Plautilla Nelli (Polissena Margherita Nelli)

Firenze 1524 - 1588
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A partire dal 2006 una fondazione di donne (AWA, advancingwomenartists.org) ha preso in carico la ricerca e il restauro delle opere di Suor Plautilla Nelli, all’interno del progetto di valorizzazione della consistente produzione pittorica femminile fiorentina. Questo incontro al femminile ha permesso di aggiungere diversi altri lavori alle sole tre opere sino ad allora attribuite all’artista.

Ancora pochi rispetto alla produzione meritevole della monaca, che fu consapevole del proprio valore, tanto da apporre la firma sulle sue opere, seppure accompagnandola con l’umile richiesta di preghiere per la propria anima. Nel Cinquecento la monacazione femminile era frequentemente imposta per motivi dinastici ed economici, ma continuava a presentarsi anche come rara opportunità di istruzione per le donne. Polissena divenne la domenicana Suor Plautilla a quattordici anni, prendendo i voti insieme con la sorella Petronilla. La ricca famiglia Nelli aveva scelto questo monastero per assecondare la buona attitudine creativa delle figlie, una interessata alle arti visive e l’altra alla scrittura. Il convento di Santa Caterina prometteva di coltivare tali inclinazioni, perché si atteneva alle disposizioni di Girolamo Savonarola, che aveva indirizzato questa congregazione a coltivare l’attività artistica per tenere lontani i “guasti” della pigrizia.

La pittrice Plautilla non seguì vere e proprie lezioni; piuttosto poté esercitarsi attraverso la copia di opere famose e lo studio dei disegni di Fra Bartolomeo. Egli era stato attivo fino al 1517 nel vicino convento di San Marco, dove si trovano anche opere del Beato Angelico; il linguaggio chiaro e sereno di questi maestri indiretti, Raffaello compreso, guidò la formazione della giovane monaca. In particolare Plautilla ereditò da Fra Bartolomeo la collezione di bozzetti, cartoni e manichini di legno, osservando i quali si ingegnò anche di apprendere e riprodurre in cera le forme umane. Infatti lo studio dell’anatomia non era consentito alle donne. Eppure certe restrizioni sembrano non essere state un ostacolo per lei, anzi, la sua pittura propone uno spaccato della vita reale dove le donne sono finalmente presenti in numero consistente. Si veda la Pentecoste, dove il gruppo di Maria con le pie donne occupa il centro della scena e lascia gli Apostoli ai margini: nel dare una lettura femminile delle vicende, l’artista supera l’iconografia tradizionale e disegna un itinerario spirituale guidato da donne.

Per il resto la visione del mondo di Plautilla era in piena consonanza con quella domenicana, che sollecitava alla predicazione per denunciare la disumanità imperante e per esortare con le immagini a una vita degna.

La pittura di Plautilla è continuo invito alla compassione verso coloro che soffrono e alla solidarietà verso gli esclusi. Allo scopo di perseguire un fine di tale portata spirituale e sociale, l’artista assunse il ruolo di maestra nei confronti delle altre monache. Infatti insegnò loro le tecniche apprese e le coinvolse in un’impresa non da poco: costituì a Santa Caterina un’attiva scuola d’arte, aprendo – anche nella situazione limitata del convento – un orizzonte di libertà ed espressione per sé e per le consorelle. Il laboratorio produceva piccole opere a tema religioso e spirituale, nonché tavole di grande formato e pale d’altare, miniature, sculture in legno, arredi ricamati. Dalla bottega uscivano anche soggetti tratti dallo stesso cartone ma in diverse varianti, proprio come accade nelle manifatture più affermate: si vedano le differenti versioni del profilo femminile (probabile autoritratto di Plautilla) che rappresenta una santa in meditazione commossa davanti al crocifisso. La richiesta di lavori fu notevole, tanto che il monastero poté rendersi autonomo dal punto di vista finanziario, e l’esempio fu incoraggiante anche per altri conventi, come quello delle domenicane lucchesi.

La fama della pittrice fu tale che Giorgio Vasari ne scrisse e Annibal Caro ottenne una sua opera per la propria collezione. Tuttavia nel tempo si è affermata la consuetudine di sminuire l’arte di Suor Plautilla definendo le sue figure “femminee”, probabilmente in riferimento a un episodio frequentemente riportato: si dice che la pittrice, per dipingere Cristo morto nel Compianto con Santi (ca. 1569), abbia ritratto il corpo di una consorella defunta. Certamente come monaca l’artista non solo non poteva studiare l’anatomia maschile, ma le era anche vietato di sollevare troppo lo sguardo per copiare sia pure solo le fattezze esterne degli uomini; eppure in opere come il Cenacolo è evidente che Plautilla ha colto in modo magistrale i tratti espressivi di alcuni personaggi, probabilmente avendo ritratto almeno i volti dei padri spirituali con cui poteva stare in presenza. Ma l’appunto che viene mosso più frequentemente a questa pittrice è quello di aver prodotto un’arte troppo “conservativa”, indifferente alle novità manieriste del periodo; eppure si può notare che in alcune opere (per esempio nelle vesti dell’angelo della Annunciazione) l’artista sperimenta effetti “moderni” come il cangiantismo.

Non tutti i dipinti di Plautilla presentano la stessa qualità d’esecuzione, ma si deve tener conto del fatto che la sua produzione ci è giunta assai lacunosa; così tra i pochi quadri recuperati si trovano risultati ancora acerbi come pure opere decisamente mature. Nell’insieme la sua pittura accosta elementi di sapore ancora fiammingo – nella precisione di certi dettagli, dagli oggetti inanimati alle lacrime – a certe composizioni quattrocentesche, al tonalismo o agli azzardi cromatici di alcuni tessuti. Si tratta di un linguaggio composito che però sembra frutto di scelte meditate, volte soprattutto ad armonizzare la varietà del reale per darne una descrizione positiva e serena, come a suo tempo aveva fatto l’arte di Fra Bartolomeo e del Beato Angelico.

L’opera che maggiormente entusiasmò i contemporanei è il citato Cenacolo, che descrive le emozioni con sensibilità leonardesca, ma che tuttavia con la figura di Giuda separata dagli altri commensali, ripropone un’iconografia arcaica. La tavola imbandita presenta molti dettagli di grande realismo, come la varietà di cibi e stoviglie e le pieghe precise della tovaglia. Il quadro, con i suoi sette metri di larghezza e le figure a dimensione naturale, rimane ancora oggi la più grande tela mai eseguita da una donna. Il Cenacolo è stato restaurato nel 2017, e la Galleria degli Uffizi ha dedicato a Plautilla una mostra: Plautilla Nelli. Arte e devozione in convento sulle orme di Savonarola.

Lidia Piras

Ha fatto parte di diverse associazioni di donne fin dagli anni universitari e si è laureata a Cagliari con una tesi sul lavoro femminile. Insegna Storia dell’Arte nei licei da circa vent’anni; contemporaneamente svolge una specifica ricerca sulle artiste del passato, confrontandosi con la prospettiva pedagogica della differenza. Negli ultimi anni ha tenuto una serie di lezioni pubbliche su temi come: La corporeità difficile: testimonianza di alcune artiste sulla violenza, Il punto di vista di genere nell’architettura di Grete Schϋtte–Lihotzky, Charlotte Salomon: un percorso di rinascita interrotto ad Auschwitz.

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