Chiara Samugheo

1935 - 2022
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È una delle maggiori e più interessanti fotografe italiane e internazionali. Chiara Samugheo è il nome d’arte. Nasce come Chiara Paparella a Bari. Una sorta di leggenda, alimentata da lei stessa, avvolge la sua data di nascita, il 25 marzo del 1935 o chissà forse come dicono altri, il 1925. Una sorta di rifiuto del tempo che passa, un tentativo di fermarlo, come se si potesse, che l’ha accompagnata per tutta la sua vita, nelle sue interviste e nei ricordi trasmessi, che rispettiamo.

Giovanissima, in disaccordo con la famiglia, che l’avrebbe voluta maestra di scuola, un destino comune a tante altre giovani della sua generazione e non solo, lascia la sua città o meglio – come avrà a dire – “scappa” al Nord nel 1953 alla volta di Milano. Qui inizia a frequentare l’ambiente intellettuale, e figure importanti come Enzo Biagi, Alberto Moravia, Pier Paolo Pasolini, Giorgio Strehler. A Milano conosce Pasquale Prunas, fondatore della rivista «Sud», che diventerà il suo compagno per un certo numero di anni, che le suggerisce di cambiare cognome, ispirandosi a un paese sardo, e la coinvolge nell’avventura di una nuova rivista, «Le Ore», che si occupa di fotogiornalismo a livello internazionale. Lavora per un breve periodo alla cronaca nera, poi dopo l’incontro con il fotografo Federico Patellani, decide di lavorare con lui.

Memorabili le sue prime inchieste e i suoi reportage fotografici sulle baraccopoli napoletane, le zingare in carcere, le tarantolate al sud. Fu la prima a fotografare e documentare il fenomeno delle tarantolate, prima ancora di Ernesto De Martino; la storia di quelle donne senza tempo che si scrollavano il veleno del ragno di dosso, “un morso che come il rimorso è aspro da sottomettere”, o forse la malattia del corpo e dell’anima, “le frane della psiche”, o quella crisi della presenza che anni dopo De Martino ci offrirà nella sua lucida e straordinaria riflessione, in Sud e magia. Donne che strisciano e si muovono vorticosamente fino allo stremo nella chiesa di San Paolo a Galatina, che trasuda ancor oggi quei lamenti, quei corpi doloranti e l’estrema solitudine. Su indicazione di Guido Aristarco, documenta quella storia, in un servizio intitolato “Le invasate”. “Se non fosse stata una donna – scrive Paolo Barbaro – non le avrebbero permesso di accedere, e se non avesse avuto tanto interesse per quella dimensione così misteriosamente femminile sarebbe stata vinta dalla paura, non avrebbe affrontato quella situazione”. Nel 1953 realizza uno dei suoi primi reportage a Predappio, a fotografare cosa restava della famiglia Mussolini, oltre ogni retorica, convenzione e ideologia.

Nel 1955 le viene proposto un reportage sul Festival del cinema di Venezia. Realizza negli anni successivi servizi e copertine per importanti riviste, «Paris Match», «Life», «Epoca», «Vogue», «Vanity Fair», «Stern». Pubblica numerosi libri e cataloghi di fotografia. Immortala attrici come Monica Vitti, Sophia Loren, Claudia Cardinale, Gina Lollobrigida, Jane Fonda, Silvana Mangano, Jeanne Moreau, Elisabeth Taylor, e tante altre, davvero tante, attori come Marlon Brando, Richard Burton, Vittorio Gassman, Marcello Mastroianni, Alberto Sordi, con uno sguardo originale e unico, uomini politici come Bettino Craxi, con il quale vanta una personale e forte amicizia, definendosi sua confidente. Un lungo rapporto di amicizia la lega a Federico Fellini. Non ha una sala di posa, afferma che “una macchina vale l’altra, è solo una scatola”, usa il meno possibile luci artificiali, limita al massimo gli interventi in fase di stampa o di post produzione delle immagini. Usa il colore o il bianco e nero, a seconda dei ritratti che sceglie di costruire in un set sempre particolare e evocativo, che sa cogliere l’unicità di quei personaggi.

Avrà a scrivere il fotografo torinese Mauro Raffini che l’ha conosciuta, apprezzata e valorizzata, curando una sua retrospettiva a Torino qualche anno fa: “Chiara Samugheo reinventa l’iconografia, in particolare quella declinata al femminile, delle star degli anni Trenta innovandola con l’ausilio del colore e della sua strepitosa modernità. Attenta e sensibile ai cambiamenti di gusto, innerva e dinamizza le sue opere alternando al gioco della seduzione, intrinseco in questa fotografia di genere, la ricerca grafica, il rimando degli specchi, il fascino delle sfocature abilmente controllate creando immagini sempre diverse, accattivanti e spesso geniali”.

Chiara Samugheo è la prima importante fotografa professionista in Italia, che fa della fotografia la sua dimensione creativa e professionale. Una carriera lunga oltre sessanta anni, all’insegna di un segno mai convenzionale, di un approccio personale e originale nei confronti di chi fotografa, sia essa una grande attrice, sia una donna povera del sud, o un bambino in una baraccopoli napoletana.
Si contano al suo attivo oltre 165.000 scatti a personaggi celebri. Il corpus principale della sua produzione lo ha donato qualche tempo fa al Centro studi e archivio della comunicazione dell’Università di Parma.

Negli anni lavora a Hollywood, in Spagna, in Russia, in Giappone, in Persia, ospite dello Scià. Ha esposto in tante città, tra cui New York, San Paolo del Brasile, Lubiana, Avignone e molte altre. Numerosi i premi e i riconoscimenti alla sua lunga carriera.

Insignita del titolo di Cavaliere della Repubblica nel 2002 e poi cittadina onoraria francese, per i suoi anni vissuti nel sud della Francia, dopo i lunghi anni vissuti a Roma.

Muore sola, senza un conforto, una mano amica, una carezza, in una casa di riposo in provincia di Bari, il 13 gennaio 2022.

Una grande fotografa, una donna che ha praticato nella sua lunga vita l’autonomia e affermato sempre la sua irriducibilità, oltre le convenzioni, ribelle come spesso si è definita, orgogliosa della sua bellezza, facendo della fotografia la sua passione, il suo lavoro, l’affermazione della sua identità in continuo mutamento. Il suo lavoro le ha valso ben 41 premi. Negli ultimi anni ha continuato finché la salute glielo ha permesso, a esplorare la realtà con il suo obiettivo: le sue opere dedicate alla Sardegna, terra che ha molto amato, la città di Lucca, fino all’architettura del Palladio, Cuba, e Nizza.

In una delle sue ultime interviste per la mostra realizzata a Torino al Museo del cinema nel 2012, forse l’ultima retrospettiva importante a lei dedicata, racconta:

Quando cominciai a fare la fotografa erano gli anni Cinquanta. Erano tempi duri ma anche, in un certo senso, lieti. C’era la guerra fredda ma circolava la speranza che le cose sarebbero cambiate e che tutti coloro che lo volessero potevano rompere – con le immagini, le parole, i gesti – quel muro che li separava da un mondo migliore. Diciamo che quello era un tempo in cui ci si poteva illudere. E io mi illusi di poter contribuire con le mie fotografie a rivelare mali e contraddizioni del Paese, raccontarne usi e costumi. (…) Eccole dunque, cento donne come me (i cento ritratti al femminile in mostra, n.d.a.), colte in quel trepido momento che è la giovinezza, ritratte nel breve lampo del successo, oggetto e soggetto in tutti i nostri ieri. E oggi, rivedendole, non solo suscitano una riflessione sul tempo che fu ma sono il documento di una storia, privata e pubblica, degna di essere ricordata perché, dietro questo paravento di sorrisi, c’è l’ascesa e la caduta di una generazione di donne, la cui unica colpa fu di essere belle e la sola possibilità di riscatto fu quella di avere talento“.

Fonti, risorse bibliografiche, siti

Numerosissimi i cataloghi con foto di Chiara Samugheo. Impossibile citarli tutti.
In particolare:

Domenico Rea, Chiara Samugheo, I bambini di Napoli, «Cinema Nuovo», n. 63, 1955

Chiara Samugheo, Emilio Tadini, Le invasate, «Cinema Nuovo», n. 50, 1955

Alberto Moravia, Claudia Cardinale, foto di Chiara Samugheo, Milano 1962

Uliano Lucas (a cura di), Vicina alle stelle: Chiara Samugheo, Mazzotta, Milano 2006

Chiara Samugheo, Fuori dal set, a cura di Mauro Raffini, Silvana editoriale, Milano 2012 (nel catalogo si trovano anche una dettagliata bibliografia e la segnalazione di mostre)

Marcella Filippa

Vive e lavora a Torino. Storica, saggista, traduttrice, giornalista pubblicista, vincitrice di premi letterari, ha diretto mostre, realizzato sceneggiature per documentari, coordinato progetti europei, consulente di case editrici, responsabile di collane editoriali sulla storia delle donne e sul pensiero femminile europeo. Ha pubblicato numerosi libri di storia del Novecento, in particolare sul razzismo e la storia delle donne, tradotti anche all’estero, e ha curato molti volumi collettanei di storia sociale, tra cui Il cibo dell’altro. Movimenti migratori e culture alimentari nella Torino del Novecento (2003), Le vite di Carla P. La scuola, il sindacato, le donne (2017). Direttrice della Fondazione Nocentini, è stata a lungo docente all’Istituto Europeo di Design, collabora con università e istituti culturali italiani e internazionali. Tra i suoi molti libri: Mia mamma mi raccontava che da giovane andava a fare i mattoni. I fornaciai a Beinasco tra fonti orali e fonti scritte (1982), Avrei capovolto le montagne. Giorgina Levi in Bolivia. 1939-1946 (1990,2006), Dis-crimini. Profili dell’intolleranza e del razzismo (1998), La morte contesa. Cremazione e riti funebri nell’Italia fascista (2001), Donne a Torino nel Novecento. Un secolo di storie (2017), Rita Levi Montalcini. La signora delle cellule (2018), Tina Anselmi. La donna della democrazia (2019), Ursula Hirschmann. Come in una giostra (2021).

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