Aat (Adriana Klazina) Breur Hibma

L’Aia 1913 - Amsterdam 2002
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Il 19 novembre 1942 i miei genitori furono arrestati.”

Questo l’incipit del libro Een verborgen herinnering uscito in Italia nel gennaio 2023 con il titolo Riaffiorano le nostre vite (ed. enciclopediadelledonne.it, Milano), dedicato da Dunya Breur a sua madre Aat.

Aat Hibma nacque a L’Aia dall’artigiano di calzature frisone Pieter Hibma e da Adriana Klazina Tize, limburghese, insegnante di lavori manuali femminili in una scuola de L’Aia. Cresciuta in una famiglia creativa, dopo la HBS (Scuola pubblica superiore) Aat decise di frequentare la Reale Accademia di Belle Arti de L’Aia dove, tra i suoi insegnanti, ebbe anche il celebre Paul Citroen.

Nel  settembre del 1940 sposò Krijn Breur, studente di filosofia e comunista convinto, di ritorno dalla guerra civile spagnola nella quale si era arruolato come volontario. A causa del suo reclutamento in un esercito straniero, al suo rientro in patria gli venne tolta la cittadinanza olandese e divenne apolide. In quanto staatloos (apolide) non aveva più possibilità di ottenere un impiego nel settore dell’amministrazione pubblica né poteva accedere a un qualunque sussidio statale.

A causa del suo matrimonio Aat perse il suo lavoro di insegnante: secondo le leggi vigenti in quegli anni, le donne sposate non potevano mantenere il loro impiego nel settore pubblico. Il 31 dicembre 1940, tre mesi dopo le nozze, nacque Wim, il primo figlio. Il matrimonio avrebbe causato loro notevoli problemi di carattere economico non avendo più uno stipendio garantito, per di più c’era la guerra in corso e l’esercito nazista aveva occupato i Paesi Bassi nel 10 maggio 1940: il loro futuro si era riempito di incertezze.

Erano entrati nel movimento della Resistenza olandese, o meglio, avevano contribuito a realizzarlo. Krijn era poi riuscito a trovare un impiego nel sindacato dei lavoratori agricoli di Utrecht. Contemporaneamente, era molto impegnato nell’attività clandestina, organizzando anche attentati contro l’invasore nazista. Così ha raccontato Aat:

Non esisteva nessuna organizzazione, facevi solo ciò che capitava sulla tua strada. Discutevamo su cosa fosse più efficace. Krijn fece lavoro di spionaggio, raccoglieva dati sulle truppe tedesche da riferire poi all’Inghilterra. E azioni di sabotaggio: attacchi ai depositi di munizioni tedeschi e alle autorimesse della Wehrmacht.”

Aat aveva cercato in tutti i modi di sbarcare il lunario, lavorando come illustratrice per alcune riviste, tra cui «Moeder en Kind» (Madre e figlio) della casa editrice De Spin. In seguito, e fino al giorno del suo arresto, aveva trovato un’occupazione come decoratrice di maioliche di Delft, attività che poteva svolgere da casa, visto che il 30 giugno 1942 era nata Dunya, la seconda figlia.

Nel loro appartamento di Amsterdam al quarto piano di Nieuwezijds Kolk 11, Aat svezzava Dunya mentre Wim gattonava tra le maioliche di Delft che lei, spesso, doveva poi ritoccare poiché imbrattate dal figlio. Essendo una brava artista disegnatrice, utilizzava il suo talento anche per la Resistenza, creando timbri ufficiali e contraffacendo documenti d’identità. In casa teneva tutto il necessario per le falsificazioni ben nascosto insieme ad altro materiale, come ad esempio il mercurio, necessario per le bombe a orologeria che Krijn, addestrato in Spagna nelle fila dell’esercito popolare repubblicano, le aveva insegnato a fabbricare.

Come se non fossero già abbastanza a rischio, in seguito all’entrata in vigore delle leggi razziali naziste, Aat e Krijn offrivano rifugio a concittadini ebrei, in particolare ai loro figli, per impedire che venissero deportati. Purtroppo ad Amsterdam, come nel resto dei Paesi Bassi d’altronde, oltre ai tedeschi della Gestapo, del SD (Sicherheitsdienst, Servizi di sicurezza) e delle SS, imperversava il NSB (Movimento olandese nazionalsocialista), organizzazione che annoverava tra la cittadinanza svariati sostenitori e collaborazionisti, i quali vuoi per denaro vuoi per semplice sopravvivenza, fungevano spesso da delatori.

E fu proprio in seguito a una spiata che il 19 novembre 1942 una dozzina di soldati e poliziotti tedeschi e olandesi irruppero in casa di Aat e Krijn, che tuttavia non era presente essendosi già dato alla clandestinità. Le guardie setacciarono l’appartamento e, sebbene lei si dichiarasse innocente, non fu difficile per le guardie trovare il ragazzino ebreo cui dava rifugio, figlio di Sally Dormits, un’amica ebrea che operava nella loro stessa cellula di Resistenza. E trovarono anche i timbri falsi, alcuni documenti d’identità contraffatti e il mercurio che serviva per fabbricare le bombe. Volevano arrestarla seduta stante, ma Aat convinse le guardie a concederle un giorno di rinvio per poter sistemare in qualche modo i figli. Tramite i poliziotti olandesi riuscì a far arrivare suo figlio Wim dai genitori di Krijn, ad Amsterdam-Noord. Dunya, invece, era un’altra storia: la stava ancora allattando e cresceva bene, non voleva affidarla a nessuno in quel momento.

Dopo una notte passata nel terrore, con due sbirri olandesi rimasti lì in casa di guardia nella camera di fronte, Aat aveva recuperato una vecchia scatola allestita a mo’ di rudimentale culla, decidendo quindi di portarsi dietro Dunya. Per di più, i poliziotti le avevano garantito che si sarebbe trattato solo di “tre giorni”!

Nel frattempo, Krijn era stato arrestato a L’Aia, al termine di un inseguimento durante il quale erano partiti anche dei colpi di pistola. Purtroppo Krijn, che non poteva correre avendo una gamba offesa, eredità della guerra civile spagnola, venne catturato.

Dopo essere stati trasferiti entrambi nel famigerato Cellenbarakken, la prigione della polizia nazista a Scheveningen (L’Aia) conosciuta anche con l’appellativo di Oranjehotel, e al termine di cinque giorni di interrogatori serrati, Krijn, dopo aver anche subito torture, era stato trasferito nel campo di prigionia di Amersfoort e Aat, insieme alla piccola Dunya, nel carcere di guerra tedesco di Utrecht.

“Per Dunya avevo già una scatola imbottita come culla portatile, poiché in precedenza ero stata via con lei per un mese. La adagiai là dentro. E così fui portata nel carcere speciale di Scheveningen, nel Cellenbarakken.
Là c’era anche Krijn.
Là siamo stati interrogati. Non voglio raccontarlo.
Cinque giorni di fila…”

Il 31 dicembre 1942, il destino di Aat e di Krijn venne deciso al termine del processo che si svolse presso il Tribunale di guerra tedesco di Utrecht, che condannò Krijn alla pena di morte e Aat ad essere abgetrennt, allontanata.

Nel carcere di Utrecht, Aat era riuscita a creare attorno a sé una piccola rete di persone fidate che le avevano procurato sia razioni supplementari di cibo, considerato l’allattamento della piccola Dunya, sia condizioni di reclusione meno severe. Non era mai chiaro, né a lei né alle altre compagne di prigionia, cosa sarebbe successo il giorno successivo. Di sicuro, sapeva di voler fare tutto il possibile per non far restare Dunya in prigione con lei. Per cui, quando il comandante tedesco del carcere, che probabilmente anche grazie alla bambina l’aveva presa a benvolere, un giorno le aveva comunicato in confidenza che di lì a poco sarebbe stata deportata, Aat si era azzardata a chiedergli un favore: spedire una lettera ai genitori di lei. E così fece. Dunya aveva quasi un anno quando, nel giugno 1943, i nonni materni la vennero a prendere al portone del carcere militare di Utrecht.

Suo marito Krijn, invece, dal campo di Amersfoort venne trasferito al campo di concentramento di Vught e successivamente trasportato a Leusderheide, nei pressi di Amersfoort, dove il 5 febbraio del 1943 venne fucilato assieme ad altri 19 membri della Resistenza, tra cui dei giornalisti del quotidiano «Het Parool» (La parola). Aat avrebbe saputo della morte del suo amato marito soltanto molto tempo dopo, quando si trovava già a Ravensbrück. L’epigrafe sulla tomba di Krijn recita così: Meglio morire in piedi che vivere in ginocchio.

“Mio padre fu trasferito nel campo di concentramento di Amersfoort, poi in quello di Vught. Venne ucciso nel febbraio 1943. Non gli fu possibile prendere commiato da nessuno. La fucilazione avvenne in segreto, insieme ad altri diciannove. A mia madre non fu mai comunicato nulla. A Ravensbrück aveva continuato a cercare di scoprire qualcosa sulla sorte di mio padre. Fu soltanto dopo più di un anno e mezzo, in piedi, durante un appello, in seguito all’arrivo di un nuovo trasporto di donne dal campo di concentramento di Vught, che lo sentì dire per caso da una delle donne vicino a lei a un’altra.”

Sua moglie Aat e sua figlia Dunya, finché furono in vita, insieme ai due nipoti –  oggi solo i nipoti –, hanno ricordato Krijn ogni 4 maggio, giorno in cui nei Paesi Bassi si commemorano i caduti olandesi di tutte le guerre. Alle 20:00 in punto, in tutto il paese, si blocca ogni attività, campane, autobus, treni, navi e aerei si fermano, e si osservano due minuti di silenzio totale, annunciato ufficialmente dalla prima tromba della banda militare in piazza Dam ad Amsterdam, alla presenza della famiglia reale, dei rappresentanti del governo, del sindaco e di migliaia di cittadini. L’effetto del silenzio totale è indescrivibile, e quei due minuti sembrano eterni.

Aat arrivò al campo di Ravensbrück nel settembre 1943, dopo aver passato quasi nove mesi da un carcere all’altro: deportata da Utrecht a Kleve, da Düsseldorf a Berlino. La peggiore esperienza carceraria che ebbe fu quella di Berlino, tanto che, quando giunse nel campo di concentramento di Ravensbrück, il primo impatto fu per lei addirittura positivo. Il solo fatto di poter camminare all’aria aperta, di avere la possibilità, sebbene solo da lontano, di vedere le cime degli alberi, gli uccelli volare, il colore del cielo cambiare, insomma di non essere più rinchiusa in una cella, le sembrava un considerevole miglioramento. E poi in quel posto – aveva considerato – con tutta quella gente in giro, non avrebbero fatto troppa attenzione a lei e avrebbe potuto finalmente riprendere a disegnare. Di nascosto magari, ma comunque tornare a esercitare la sua passione. Purtroppo, non avrebbe dovuto passare molto tempo per ricredersi.

Nel campo Aat venne sottoposta al rigido regime delle prigioniere di Nacht-und-Nebel (Notte e Nebbia) come venivano definite le prigioniere politiche, e destinata perciò al Block 32. Dopo aver lavorato per un breve periodo nella fabbrica della Siemens in prossimità del campo, venne “licenziata” poiché le prigioniere di Nacht-und-Nebel non potevano assolutamente lasciare il campo, per nessuna ragione. Né ricevere o spedire posta e pacchi, o avere un qualsiasi contatto con il mondo esterno. L’importante per Aat e per tutte le prigioniere era comunque riuscire a ottenere sempre un qualsiasi incarico per evitare di approdare nel gruppo delle detenute “disponibili”, ossia le donne che giornalmente venivano destinate a svolgere le mansioni più infime del campo. Grazie ad alcune sorveglianti ben disposte trovò lavoro nella legatoria dove, tra le altre cose, dovette disegnare bigliettini per annunci di nascita di bambini delle SS, o biglietti d’auguri. Allo stesso tempo, di nascosto, riusciva a procurarsi pezzetti di carta avanzata e mozziconi di matita, aiutata anche dalle amiche, che poi usava per eseguire i disegni nella sua cuccetta, o per fare dei libriccini da regalare alle compagne di prigionia per i loro compleanni.

Il 1 marzo 1945, Aat era stata trasferita insieme a parecchie altre prigioniere di Nacht-und-Nebel e donne Rom nel blocco punitivo. Spesso, questo era il segnale che precedeva il trasporto verso lo sterminio. Ma la mattina successiva, mentre Aat e le altre del blocco punitivo marciavano verso la morte, una medica-prigioniera alsaziana, Haïdi Hautval, che l’aveva già intravista nell’infermeria quando Aat aveva avuto la pleurite, l’aveva tirata a forza fuori dai ranghi e, grazie a un espediente improvvisato, le aveva salvato la vita. Fu l’inizio della profonda amicizia tra Aat e Haïdi: malgrado le loro posizioni politiche e il loro credo divergenti, sarebbero rimaste amiche fino alla loro morte.

Mi vide, mi tirò fuori velocemente dalla fila e mi consegnò un piccolo pezzo di stoffa bianca strappata con un numero nero sopra. In qualche modo si era procurata il numero di matricola di una persona morta. Dovevo cucirmelo sulla manica, ma allo stesso tempo fare in modo di sparire, poiché tutte venivano contate. Dapprima sono fuggita in una baracca, e mi sono sdraiata su una delle cuccette più alte, ma lì non mi sentivo al sicuro. Poi mi sono rifugiata in uno dei cessi, che erano veramente luridi. Tutti i wc erano intasati, tutte avevano la dissenteria. Lì mi sono seduta, ho chiuso la porta. E ho aspettato di vedere cosa sarebbe successo.”

Da quel 2 marzo e fino al 6 luglio 1945, all’incirca due mesi dopo la liberazione del campo da parte dell’esercito russo, avvenuta negli ultimi giorni di aprile 1945, Aat lavorava di giorno nell’infermeria affiancando la sua amica medica Haïdi, e di notte si nascondeva ma, soprattutto, non doveva mai presentarsi agli appelli: lei non esisteva, era stata cancellata dai registri. Dopo la liberazione del campo, aveva voluto rimanere insieme alla sua amica Haïdi per assistere tutte le malate che non avrebbero potuto essere rimpatriate immediatamente.HaïdiH

Tornata finalmente a casa e riabbracciati i due figli, Aat rimase però ad Amsterdam solo per un periodo molto breve. Le era stata infatti diagnosticata una grave tubercolosi, sicuramente contratta a Ravensbrück. Per curarsi venne mandata in un sanatorio di Davos, in Svizzera, dove sarebbe rimasta circa sette anni. Durante tutto il periodo di degenza, fece un unico, breve viaggio a casa, per rivedere i suoi bambini.

Dunya e Wim, durante gli anni del ricovero della madre nel sanatorio svizzero, erano stati dati in affidamento a delle famiglie. Non ci sono notizie né ricordi di famiglia del perché non siano stati affidati ai nonni; si presume sia stato per l’età avanzata di quest’ultimi. I bambini avevano pertanto passato l’infanzia in famiglie d’adozione, e non con i genitori: il padre fucilato dai nazisti e mai conosciuto, la madre deportata e poi ricoverata in un paese lontano. I bambini erano alle soglie dell’adolescenza quando Aat rientrò definitivamente ad Amsterdam e cercò di ricominciare una vita normale, tornando a essere madre e libera cittadina, andando a vivere con i figli in un piccolo appartamento tutto loro. Ma la normalità famigliare, intesa come insieme di azioni ripetute quotidianamente per dare e ricevere affetto, cure e attenzioni, non l’avrebbe trovata ancora per molti anni. Il trauma continuava a incombere su di lei rendendola depressa, in costante stato d’ansia e per niente comunicativa.

Dopo il suo ritorno dal Lager prima, e da Davos poi, Aat non sarebbe stata più in grado di esternare alcuna emozione, in particolare la gioia. Il suo volto era costantemente serio, cupo e imperscrutabile, non faceva trapelare nulla. Quindi, quando fu pubblicato il libro scritto dalla figlia Dunya, che parlava dei terribili anni da lei trascorsi nel campo di concentramento di Ravensbrück, dei suoi disegni e delle sue compagne di prigionia, Aat non aveva avuto alcuna reazione particolare. Era senza dubbio felice ma non era in grado di esternarlo1.

I disegni da lei realizzati a Ravensbrück, e riportati quasi intatti ad Amsterdam subito dopo la liberazione del campo dalla connazionale To Frank-Stoltz, una sua compagna di prigionia anch’essa disegnatrice, li aveva recuperati un giorno di settembre del 1945, quando To era andata a trovarla per riconsegnarglieli e per riabbracciarla. Ma l’incontro era stato breve, Aat non si sentiva bene sotto nessun punto di vista, quello mentale in particolare. Guarita dalla tubercolosi, la sofferenza e le ferite invisibili rimanevano ancora aperte e dolorose. Aat non aveva affatto guardato i disegni, li aveva presi e infilati in una cartellina, nascondendola poi in un armadio che chiuse a chiave.

Nel 1953 Aat Breur riprese a lavorare ad Amsterdam come insegnante di educazione artistica, dando lezioni di disegno e pittura a studenti delle scuole medie superiori e corsi per adulti. I rapporti con i due figli rimanevano difficili, in particolare con Dunya. Essere cresciuti in famiglie adottive, per di più molto diverse tra loro, aveva modellato il carattere dei due bambini in un periodo fondamentale della loro crescita. In qualche misura, ciò aveva allontanato emotivamente i bambini dalla madre e iniziato a incrinare il loro rapporto sia tra madre e figli sia tra fratello e sorella, con conseguenze che si sarebbero portati dietro per il resto delle loro vite.

Nel 1978 Aat si era trasferta a Hilversum, dove aveva continuato a lavorare come insegnante di disegno e pittura fino alla pensione. Nella sua nuova casa la sera di ogni 5 dicembre, organizzava una speciale festa di Sinterklaas (San Nicola) per i suoi due nipoti Sander e Gerben, feste di cui ancora oggi i ragazzi serbano un vivo e tenero ricordo.

Nel 1980, ossia trentacinque anni dalla fine della guerra e dei suoi orrori, quando la voce riguardo ai suoi disegni “nascosti” aveva preso a circolare, suscitando interesse in alcuni ambienti culturali olandesi, Aat si era persuasa a tirar fuori dall’armadio la famosa cartellina e ad aprirla. Un giorno, nel giardino di casa, dopo aver mostrato le sue opere a delle persone venute appositamente a trovarla, sua figlia Dunya riuscì finalmente a vedere per la prima volta i disegni realizzati da Aat. Alla vista di quelle immagini dolorose iniziò a capire il perché dei silenzi e delle ansie di sua madre. Aat con il sostegno di Dunya, aveva poi mostrato i suoi lavori anche ad altri esperti, tra cui una curatrice del Rijksmuseum di Amsterdam la quale, dopo un attento restauro, aveva organizzato una mostra nello stesso Rijksmuseum inaugurata il 29 aprile 1982.

Dopo anni di silenzio, nel totale rifiuto di far riaffiorare i suoi “ricordi nascosti”, o anche semplicemente di pronunciare la parola “campo di concentramento”, la riesumazione dei suoi disegni avrebbe avuto per lei un effetto terapeutico. Dopo aver vissuto per parecchi anni dalla fine della guerra in una sorta di ritiro volontario, quasi in eremitaggio, cercando con difficoltà di elaborare e superare il trauma provocato dai drammatici avvenimenti che avevano segnato la sua vita, ma anche quella dei suoi figli, Aat aveva iniziato a riprendersi, a riprendere in mano le sue opere e, sebbene parzialmente, anche la sua vita. Tuttavia, la sua reticenza rimaneva, così come rimaneva indifferente di fronte a ogni situazione, bella o brutta che fosse. Superare l’incapacità di parlare della propria storia le avrebbe preso molto più tempo.

Erano stati i suoi nipoti Sander e Gerben ad aiutarla a ritrovare un po’ di gioia in quella fase di ripresa. Sander, il maggiore, ricorda ancora l’allegria che regnava quando era a casa di sua nonna che gli insegnava a disegnare. La presenza dei nipoti l’aveva convinta che tramandare, in particolare ai giovani, le nefandezze di cui era stata capace una parte del genere umano durante la Seconda guerra mondiale, e al contempo raccontare della solidarietà e dell’amore che queste atrocità avevano determinato in altri esseri umani, era un atto dovuto. Tramandare significava non dimenticare. Ed era grata a sua figlia Dunya che le era venuta in aiuto con la realizzazione e la pubblicazione del libro Een verborgen herinnering (Un ricordo nascosto), 1983.

I disegni di Aat furono poi affidati in comodato al Gabinetto delle Stampe del Rijksmuseum di Amsterdam, che a tutt’oggi li conserva e li amministra.

Dopo la pubblicazione dei suoi disegni, Aat era stata intervistata insieme a Dunya riguardo alle sue opere per alcuni articoli di giornale, ma il silenzio pubblico vero e proprio lo avrebbe rotto solo una volta, rilasciando un’intervista dal vivo per il documentario Verleden aanwezig (Passato presente) 1996, nel quale erano state intervistate cinque donne sopravvissute al campo di Ravensbrück: Ceija Stoijka (Austria), Lidia Rolfi (Italia), Aat Breur (Paesi Bassi), Stella Kugelman Griez (Russia), Antonina Nikiforova (Russia).

Nel 1989, Aat e Dunya Breur hanno ricevuto la medaglia d’onore dalla Fondazione degli Artisti nella Resistenza 1942-1945, in particolare per il libro Een verborgen herinnering.

Nel 1998 Krijn Breur (postumo) e Aat Breur-Hibma hanno ricevuto il riconoscimento dello Yad Vashem conferito ai Giusti, ossia ai non ebrei che hanno aiutato gli ebrei durante il nazismo, il fascismo e la Seconda guerra mondiale.

Il 1° settembre 1997 il libro Een verborgen herinnering di Dunya Breur è stato tradotto in tedesco col titolo Ich lebe, weil du dich erinnerst: Frauen und Kinder in Ravensbrück edito dalla Nicolai Publishing & Intelligence GmbH.

Nel gennaio 2023, quarant’anni dopo la sua prima comparsa, è uscita la versione italiana del libro di Dunya Breur col titolo Riaffiorano le nostre vite edito da enciclopediadelledonne.it con il sostegno dell’ANED, nella traduzione di Franco Tirletti.

Dopo la guerra il comune di Amsterdam ha inserito su una delle quattro lapidi del Bezinningsmonument Nieuwendam (monumento alla riflessione) in Amsterdam Noord il passaggio finale della lettera che Krijn Breur scrisse alla moglie Aat e ai figli il 5 febbraio 1943, poco prima di essere fucilato. Inoltre è stata dedicata a Krijn Breur una via in uno dei quartieri occidentali della città di Amsterdam: Krijn Breurstraat.

L’11 ottobre 2022, sempre ad Amsterdam, il comune ha dedicato ad Aat uno dei ponti della città, il ponte 615, ora chiamato Aat Breur-Hibmabrug, che si trova proprio accanto alla strada intitolata a suo marito.

I loro nomi, le loro storie e le loro vite consegnati insieme alla posterità.

  1. Questa ultima informazione e alcune altre di carattere privato riguardanti Aat e Dunya, sono state acquisite nel corso di una conversazione con Evert Maarschall, padre di Sander e Gerben Breur, che per un periodo fu il compagno di Dunya.  ^

Fonti, risorse bibliografiche, siti

Dunya Breur, Een verborgen herinnering. Tekeningen van Aat Breur uit Ravensbrück (Un ricordo nascosto. Disegni di Aat Breur a Ravensbrück). Tiebosch, Amsterdam 1983. Seconda edizione ampliata, SUN Nijmegen, 1995

Dunya Breur, Riaffiorano le nostre vite. Aat Breur-Hibma a Ravensbrück, acconti e disegni, enciclopediadelledonne.it, Milano 2023. Traduzione dall’olandese di Franco Tirletti

Incontro con Sander e Gerben Breur, figli di Dunya e nipoti di Aat. Franco Tirletti, giugno 2022

Incontro con Evert Maarschall su Dunya e Aat Breur. Franco Tirletti, dicembre 2022

Aat Breur-Hibma (Wikipedia NL)

Royal Academy of Art, The Hague (Wikipedia EN)

Paul Citroen (Wikipedia IT)

Ravensbrück - Galleria disegni (in olandese)

Absolute Facts - Aat Breur

Yad Vashem - Righteous among the Nations database

Faces of Europe - Aat Breur-Hibma

Moving Image - Documentario Verleden Aanwezig

Aat Breur-Hibmabrug (Wikipedia NL)

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Franco Tirletti

Scrittore italo-olandese, è nato a Roma. Vive e lavora ad Amsterdam. Parallelamente alla scrittura, si occupa di coordinamento di eventi culturali e, ultimamente, ha scoperto il teatro. Nel 2008 vince il Premio Storie per la scrittura momentista della casa editrice Leconte di Roma, che gli pubblica due racconti brevi sulla rivista «Storie». Ha inoltre pubblicato (2008) un racconto breve nel catalogo della mostra Pinazo en Italia per il museo Ivam di Valencia e un racconto breve (2019) per la mostra Roja Melancolía dell’artista spagnolo José Manuel Sánchez Darro. Recentemente (2019) ha pubblicato il suo romanzo d’esordio Lo specchio indonesiano. Per enciclopediadelledonne.it ha curato la traduzione dall'olandese del volume Riaffiorano le nostre vite di Dunya Breur (2023).

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