Elena Casati Sacchi

Como 1834 - Mantova 1882
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Talvolta nello scrivere il profilo di un personaggio documentandosi sugli incontri, gli affetti, le esperienze che hanno segnato il suo vissuto, sembra che la sua storia possa riassumersi in un comportamento che ben lo rappresenta. Per Elena Casati è senz’altro il battersi nel senso più ampio del termine, il lottare con le armi delle idee, delle parole e dell’esempio.

Le foto che la ritraggono ci restituiscono la grazia del suo fisico, il suo sorriso dolce, lo sguardo limpido di grandi e luminosi occhi azzurri, le testimonianze che abbiamo ci raccontano le sue qualità morali caratterizzate da bontà e generosità, fierezza, risolutezza, indipendenza.

Elena era nata il 29 settembre 1834 a Como in una ricca famiglia borghese, da genitori -il padre Giovanni Isacco Casati e la madre Luisa Riva – animati da ideali moderni  di libertà e rispetto dell’altro, valori trasmessi a lei e alle sue sorelle, la primogenita Adele (1827) e Alina che nacque dopo pochi mesi nel 1841 dalla morte improvvisa del padre. Gli anni Quaranta come il decennio successivo furono anni molto importanti per la preparazione e l’attuazione delle lotte risorgimentali e le donne (mogli-sorelle-amiche) sostennero sia materialmente che spiritualmente  le speranze e le azioni dei patrioti. Tra loro vi fu la madre Luisa che fece scelte importanti: andare in esilio volontario per vivere pienamente la missione patriottica e abbandonare la religione cattolica abbracciando quella protestante,  sdegnata per le violenze che il potere papalino inflisse a chi aveva partecipato nel 1849 alla Repubblica Romana, scelte che soprattutto Elena condivise e fece sue. La morte nel 1855 della madre in esilio a Bruxelles mise ancora alla prova Elena che appena ventenne manifestò la volontà di seguire gli ideali della madre e di vivere autonomamente. Infatti, tornata a Como con la sorella Alina, mentre la maggiore si era trasferita a Buenos Aires, Elena dimostrò di non trovarsi a suo agio, presso la casa dello zio materno che le aveva accolte e voleva proteggerle. Non era certo la giovane che restava in casa, dedita ai lavori femminili, a letture per signorine, che frequentava la chiesa in attesa di un promesso sposo scelto dal suo tutore e non manifestava idee politiche, ligia al potere austriaco. Il suo modo di concepire la vita era ben diverso e si basava su altri valori a cui voleva rimanere fedele.

Riconosceva invece come “padri” Giuseppe Mazzini, Maurizio Quadrio, coi quali aveva in comune idee, concezioni politiche e sociali nuove; a loro era legata da un sincero affetto corrisposto, come si legge nelle tante lettere che si scambiarono. Se Mazzini di lei ricordava “i modi affettuosamente cortesi” e diceva che era “dolce, gentile, amica mirabile di affetti”, Quadrio le riconosceva un effetto benefico quando, durante i periodi in cui era carcerato, il suo pensiero era come “un raggio di sole che visita attraverso le inferriate l’oscuro sotterraneo delle prigioni”. Il motto di Elena era “fa quel che devi, qualunque cosa avvenga”, ed avendo quindi coerenza e dovere come guida, lasciò dopo pochi mesi la casa dei “fastidiosi parenti” (così li chiamava Mazzini), andò a vivere da sola anche per poter continuare a battersi ed avere contatti con i principali protagonisti del Risorgimento Italiano. Fu così disponibile a favorire ciò che per lei era una giusta causa: sovvenzionare con parte del suo patrimonio le spedizioni degli anni che precedettero la completa unità d’Italia (quella di Pisacane e l’impresa dei Mille), rispondere sempre con impegno personale al richiamo di Mazzini per organizzare insieme a tante donne (alcune delle quali sue amiche come Sara Nathan, Laura Solera Mantegazza, Giorgina Saffi, Luisa De Orchi)  dei comitati in cui predisporre attività per raccogliere fondi attraverso lotterie, biancheria utile per assistere i feriti durante le battaglie (come lenzuola, pezze, camice, filacce) e infine sostenere lo stesso Mazzini inviandogli piccoli doni per lenire le sofferenze durante gli anni del suo peregrinare.

A partire dal 1862 i comitati diedero vita all’Associazione Femminile che si preoccupava di diffondere il credo mazziniano ed Elena, che ne fece parte fin da subito, donando alle amiche o alle donne con cui veniva in contatto Il libro di Mazzini I doveri dell’uomo (1860), si convinse che, oltre alle donne borghesi, occorresse coinvolgere nel progetto risorgimentale di nascita della nazione italiana anche le operaie e le popolane. Questo suo attivismo non cessò mai anche quando, raggiunta l’Unità con capitale Roma, continuò a sostenere le battaglie per l’emancipazione della donna che passava anche attraverso la diffusione dell’istruzione femminile, il diritto al voto, l’abolizione della prostituzione. A tale riguardo nel settembre del 1880 partecipò a Genova al II Congresso Internazionale per i diritti delle donne (la cui coordinatrice era Anna Maria Mozzoni) e vi lesse una relazione sulla prostituzione a Napoli, risultato di un’indagine condotta dalla giornalista e cara amica Jessie White Mario.
Elena non si allineò mai con le femministe del tempo sul tema del diritto al divorzio.

Nella sua vita ebbe un unico e grande amore, Achille Sacchi, medico, nato a Mantova nel 1827, che fin da studente aveva cospirato con altri contro il dominio degli austriaci e dovette abbandonare la sua città perché condannato a morte in quanto congiurato di Belfiore. Amico di Garibaldi, partecipò alla Prima guerra d’indipendenza, alla Repubblica Romana e dovette per anni vivere in terre straniere per inseguire i suoi ideali. “Bello di presenza, grave di modi, senza affettazione, amabile, cortese, stimato da tutti per la nobiltà ed elevatezza di sentimenti, per la dignità e serietà del suo carattere”, così scriveva Agostino Bertani medico e patriota di cui Achille fu più volte assistente sia in zone di guerra o di rivolte popolari o in periodi di epidemia, sempre schierati dalla parte dei deboli e dei poveri. Elena e Achille si erano conosciuti nel 1853 a Zurigo  (città rifugio per molti esuli italiani) nella casa del rione Hirslanden dove abitava con la madre e le sorelle. Fu un breve e piacevole  incontro, Elena si innamorò perdutamente di lui, ma le vicissitudini della vita li tennero lontani per anni fino al 1857, quando si rincontrarono a Genova. Fu vero amore per entrambi, si sposarono a Como il 7 giugno del 1858, secondo il rito religioso nonostante le resistenze di Elena, placate dallo stesso Mazzini perché solo così il legame poteva essere valido. Vissero in diverse città italiane, Pisa, Genova, Sondrio, prima di stabilirsi a Mantova finalmente liberata nel 1866. Nel 1859 nacque il primo figlio a cui ne seguirono altri quattordici, di cui dieci sopravvissero ai genitori. Ci furono periodi di lontananza tra i due a causa dell’attività patriottica di Achille che continuò a seguire nelle retrovie le imprese di Garibaldi anche in veste di medico. Fu comunque sempre grande amore, “due corpi ed un’anima sola” scrive di loro  Mazzini: soltanto le lettere (straordinario e ricchissimo è il carteggio della famiglia Sacchi Casati)  potevano lenire un poco i tormenti del cuore, Elena ne soffriva ma rispettava le scelte del marito; se lei gli scriveva: “[sei]…la metà dell’esser mio” di rimando lui “…[nel bene] come nemmeno in politica, so esser moderato, Mio angelo dilettissimo, dammi pure tutto l’affetto tuo, eccetera…”.

Negli anni Sessanta e Settanta si dedicò alla crescita dei suoi figli, pur sempre rimanendo attenta a bambini e donne in difficoltà; fu una madre tenera e rispettosa.

Morì a soli quarantasette anni nel 1882. L’ammirazione per lei e per le sue opere ne alimentò la memoria, le venne intitolata una scuola-ricreatorio per le donne mantovane, voluto dalle figlie. Scrisse di lei, ricordando i suoi genitori, l’ultima figlia Beatrice nel 1906:

… Elena Casati di cui non si potrebbero citare fatti, ma di cui la vita fu un tessuto di nobile intellettualità, di generose abnegazioni, di attivo operare  secondo che le dettavano i suoi ideali patriottici ed umanitari. Essi [lei e il padre] insegnarono ai loro figli… ad amare il buono e il bello e a nulla temere al mondo fuorché i rimproveri della coscienza.”

Fonti, risorse bibliografiche, siti

Maurizio Bertolotti (a cura di), La nazione dipinta Storia di una famiglia tra Mazzini e Garibaldi, Milano,  Skira, 2007

Costanza Bertolotti (a cura di), La repubblica, la scienza, l’uguaglianza. Una famiglia del Risorgimento tra mazzianesimo ed emancipazionismo, Milano, Franco Angeli,  2012

Carlo Volpati, Elena Casati Sacchi, la moglie del “medico che si batte” in Rassegna storica del Risorgimento, anno XVII, 1930, luglio- settembre (VIII), fasc. III.]

Maurizia Camurani

Modenese, laureata in Pedagogia presso l’Alma Mater Studiorum di Bologna, ha insegnato presso il Liceo delle Scienze Umane della città le discipline d’indirizzo. Collabora con il Laboratorio di Storia delle Migrazioni dell’Università di Modena e Reggio Emilia. Interessata alla storia della scuola e del patrimonio scolare, così come alla storia dell’educazione in particolare femminile dall’Unità d’Italia, collabora con il Museo della Scuola e del Libro per l’infanzia di Torino. Ha curato durante l’edizione 2015 del Festival della Filosofia di Modena la mostra Trasmettere sull’educazione scolare dei saperi e degli affetti.

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