Violette Leduc

Arras 1907 - Faucon 1972
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Me ne andrò come sono arrivata. Intatta, carica dei difetti che mi hanno tormentata. Avrei voluto nascere statua, invece sono una lumaca sotto il suo strame. La virtù, le qualità, il coraggio, la meditazione, la cultura. A braccia conserte, mi sono spezzata contro queste parole. (La Bastarda)

Violette Leduc nasce nel 1907 ad Arras, una cittadina nel nord della Francia, in una poverissima camera d’affitto, figlia di una domestica sedotta dal figlio del padrone. Resta per tutta la vita “la bastarda”, come recita il titolo di un suo libro; sensibilissima e appassionata, innamorata delle donne e degli omosessuali, coltiva la sua vocazione al dolore con gli amori infelici, corteggia la follia e si racconta in un linguaggio unico, intensamente personale, lirico e carnale allo stesso tempo.
L’infanzia è per lei un “duro paradiso” vissuto accanto a una madre autoritaria e ferita, che lei ama appassionatamente senza riuscire a placarne il rancore, e alla nonna Fidéline, tenera e consolatrice, che però muore quando lei è ancora bambina. A quattordici anni, la madre si risposa e la spedisce in collegio. La collegiale ribelle, insofferente alle regole, che si tormenta per la sua bruttezza – un viso ingrato su un corpo snello di ragazzina – comincia a costruirsi un personaggio di “mostro” che esibirà sventolandolo come una sfida. Ma il collegio è per Violette anche il luogo privilegiato del primo amore per la compagna Isabelle, con cui vive una passione fatta di notti bianche e di clandestinità mozzafiato. Dalla scoperta del desiderio e della fusione totale con un altro essere nascerà, anni dopo, Thérèse e Isabelle spregiudicata e poetica esplorazione della sessualità femminile che suscita scandalo nei contemporanei. A Isabelle succede Denise, una giovane sorvegliante. Le due vengono scoperte ed espulse dal collegio, ma si ritrovano e vivono insieme “sei anni di grande felicità e due anni di grande infelicità”.
A Parigi, Violette trova lavoro da un editore, ma il tran tran dell’ufficio la stufa; è capricciosa, esigente, incapace di adattarsi al quotidiano. Presso una casa produttrice di sceneggiature, dove fa la centralinista, incontra Maurice Sachs, scrittore ebreo omosessuale ironico e raffinato, di cui si invaghisce. Nel 1939, allo scoppio della guerra, sposa un vecchio amico, il fotografo Jacques Mercier. È un matrimonio sui generis, tra due ipersensibili, nevrotici ed egocentrici, che si separano con un violento litigio quando Jacques scopre che Violette, incinta, ha abortito rischiando la vita. Nel 1942 Sachs, che durante la guerra si guadagna da vivere in modo equivoco, la invita a partire con lui per la Normandia. Lì, annoiato dai suoi racconti d’infanzia, le ingiunge di tacere e mettersi a scrivere. È davanti a una rustica casa di villaggio, seduta sotto un melo, che Violette scrive il suo primo romanzo, L’asfissia, che rievoca i suoi primi anni nel piccolo mondo soffocante della provincia. Poi Sachs parte per la Germania (dove finirà tragicamente una carriera di collaborazionista, fucilato dai tedeschi) lasciando Violette a vivere di mercato nero, un’attività che lei pratica con entusiasmo e che, sincera come sempre, confessa nei suoi libri.
Nel febbraio 1945, nella Parigi liberata, accade l’evento forse più importante della sua vita: acconciata a festa, tremante, con il suo manoscritto sotto il braccio, Violette entra al Cafè Flore per incontrare Simone de Beauvoir, di cui ha tanto sentito parlare. È un’apparizione (“quelli che amo, mi appaiono”), l’evento che le cambia la vita. Da quel giorno, de Beauvoir (“Madame”) è il suo amore impossibile, il suo sogno e delirio, la sua consigliera, protettrice, finanziatrice e editor. In oltre vent’anni di incontri regolari, de Beauvoir – pur se esasperata dal vittimismo, dai lamenti, dall’amore infelice che trabocca senza ritegno da Violette – la sprona, corregge e sostiene. Violette è “affamata” di Simone (L’affamata, 1948, è un’appassionata dichiarazione di amore folle e impossibile, che invade la vita e diventa scrittura: “Quando vi presenterò il mio quaderno saranno i baci che non vi darò mai”). Simone, decisa, calma, razionale, è affascinata dal talento e dalla sincerità di Violette, ma respinta dal suo aspetto e conscia della sua nevrosi al punto da trattarla da “caso clinico”. È lei a presentarla agli editori e a pagarle una pensione per dieci anni, con l’aiuto di Sartre, per permetterle di scrivere senza dover lavorare.
Altro incontro folgorante è quello con Jacques Guérin. Ricco, bello, colto e omosessuale, Guérin è amico dello scrittore “maledetto” Jean Genet e mecenate di artisti. Anche a lui, come a de Beauvoir, Violette prodiga un’adorazione da mendicante, da commediante, da pazza scatenata, che lo metterà a dura prova.
Per anni Leduc, autrice di libri lodati dai critici ma ignorati dal pubblico, vive in un misero appartamento, soffrendo della solitudine affettiva e sessuale che tormenta tante donne della sua età, ma che lei si rifiuta di nascondere sotto un mantello di perbenismo. Coltiva manie di persecuzione, passa sei mesi in una clinica psichiatrica, ma a guarirla non sono le cure bensì i viaggi a piedi per la Francia, il contatto con la terra e la natura, e la pratica costante della scrittura. Il successo arriva nel 1964 con La Bastarda, in cui racconta la sua vita fino al 1944. Nella prefazione, de Beauvoir mette in evidenza la sincerità, l’integrità, il coraggio di Leduc, la sua libertà dalle convenzioni e dagli intellettualismi, la sensualità del suo linguaggio che porta “alla superficie il cuore delle cose” e la portata sovversiva della sua poetica, che prende su di sé le nostre umane meschinità e contraddizioni e “le libera dall’onta: nessuno è mostruoso quando tutti lo sono”.
Violette, che “preferisce l’amore al successo”, accoglie la notorietà con gioia, ma anche con diffidenza. I soldi, invece, la fanno felice. Lei, povera in canna, tirchia per necessità e per abitudine, può finalmente indulgere alla sua passione smodata per i vestiti e comprarsi una casa a Faucon, il paese della Provenza che da anni ha adottato come seconda patria. Per lei – che sa ascoltare e rendere la natura con una felicità espressiva paragonabile solo a quella di un’altra grande scrittrice francese, Colette – è qui che si trova la sola pace possibile, la sola felicità. Ed è qui che muore, dopo una serie di operazioni a seguito di un cancro al seno, nel 1972. Dice di lei Kate Millett (In volo, 1974):

Così leggo La bastarda di Leduc. L’ha già scritto lei, il libro perfetto. Una coraggiosa letterata lesbica. Un capolavoro. Ha detto tutto. Non gliene fregava niente. C’è riuscita.

Fonti, risorse bibliografiche, siti

Opere di Violette Leduc:
- L’asphyxie (1946);
- L’affamée (1948);
- Ravages (1955);
- Thérèse et Isabelle (1955-1966);
- La vielle fille et le mort (1958);
- Trésors à prendre (1960);
- La Bâtarde (1964);
- La femme au petit renard (1965);
- La folie en tête (1970);
- Le taxi (1971);
- La chasse à l’amour (1973).
Tutte sono state tradotte in italiano.

Biografie ed epistolari:

Carlo Jansiti, Violette Leduc, biographie, Grasset 1999
Violette Leduc, Correspondence 1945-1972, a cura di Carlo Jansiti, Gallimard 2007

Margherita Giacobino

Scrittrice, saggista e traduttrice, vive a Torino, ha pubblicato vari romanzi tra cui Un’americana a Parigi (1993, 2018), L’uovo fuori dal cavagno (2010), Ritratto di famiglia con bambina grassa (2015), Il prezzo del sogno (romanzo biografico su Patricia Highsmith, 2017). È autrice di saggi e racconti. Ha tradotto e curato testi dall’inglese e dal francese. Ha curato il volume Sorella Outsider. Gli scritti politici di Audre Lorde (2014) per Il Dito e La Luna. Collabora con "Aspirina, rivista acetilsatirica" online.

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