Ingrid Wallberg

1890 - 1965
Download PDF

Data la sua fama di maschilista, parrebbe impossibile che il grande architetto Le Corbusier avesse nel proprio studio e al proprio fianco nel suo lavoro anche collaboratrici donne, divenute poi, a loro volta, piuttosto famose. Come non ricordare la giovanissima e coraggiosa francesina Charlotte Perriand (1903 – 1999), che sfidando l’arroganza del maestro, il quale, per tutta accoglienza, l’aveva apostrofata con la famosa frase: Ici, on ne brode pas des coussins (qui non ricamiamo cuscini) lavorò con lui per decenni, realizzando anche intramontabili best seller nel campo del design? Ed è noto pure il rapporto di stima e di amicizia che il maestro ebbe con l’irlandese Eileen Gray (1878 – 1976), autrice della magnifica E1027 la Maison en bord de mer, a Roquebrune Cap Martin, in Costa Azzurra, dove Corbu fu ospite per molte estati, prima di costruirsi il suo mitico Cabanon, a pochi metri di distanza, sulla stessa scogliera, affacciata su quel mare che, purtroppo, gli fu fatale. Meno conosciuta, anzi, del tutto ignota è invece la storia della svedese Ingrid Wallberg, che lavorò nello studio al 35 di Rue de Sèvres quand’era già adulta. Infatti, divorziato dal primo marito, Ingrid, urbanista già affermata nel suo paese, volle perfezionare le proprie competenze professionali presso il migliore architetto che ci fosse su piazza. E fu anche per merito di questo eccezionale tirocinio che lei, la prima donna architetto della Svezia, poté diventare una delle massime esponenti del funzionalismo architettonico dell’intera Scandinavia, producendo autentici capolavori.

 

Ingrid Wallberg è nata in una delle più prestigiose famiglie di Halmstad, suo padre, infatti, Alfred Wallberg, era un ricco industriale svedese, proprietario di una grande fabbrica di mattoni e di una tessitura che la stessa Ingrid si troverà a dirigere alla sua morte, l’unica dei suoi nove figli in grado di prendere il suo posto. 

Fin da piccola, Ingrid desiderava diventare architetto, ma a quel tempo, in Svezia l’accesso alla facoltà di Architettura non era consentito alle donne (lo fu soltanto dal 1921), così, dopo il diploma di maturità classica allo Stockholms samgymnasium, iniziò la sua peregrinazione scolastica per poter realizzare il suo sogno. Nel 1905 si iscrisse infatti alla scuola d’arte di Djursholm e, al termine del triennio di studi, per perfezionarsi in architettura si dovette trasferire in Germania, dapprima a Berlino e quindi a Monaco, alla Königliche Kunstgewerbeschule, dove si specializzò in urbanistica. Contemporaneamente, prese anche lezioni private di disegno architettonico e prospettico, di cui divenne abilissima. Fedele al proprio desiderio di indipendenza, Wallberg iniziò a lavorare sui cantieri quando era ancora studentessa. E fu su uno di questi che conobbe colui che sarebbe diventato il suo primo marito, l’ingegner Albert Lilienberg con il quale intraprese la propria carriera di urbanista nella città di Göteborg. Con lui collaborò ad importanti interventi di pianificazione urbana sia in Scandinavia che negli Stati Uniti, guadagnando addirittura il terzo posto, su trentanove partecipanti, al Concorso del 1913 per il Chicago Comprehensive Plan.

Tuttavia il suo matrimonio non era felice, nonostante la nascita di un figlio, e la sua salute ne risentì al punto da costringerla a frequenti ricoveri in ospedale. Fu nei lunghi periodi di degenza che poté dedicarsi a tempo pieno alla lettura. Le interessavano i libri di urbanistica e di filosofia, ma soprattutto quelli di architettura. 

Leggeva anche narrativa, ovviamente nella sua lingua, ma anche in tedesco, in inglese e in francese, che parlava correntemente, il che non era per nulla usuale per una donna di quel tempo. È stata inoltre autrice di articoli e di interventi a convegni su argomenti che le stavano particolarmente a cuore, come quello delle città-giardino e dello studio per la risoluzione dei bisogni abitativi di chi aveva pochi mezzi. 

Per semplificare la vita alle casalinghe progettò delle cucine dimostrative, funzionali ed efficienti, che vennero esposte nella grande mostra di Göteborg del 1923, allestita per celebrare il trecentesimo anno di fondazione della città. In essa Wallberg presentò anche il suo progetto di appartamenti sperimentali nella sezione Förening Hus och Hem, dedicata al tema della casa e della modernità domestiche.

 

Nel 1927, dopo il divorzio dal marito, Ingrid espatriò di nuovo, raggiungendo a Parigi sua sorella Charlotta Maria Lotten, detta Lotti, giornalista e scrittrice, che in seconde nozze, nel 1923, aveva sposato il musicista (violinista e compositore) Albert Jeanneret, fratello di Le Corbusier (il cui vero nome era Charles Édouard Jeanneret). Con lei intratteneva già da tempo un fitto scambio epistolare, concernente soprattutto la casa parigina che Le Corbusier stava costruendo per suo fratello in Rue du Docteur Blanche, (la famosa maison Jeanneret, oggi patrimonio UNESCO, unitamente alla contigua maison La Roche), dove la coppia sarebbe presto andata ad abitare e della quale fu Lotti la finanziatrice. Grazie a questa fitta corrispondenza, Ingrid era dunque venuta a conoscenza in modo diretto dei principi dell’architettura moderna del maestro, che comunque non le erano ignoti, per averne letto resoconti e notizie, e dai quali era profondamente affascinata. Fu per apprendere direttamente da lui la sua lezione che decise di andare a Parigi, dove entrò subito a far parte del suo studio, al 35 di Rue de Sèvres, in qualità di stagista e di assistente, ed è stata quella la sua formidabile formazione nella disciplina.

 

Ingrid Wallberg fu la prima donna ad essere accolta nello studio dei cugini Pierre e Edouard Jeanneret, vi entrò infatti nella primavera del 1927, mentre Charlotte Perriand arrivò quello stesso autunno. Durante il periodo di permanenza di Ingrid, Le Corbusier stava lavorando soprattutto a Villa Stein-de Monzie (da lui soprannominata Les Terrasses) che sarebbe stata costruita a Garches, in uno dei più bei sobborghi di Parigi. Tra i tanti progetti che il maestro aveva allora sul tavolo da disegno, Wallberg collaborò ai due edifici per il Weißenhof di Stoccarda (1927) e al padiglione smontabile della Nestlé per la Fiera di Parigi del 1928. Si era inoltre agli albori del CIAM (Congrès Internationaux d’Architecture Moderne), alla cui nascita lei assistette in prima persona, rischiando addirittura di rappresentare la Svezia al Primo Congresso, se ciò non accadde, fu solo per le gelosie dei suoi conterranei colleghi maschi.

 

Purtroppo, alla famosa Esposizione di Stoccolma del 1930 (Stockholmsutställningen), che segnò il momento di svolta dell’architettura svedese verso il modernismo, diretta da Erik Gunnar Asplund e organizzata sulla scorta dell’esperienza tedesca del  Weißenhof, poiché Wallberg non era stata ancora riconosciuta come architetto dalla SAR (Sveriges Arkitekters Riksförbund), il corrispettivo svedese dell’Ordine degli Architetti e Ingegneri italiano, le fu concesso di presentare soltanto i suoi progetti di cucine innovative e razionali e non quelli dei suoi edifici. (Le Corbusier, a cui fu richiesto di partecipare alla fiera, declinò l’invito. Chissà se fu anche per solidale sostegno alla sua allieva? È bello pensarlo.)

 

Durante l’apprendistato parigino, Ingrid Wallberg divenne molto amica sia di Charlotte Perriand che di Alfred Roth (1903-1998), con il quale stabilì un rapporto di collaborazione professionale durato alcuni anni, inducendo l’architetto svizzero a seguirla addirittura in Svezia nel 1928, dove, a Göteborg, diedero vita allo studio R&W. 

Wallberg e Roth progettano insieme due abitazioni monofamiliari, in cui risulta evidentissima la lezione di Le Corbusier: nel 1928 Villa de Örgryte, a Göteborg e, tra il 1929 e il 1930, prima che Roth facesse ritorno in Svizzera, la casa di vacanze a Onsala, conosciuta come Villa Simonsson, dal nome del committente, il lungimirante sarto Simonsson, appunto.

 

Fu all’inizio degli anni ’40 che il padre di Ingrid morì e lei dovette fare ritorno ad Halmstad per guidare le aziende di famiglia. Qui, nella sua città natale, progetterà la maggior parte degli edifici industriali e delle case a schiera di tutta la sua carriera. Nel frattempo si era risposata con Gösta Göthlin, medico capo della città. I due condividevano interessi comuni, soprattutto sulla necessaria salubrità delle abitazioni della classe meno abbiente ed entrambi si battevano, ciascuno nel proprio campo, perché le condizioni di vita dei loro abitanti fossero ottimali. Ma avevano in comune anche l’amore per la musica, per il teatro e per l’arte.

Dopo la partenza di Alfred Roth, Ingrid Wallberg ha continuato a dirigere da sola lo studio di architettura per altri trent’anni, progettando, fino all’ultimo dei suoi giorni, a Gymnasiegatan, ad Halmstad, a Idrottsgatan e a Skånegatan, palazzi, case a schiera, case unifamiliari, chiese, fabbriche e persino una centrale idroelettrica. Tutti i suoi progetti sono connotati dal linguaggio funzionalista che le era proprio, e, quelli residenziali anche dal rispetto di standard abitativi molto elevati, così da consentire a coloro che vi avrebbero risieduto una vita quotidiana più salubre.

Una delle prerogative di Ingrid Wallberg è stata poi la sua capacità imprenditoriale, infatti fu una capitana d’industria competente e illuminata. Dapprincipio membro del consiglio, poi presidente e infine amministratore delegato delle Wallbergs Fabriks AB, per trent’anni ebbe un’influenza decisiva sullo sviluppo sia della fabbrica di mattoni che di quella tessile, senza mai smettere l’attività professionale di architetto. Per la fabbrica di tessuti, dei quali fu anche eccellente disegnatrice, venne persino in Italia a cercare partner commerciali che le consentissero di evitare i costi doganali e quelli di trasporto; vi reclutò anche lavoratori esperti che fece trasferire in Svezia. E fu proprio per i suoi operai che costruì gli alloggi popolari di cui si è detto, inoltre, per le sue fabbriche progettò nuovi spazi industriali ad Halmstad e a Göteborg la centrale idroelettrica di Slottsmöllan.

Tuttavia, nonostante la grande quantità e la elevata qualità dei suoi progetti di architettura, dovette attendere molto tempo prima di essere ammessa all’Ordine degli Architetti del suo paese, e, pur non avendo la laurea, alla fine fu proprio il suo lavoro sul campo a garantirle l’accesso, nel 1938, quando era ormai prossima ai cinquant’anni d’età e ai trenta di attività professionale.

 

In un’epoca in cui il destino delle donne era scritto – relegate fin dalla nascita dentro le mura di casa, tra padri, mariti e figli – a loro preclusa qualunque carriera professionale, soprattutto se tecnica, Ingrid Wallberg ha sfidato ogni pregiudizio sociale e culturale, tanto nelle scelte di vita, quanto nel lavoro. È diventata architetto, e non uno qualunque. A lei la Svezia deve, infatti, le sue prime architetture funzionaliste e i suoi primi quartieri-giardino. Intrepida, intelligente, curiosa e colta, Wallberg, in forte anticipo sui tempi, ha portato la natura fin dentro le città, in piccole oasi verdi attorno alle case dei quartieri da lei progettati, che hanno reso migliore la qualità della vita di chi le abitava. Il suo ultimo intervento architettonico lo ha realizzato all’età di settantatré anni, due anni prima di morire. Persino la sua tomba se l’è progettata da sé, immersa nel verde, una trama di nuda pietra, celata alla vista da un rododendro maestoso. 

Fonti, risorse bibliografiche, siti

Anne Brügge, Ingrid Wallberg, arkitekt och funkionalist, Balkong, 2020

Maria Luisa Ghianda, Ingrid Wallberg, allieva di Le Corbusier, in Doppiozero.com, 23.02.2021

Maria Luisa Ghianda

Docente di Storia dell’Arte e scrittrice, ha insegnato alla Facoltà di Architettura del Politecnico di Milano e in numerose scuole italiane, tra cui l’Istituto Statale d’Arte di Monza nei suoi anni gloriosi. Per Italia Medievale ha pubblicato il romanzo storico I mercanti bizantini scomparsi (2017), con cui ha vinto tre premi letterari. È autrice di numerosi racconti a soggetto storico-artistico, di cui l’ultimo, Un filo di seta, pubblicato da Bolis nel 2018. Il suo amore per il Medioevo va di pari passo con quello per il design, campo nel quale ha maturato una accreditata competenza. Ha scritto per molte riviste d’arte, attualmente collabora con la rivista culturale «Doppiozero». Brianzola di nascita, vive e scrive a Terracina.

Leggi tutte le voci scritte da Maria Luisa Ghianda