Emma Dante

Palermo 1967 - vivente
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Emma Dante nasce a Palermo nel 1967. Nel 1990 si diploma come attrice all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Sivio D’Amico” di Roma. Si afferma come drammaturga e regista d’avanguardia. Nell’agosto 1999 nasce la Compagnia Sud Costa Occidentale.
Il suo è un teatro bello e violento e colorato e maledetto; ironico, livido e grottesco; Emma Dante è abile nel peregrinare tra i sentimenti, maestra del recitare l’immediatezza, affondando nel ricordo e nel sogno. È un teatro che usa la parlata palermitana, più che il dialetto siciliano; che spesso parla di donne, di madri di famiglia, ma soprattutto di Palermo, città bella e maledetta in “agonia permanente”, in un eterno rapporto conflittuale: un grande museo dove la cultura si accosta all’ignoranza, dove il bello e il laido, la ricchezza e la miseria interagiscono. E Palermo è teatro, come nella trilogia della famiglia: Palermu Carnezzeria, Vita mia: in tutti e tre i lavori si respira la stessa aria ristagnata di fumo, dove si perpetuano gli stessi legami morbosi, le stesse fughe isteriche e paralizzanti e dove la famiglia è appunto carne da macello, dove c’è sempre una vittima sacrificale, e dove c’è sempre un luogo da cui non si riesce più a uscire.
E c’è anche una Sicilia dove il dritto diventa verso, il sotto viene a galla, il basso si fa alto, il delitto si trasforma in regola, come in Cani di bancata. Durante un banchetto si prendono decisioni, si intimidisce, si governa, ci si minaccia, si decide il futuro, si indossa una maschera trasparente; e la mafia è una donna, anzi una madonna sanguinaria e spietata.
Anche la trama de Le pulle si snoda tra realtà e sogno. Ma chi sono le pulle? Sono marionette disarticolate, che esibiscono una fiera del piacere da marciapiede; bamboline in fuseaux e tacchi alti che offrono glutei, orifizi, genitali in una sfrontata esibizione di sesso che nasconde un precipizio di dolore. Un viaggio onirico ricco di travestimenti, trucchi, balli canzoni in atmosfere di lacerante sofferenza.
Il festino e Mishelle di Sant’Oliva hanno un chiaro riferimento al Teatro della Crudeltà di Antonine Artaud: qui i ricordi aleggiano come foglie d’autunno portate via dal vento e il tempo non esiste più; e può capitare che il protagonista s’inverta col suo doppio, lo sfotta e non capisca più se dei due è l’altro o se stesso. Anche la danza è un elemento essenziale. E se in Vita mia il protagonista balla il sirtaki, ne Il festino Jacopo, doppio di Paride, balla il cha cha cha con la scopa. In Eva e la bambola, in collaborazione con Carmen Consoli, Eva incontra Eva, e i testi sono brevi atti unici dolci e tremendi, una parata di eroi tragici, peccatori imbelli del nostro tempo, che abitano un mondo in cui verità e menzogna, sanità e sudiciume si confondono.
Un discorso a parte merita La scimia, dove la regista si misura con la scrittura di Tommaso Landolfi, elaborandone il romanzo Le due zitelle. La scimia è una creatura di Dio, ed è un altro corpo preso in prestito per raccontarci, da secoli, la stessa storia. E poi compie il miracolo e scende dalla croce.
Straniera nella sua città Emma Dante, si è imposta in teatri nazionali e non solo come il Mercadante e il San Ferdinando di Napoli, il Teatro Al Parco di Parma, il Festival delle Colline torinesi, ma anche il Theatre du Rond Point di Parigi, e il Theatre National de la Communautè Francaise di Bruxelles. Ma è al Teatro La Scala di Milano, che raggiunge il suo obbiettivo più ambizioso con la realizzazione di Carmen di George Bizet, diretta dal Maestro Daniel Barenboim, una realizzazione definita da Zeffirelli “demoniaca e scandalosa” e certo non oleografica, ma magnetica che si muove in un contesto di ribellione e trasgressione, una Carmen più aderente all’eroina di Merimée, trasgressiva e seduttiva, che va spavalda incontro alla morte.
L’ultima fatica di Emma Dante è La trilogia degli occhiali, presentata al Teatro San Ferdinando di Napoli, si compone di tre atti unici: Acquasanta, Il Castello della Zisa, Ballarini, tre storie dove gli occhiali sono schermi per guardare un mondo difficile da vivere, oggetti per proteggersi e forse per cercare di interpretarlo, come i due vecchi di Ballarini, che una volta tolta la maschera da vecchi, inforcando gli occhiali ballano a ritroso la loro storia d’amore e, sulle note di vecchie canzoni festeggiano l’arrivo di un nuovo anno. Ma servono anche Nicola, il protagonista de Il Castello della Zisa, per rivivere la sua infanzia, quando abitava davanti ad un favoloso castello. E lo ascoltiamo raccontare, ma la sua storia dura il tempo di un fiammifero. E poi c’è chi, come ‘O Spicchiatu, di Acquasanta è ancorato al palcoscenico, a prua di una nave immaginaria. Imbarcato dall’età di quindici anni, non è mai sceso dalla nave. Le voci della ciurma e del capitano gli rimbombano nella testa, ma a forza di aspettare diventerà come la polena di un vecchio galeone, sempre sperando di poter parlare con il suo unico grande amore: il mare.
Emma Dante ha inoltre prodotto: Battute d’arresto, per la rassegna teatrale “Palermo di scena”; Il sortilegio, per la provincia di Palermo, Agrigento Trapani; Odissea del progetto “Zen insieme”; Insulti, primo classificato al concorso “Shownoprofit”, finanziato dall’ente fiera di Palermo: La principessa sul pisello della rassegna “Teatro in terrazza”: Il filo di Penelope, per in occasione del concorso-rassegna sul tema della seduzione; L’arringa, nell’ambito della rassegna “Il teatro è servito”: La favola di Farruscad e Cherastani, in collaborazione con i “Teatrinstabili”; Medea, presentato al Mercadante di Napoli.
Emma Dante si è distinta anche nella letteratura producendo racconti gustosi come Anastasia Genoveffa e Cenerentola, La favola del pesce cambiato, arricchito dalle illustrazioni di Gianluigi Toccafondo, ma su tutti spicca il pluripremiato Via Castellana Bandiera, che nel 2009 ha vinto il Premio Vittorini e il premio super Vittorini, dove un mondo, tra realismo e allucinazione, si condanna all’immobilità. Le due protagoniste, Rosa e Samira, fronteggiandosi a bordo delle rispettive macchine, in questo che più che una strada è un budello, restano di fatto immobili, per un malcelato senso dell’onore. Nessuna delle due vorrà cedere il passo, ma qualcuno dovrà pur farlo. A chi toccherà? Si muovono scommesse clandestine, si determinano schieramenti contrapposti. Ma si tratta del solito mondo di personaggi che alla fine si condannano all’immobilità.
Un discorso a parte merita infine la Vicaria, uno spazio che la regista ha fortemente voluto svincolato, privato, autogestito, autofinanziato, indipendente, aperto, instabile, insubordinato, dove si creano piattaforme progettuali; un laboratorio teatrale permanente dove si tenta di organizzare residenze teatrali con scambi nazionali e internazionali, dove si producono stage, incontri, corsi di formazione aperti ad attori, registi, musicisti, scenografi, un tirocinio per operatori dello spettacolo.
Numerosi e prestigiosi i premi vinti, per i quali si rimanda al sito.

Fonti, risorse bibliografiche, siti

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Giusi Catalfamo

Nata a Catania, fin da piccola mostra uno spiccato interesse per cinema, letteratura, musica e teatro. Si trasferisce a Palermo negli anni ’70 un po’ per amore, un po’ per passione politica e diventa militante attiva del gruppo extraparlamentare Lotta Continua, da cui uscirà definitivamente nel 1974, precedendo la crisi del gruppo che si scioglierà definitivamente qualche anno dopo. Redattrice della rivista «Mezzocielo» fin dalla sua nascita, attualmente cura la pagina del cinema, e collabora con Letizia Battaglia per l’impaginazione e con Simona Mafai. Al suo attivo, diverse pubblicazioni su riviste specializzate.

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