Marie Durand

Bouschet-de-Pranles 1711 - 1776
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Resister (scritto register, secondo la pronuncia occitana): questa la parola che si vede incisa sulla vera del pozzo nella torre di Costanza, attribuita a Marie Durand. In questo solo verbo si può ancora leggere la forte determinazione e la coerenza nella scelta radicale di una vita intera volta a difendere il proprio credo religioso e la propria libertà di coscienza.
Rispetto ad altre eroine della storia francese, la vicenda di Marie Durand e delle compagne ugonotte, con lei rinchiuse durante l’Illuminismo – eroine senz’altro di una fede incrollabile – è poco nota se non nella cerchia del mondo protestante, ma sicuramente degna di conoscenza e di considerazione, in quanto simbolo di una resistenza non-violenta e di una vincente tenacia.
Siamo sulla costa sud della Francia, nella regione della Linguadoca, a una trentina di chilometri da Nîmes e da Montpellier, a Aigues Mortes, cittadina che s’affaccia sul golfo del Leone, il cui toponimo, in occitano, significa “acque morte” a indicare il tipico paesaggio della Camargue, costituito da paludi e acquitrini.
Nel XVII secolo le acque stagnanti, l’umidità, la malaria, il freddo, portato dai violenti venti del nord, fanno di questo territorio un ambiente assai desolante e inospitale. A rendere ancora più austera la cittadina di Aigues Mortes sono le mura che la circondano e da cui si ergono quindici torri. Di queste la più famosa è certamente la Tour de Constance, un massiccio bastione in muratura composto da due sale sovrapposte, una al piano basso e una al primo piano, dove la luce penetra attraverso una piccola feritoia. La torre, alta 33 metri con un diametro di 22 metri, era stata fatta erigere da Luigi IX, tra 1242 e il 1248, in difesa del porto commerciale.
In quest’epoca la popolazione, in prevalenza cattolica, si raggruppa attorno alle quattro chiese. Vi è anche una chiesa protestante fondata nel 1560, dove i fedeli possono professare la loro religione fino al 29 agosto del 1685, anno in cui viene revocato l’editto di Nantes, che dal 1598 garantiva agli ugonotti la libertà di culto in Francia.
Da questo momento Aigues Mortes e, in particolare, la Tour de Constance rappresentano luogo di oppressione e di prigionia per tutti coloro, seguaci di Calvino, che sorpresi a praticare la loro fede clandestinamente e rifiutando di convertirsi al cattolicesimo o al più di scegliere la strada dell’esilio, divengono vittime di una crudele e durissima persecuzione.
È proprio qui, nella famigerata torre di Costanza, in quegli anni destinata solamente alle donne, che viene rinchiusa nel 1730 Marie, in quanto sorella del pastore Pierre Durand. Questi aveva, infatti, esercitato, pur clandestinamente, il suo ministero nella regione del Vivarais, fino alla sua cattura e alla conseguente impiccagione, avvenute a Montepellier nel 1732; il suo martirio diventa attestazione di fede e motivo d’incoraggiamento per i credenti.
Già il padre Étienne era stato imprigionato nel 1704 per aver aderito ai movimenti del profetismo e della stessa madre non si ebbero più notizie a seguito della sua carcerazione.
Marie, prossima al matrimonio con Matthieu Serre, molto più vecchio di lei, quando arriva alla torre trova altre 28 donne e alcuni bambini nati in quel luogo.
Malgrado la sua giovane età – 19 anni appena -, malgrado il dolore per la fine del caro fratello Pierre, diventa per le compagne un importante punto di riferimento e di consolazione, contro l’angoscia di sentirsi murate vive, contro l’insidia di un’attesa senza speranza e contro le lusinghe, le tormentanti promesse di liberazione che i cattolici mettono in moto per farle abiurare dal loro credo.
Durante la prigionia Marie scrive numerose lettere sia personali che a nome delle sue compagne.
Alcune di queste, inviate al pastore di Nîmes, Paul Rabaut, sono di richiesta di aiuto, vere suppliche. «Notre santé est fort altérée à presque toutes. Au nom des entrailles de la divine miséricorde, donnez-vous tous les soins possibles pour nous arracher de notre sépulcre affreux», o di ringraziamento verso coloro che si adoperano per la loro causa.
Vi è infine un altro gruppo di lettere, più intime, assai toccanti, colme di premura e tenerezza, quelle inviate alla nipote Anne, figlia di Pierre, rifugiata a Ginevra, amorevolmente considerata da Marie una figlia. «je t’aime autant qu’on est capable d’aimer» e ancora «C’est la grâce de mon Dieu qui veut adoucir mes amertumes. Adieu, mon cher ange, mon tout. Crois-moi non une bonne tante, mais une tendre mère».
Soltanto nel luglio del 1759 riescono ad abbracciarsi, quando Anne, tornata a vivere in Francia proprio nella casa paterna, va a trovare la zia in prigione, che la designa sua erede universale. Profonda sarà tuttavia la sua amarezza quando apprenderà che la nipote, per sposare un facoltoso cattolico, rinnegherà la religione protestante.
Sono lettere assai preziose perché permettono di conoscere la storia di Marie e delle sue compagne, che altrimenti sarebbe caduta nell’oblio. Esse descrivono le inumane condizioni di vita all’interno della torre, la fragilità, il dolore, lo sconforto, ma nondimeno anche la fiducia in Dio e l’illusione di una futura liberazione che malgrado tutto sostiene le prigioniere.
Rappresentano inoltre la viva testimonianza di un temperamento combattivo, di un animo eroico, capace di sopportare, nella convinzione di un credo ostinato, senza riserve, incertezze o cedimenti, anni e anni di sofferenza e di lotta.
Marie soffre di reumatismi, si ammala di malaria, ma non smette mai di occuparsi delle sue compagne di sventura, con cui condivide, in quell’angusto spazio, la sofferenza e la speranza, in ogni attimo del giorno e della notte. Private infatti da qualunque intimità esse traggono in questa forzata vita di comunità reciproco sostegno, una solidarietà che permette alla maggior parte di loro di non soccombere.
Freddo, umidità, buio, parassiti, malattie, fame è quanto caratterizza la vita dentro la cella, ma è soprattutto la monotonia ciò che più logora le recluse, una monotonia spezzata dal tempo privilegiato dedicato alla preghiera e alla lettura della Bibbia.
In quegli anni di prigionia c’è un avvicendarsi di donne di tutte le età – in tutto 84 sono le recluse elencate dalla Durand nelle sue lettere -, alcune delle quali, convertendosi al cattolicesimo, otterranno la libertà, altre, molte, o perché malate o perché vecchie, moriranno.
Tra queste c’è Isabeau Menet, imprigionata nel 1737 per aver partecipato a un’assemblea protestante, che diviene grande amica di Marie. Entrambe si prenderanno cura del piccolo che Isabeau partorirà. Dalla Torre però quest’ultima uscirà pazza.
Per un definitivo cambiamento occorre aspettare l’arrivo del nuovo comandante della Linguadoca, il principe de Beauvau; questi, facendo proprie le idee di tolleranza e di libertà che in questo periodo circolano per la Francia e in Europa, dopo esser stato in visita a Aigues Mortes e rimasto sensibilmente colpito dalle condizioni delle povere prigioniere, si prodiga per la loro scarcerazione.
Marie Durand esce il 14 aprile del 1768, assieme a Marie Vey, con la quale torna a vivere nella sua casa natale, a Bouschet-de-Pranles. Nello stesso anno verranno rilasciate le ultime prigioniere.
Sono trascorsi 38 anni, 38 anni di una pacifica battaglia da lei condotta senza tregua e rassegnazione, dentro le mura di una tetra cella, fino al giorno della sua liberazione.
Nel 1772 il pastore Rabaut impetra per lei presso il Consistorio di Amsterdam un vitalizio di 200 libbre.
All’età di 61 anni muore quasi in povertà.
La casa di Bouschet-de-Pranles, acquisita da la Société d’Histoire du Protestantisme Français, è oggi museo in memoria di Pierre e Marie Durand.
Un’ardente vocazione di fedeltà a Dio, un coraggio tenace, un’incrollabile volontà, espressi in quel resister, costituiscono la norma costante della sua vita. Una promessa ripetuta, rinverdita, scolpita sulla pietra, come impegno, esortazione, comandamento da rendere per sempre indelebile Un messaggio, più che religioso, etico e di estrema coerenza, portato al suo massimo compimento in ogni istante dell’esistenza di Marie Durand.

Fonti, risorse bibliografiche, siti

Bruna Peyrot, Le prigioniere della Torre, Giunti, 1997

Gamonnet Étienne, Lettres de Marie Durand, Montpellier, Presses du Languedoc, 1986

Charles Bost, Les Martyrs d'Aigues- Mortes

Grazia Frisina

Vive in Toscana. Presso la biblioteca San Giorgio di Pistoia ha curato La gioia diventa un dipinto, incontro sulla poesia di Emily Dickinson, tra arte e musica (2014), e il dialogo poetico Ricordi come raccoglievamo i narcisi sulla storia d’amore fra Sylvia Plath e Ted Hughes (2015). Ha promosso e organizzato la I e II edizione della manifestazione Di musica e poesia nel comune di Malcesine.
Ha partecipato a Notturni di versi di Portogruaro (2016).
Ha pubblicato il romanzo A passi incerti (Pagliai ed., 2009- finalista “Premio Firenze” 2009), il dramma poetico sulla Shoah Cenere e cielo (Carabba ed., 2015) e quattro raccolte poetiche: Dell’imperfetto sentire (2006), Foglie per maestrale (ed. Il caso e il vento, 2009), Questa mia bellezza senza legge (ed. Sassoscritto, 2012), Innesti (Nomos ed., 2016).

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