Maria De Maria

Bazzano 1901 - Bologna 1983
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Pittrice sconosciuta ai più, la cui vicenda artistica e umana è rimasta circoscritta ai luoghi dell’Emilia e della Toscana, dove ha vissuto e operato, Maria De Maria è stata senz’altro una valente artista, che ha ottenuto importanti riconoscimenti dalla critica più qualificata del suo tempo. Nei primi decenni del Novecento i suoi dipinti sono stati presenti alle grandi mostre organizzate dal Sindacato degli artisti, alla Quadriennale di Roma e alla Biennale di Venezia, fino a giungere a rassegne internazionali come il Premio Carnegie di Pittsburgh.

Nata a Bazzano (BO) il 12 novembre 1901 da Adolfo (1873-1934) e Augusta Arcangeli (1872-1967), Maria è stata “figlia d’arte”, poiché anche il padre era un affermato pittore della scuola bolognese, con all’attivo numerose esposizioni, noto per la sua opera in bilico tra simbolismo e naturalismo. Seguendo il padre, di professione insegnante, Maria nel 1904 si trasferì con la famiglia a Novara, poi a Siena nel 1912, pur tornando ogni estate a Bazzano, dove i nonni risiedevano. Maria aveva due sorelle più piccole, Ada (1907-1995), valente miniaturista, e Francesca (1911-1933), morta a soli 22 anni.

Artista atipica rispetto ai canoni dell’arte italiana della sua epoca, Maria dipinse sempre con uno stile personalissimo, abbandonando le correnti ufficiali e aprendosi a un “magico” realismo, che pervase tutte le sue opere. La pittura di Maria si rifaceva ai grandi maestri toscani, ma anche a Bruegel e ai Fiamminghi. Nelle sue opere si avverte infatti, pur nella dolcezza e nella serenità che da esse trapela, un lieve influsso della pittura nordica. L’insistenza sul particolare e lo studio dettagliato delle figure presenti nelle sue composizioni sono i caratteri distintivi, che rendono singolarissima la sua tecnica pittorica.

I dipinti della De Maria – eseguiti a olio, ad acquarello, a matita o a china e spesso su tele di grandi dimensioni –, riproducono in genere paesaggi a lei cari o scene di vita di paese, caratterizzate dalla realtà degli atteggiamenti e dei gesti lenti e soavi dei soggetti ritratti, quasi sempre gente umile di campagna. E questa tensione al “reale” e al “vero” Maria l’aveva ereditata dal padre Adolfo, da cui aveva anche appreso il divario tra le brutture dell’esistenza quotidiana e l’incontaminata bellezza della natura, da lei a tal punto idealizzata, da renderla nei suoi quadri quasi irreale.

Sdoppiata tra il ruolo di docente di disegno e calligrafia – tra il 1926 e il 1964 insegnò presso gli istituti di Poppi (nel Casentino), Arezzo e Orvieto –, che considerò sempre poco gratificante e fonte di numerosi travagli, e il ruolo affascinante ed entusiasmante di pittrice, Maria non seppe mai conciliare queste due realtà, cedendo a frustrazioni non indifferenti. Le delusioni patite come docente e la presa di coscienza della miseria della vita quotidiana le provocarono angoscia e disperazione, sentimenti che non trovarono espressione nei suoi dipinti. Maria continuò infatti a vedere nell’arte un luogo di libertà, di sogno, di riscatto. Le purissime immagini degli uomini al lavoro, delle donne che lavano i panni al fiume, dei bimbi che giocano non potevano conciliarsi con il suo sentire diventato con gli anni sempre più duro.

 

Dove Maria lasciò trapelare la sua inquietudine, fu invece nei numerosi scritti pubblicati, tra cui anche il suo diario, nel quale scriveva: 

In questo mondo non c’è che un’unica, incommensurabile maledizione, ed è la presenza dell’uomo” 

e ancora: 

Tutte le mattine, quando mi alzo, io mi domando: «Oggi chi mi farà un’iniezione di veleno?» E questo pensiero soltanto è già un’iniezione di veleno”. 

La pittrice, dopo il congedo dall’insegnamento, pur continuando la sua attività artistica, si dedicò alla stesura di numerose opere letterarie. Sotto lo pseudonimo di Maria Argangeli, desunto dal cognome della madre e che da allora iniziò a utilizzare anche per firmare i suoi dipinti, l’artista-scrittrice tra il 1952 e il 1980 pubblicò racconti, romanzi, pièces teatrali, traduzioni, poesie, lettere, ottenendo recensioni lusinghiere. 

Appartengono a questo periodo opere quali: Giuochi da ragazzi (1952), La profezia del Chiromante, Qualcuno che non ha importanza, L’importanza di chiamarsi William, La preghiera dei defunti, Luce sulla ribalta, Il ritratto di Dorian Gray, Il principe felice (1953), Il ventaglio di Lady Windermere (1954), Lo zio Casimiro (1954-1965), Voci sommesse (1959), Il castello dei sogni, Così regnò Vittoria (1969), La spada di Damocle (1970), Pagine di diario (1980).

L’isolamento in cui Maria gradatamente si ritirò le fece perdere occasioni preziose. Rifiutandosi di abbracciare una precisa corrente pittorica, preferì lavorare da sola, confidando più sul giudizio del pubblico che su quello della critica, e pagando questa scelta con l’esclusione dalla vicenda artistica del suo tempo.

La frattura fra la vita dell’artista e la vita della donna si fece via via sempre più grande e insanabile. Negli ultimi anni Maria filtrò tutto attraverso la memoria, rendendo così irreali anche le immagini tratte dal vero. L’irrealtà stavolta era però ben diversa da quella perseguita un tempo, poiché ora concepita come distacco da un mondo considerato ormai maledetto e spaventoso.

I lavori di Maria De Maria – un corpus pittorico formato da più di 200 opere, tra dipinti e studi, prove e schizzi preparatori, pervenuto dopo la sua morte, avvenuta nel 1983, all’Antoniano di Bologna e in seguito suddiviso tra il Comune di Bazzano e numerosi privati – restano bellissimi “nel loro silenzio umile e maestoso insieme, in quella perfezione di strutture e di toni davvero metafisica (anche se si trattava di una metafisica del quotidiano), testimonianze di un’arte che rifletteva soprattutto se stessa, i suoi valori più puri e indifesi” (F. Solmi).

Fonti, risorse bibliografiche, siti

Maria Arcangeli, Pagine di diario, Bologna 1980

Franco Solmi, Maria De Maria (1901-1983), Bologna 1984

De Maria Adolfo, Ada, Maria nella collezione di Ada De Maria, Bologna 1996

Aurelia Casagrande

Laureata in Storia medioevale e diplomata in Archivistica, paleografia e diplomatica, da oltre 30 anni opera in qualità di archivista libero professionista.
Svolgendo la sua attività per conto di numerosi enti pubblici e per privati, ha avuto modo di avvicinarsi ad archivi di differente natura (comunali, provinciali, statali, giudiziari, industriali, ospedalieri, parrocchiali, personali, gentilizi, di istituti bancari e di beneficenza, di movimenti politici), cimentandosi su documenti di epoche diverse. Oltre a compiere molteplici interventi di riordinamento e inventariazione di fondi archivistici, ha realizzato mostre documentarie, visite guidate e laboratori volti ad avvicinare ragazzi e adulti alle carte d’archivio.

Al suo attivo ha inoltre diverse pubblicazioni di carattere storico e archivistico.

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