenti artistici che vanno ben oltre quello di ballerina classica, sua qualifica ufficiale. Il solo repertorio coreutico (circa centocinquanta ruoli) spazia fino ai ruoli passionali, violenti, tormentati del grande teatro. Accanto ai popolarissimi e incantatori (Lago dei cigni – Odette e Odile), Romeo e Giulietta, La Silfide, Coppelia, Lo schiaccianoci) ha interpretato balletti come Le jeu de cartes, Fantasmi al grand’hotel, I sette peccati capitali, La follìa d’Orlando, soggetti di tutt’altra matrice. È stata una straordinaria Gelsomina de La Strada di Fellini, ruolo creato per lei da Mario Pistoni sulle musiche di Nino Rota. Seguendo l’estro e la regia dell’inesauribile marito Menegatti, ha dato vita a personaggi come Medea, Pantea, Titania (dal Sogno di una notte di mezza estate), Ariel (La Tempesta), Luna (Nozze di sangue), Ofelia (Amleto), Turandot. Spettacoli spesso eseguiti con piccole compagnie formate da lei e dal marito con giovani allievi di modesta esperienza e allestiti in centri piccoli e piccolissimi (rimane proverbiale Budrio in provincia di Bologna). È ciò che le hanno spesso aspramente contestato critica e pubblico, incolpandola di essersi “buttata via”. Lei risponde:

Ho danzato nei tendoni, nelle chiese, nelle piazze. Sono stata una pioniera del decentramento. Volevo che questo mio lavoro non fosse d’élite, relegato alle scatole d’oro dei teatri d’opera. E anche quand’ero impegnata sulle scene più importanti del mondo, sono sempre tornata in Italia, per esibirmi nei posti più dimenticati e impensabili. Ho lavorato moltissimo. Nureyev mi sgridava. Chi te lo fa fare, ti stanchi troppo… Ma a me piaceva così e il pubblico mi ha sempre ripagato. Se sono famosa me lo sono guadagnato. La fortuna non te la regala nessuno.

Contemporaneamente, lei calcava i più grandi palcoscenici del mondo, dal Metropolitan al Covent Garden, dal Bolshoi a Tokyo, Cuba e, ovviamente, tutti gli enti italiani, dalla Scala alla Fenice di Venezia, al san Carlo di Napoli, al Regio di Torino, al Comunale di Bologna, al Verdi di Trieste, all’Arena di Verona, al Massimo di Palermo, all’Opera di Roma.

Carla Fracci ha anche affrontato brillantemente il non facile genere del musical e l’esperienza, rivelatasi felice, del cinema, interpretando la parte di Giuseppina Strepponi, seconda moglie di Verdi, nella produzione televisiva sulla vita del Compositore, regista Renato Castellani; o la personalità tormentata di un mito del teatro di prosa: Eleonora Duse.

Una vita come quella di Fracci registra episodi, fatti, aneddoti. A Paestum la recita più difficile: quando dovette far cospargere il palcoscenico di Coca Cola per non scivolare. Al Festival di Cuba del 1998 al Teatro Nacional si verificò un fatto inimmaginabile. Alicia Alonso, leggenda assoluta del Balletto cubano, la divina ormai traballante, installata a fatica nel palco reale da uno stuolo di servizievoli porteurs, fu vista alzarsi in piedi per applaudire la giovane Fracci. Gesto che solo a Cuba poteva esser compreso nella sua eccezionalità. La platea vide e ammutolì.

Fieramente impegnata culturalmente e politicamente per la tutela del balletto, Carla Fracci è anche stata chiamata a dirigere il corpo di ballo di vari enti: il San Carlo di Napoli (anni Ottanta), l’Arena di Verona (1996-97) smantellato per questione di budget; il Teatro dell’Opera di Roma, incarico che gestì insieme al marito Menegatti (2000-2010). È stata membro dell’Accademia delle Belli Arti di Brera, presidente dell’Associazione ambientalista Altritalia Ambiente. Dal 2009 è assessore alla cultura della provincia di Firenze. Cavaliere di Gran Croce, nel 2004 fu nominata Ambasciatore di Buona Volontà della Fao.

Carla Fracci e Beppe Menegatti abitano a Milano. Con un buen ritiro sui colli toscani, a una decina di chilometri da Firenze, un casolare quattrocentesco a suo tempo di proprietà dell’Ospedale degli Innocenti, dove venivano ospitati nell’anonimato i bambini illegittimi, spesso figli di grandi casate. Menegatti (maestro in allestimenti e gran chef in cucina) l’ha fatto ristrutturare splendidamente. E c’è la grande struttura con la sala-ballo per l’esercizio quotidiano di Carla. Perché la calzamaglia resta il suo indumento indispensabile, “come – dice lei – dovrebbe essere per ogni ballerina”, categoria dalla quale l’étoile Carla Fracci non darà mai le dimissioni.

Carla Maria Casanova

Nata a Monza il 1 agosto 1936 da padre italiano e madre belga. Giornalista professionista. Laureata in architettura, dopo uno stage nella scenografia del Teatro alla Scala con Nicola Benois, si è dedicata esclusivamente alla scrittura, con specializzazione Cultura e Teatro musicale. Ha pubblicato un po’ di libri, iniziando con Renata Tebaldi, la voce d’Angelo (Electa, Milano 1981, tradotto in francese, inglese, russo) e terminando (per adesso) con Il gesto e la musica (Zecchini Editore, 2016, terza edizione) che racconta i suoi 66 anni di vita spericolata a tu per tu con i più grandi. Chi inizia a leggere non la smette più.

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