Sabina von Steinbach

Strasburgo - XIV secolo
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Il nome di questa artista è giunto fino a noi dal Medioevo, a volte nella versione germanica (Sabina von Steinbach) a volte nella versione francese (Sabina di Pierrefonds). Di lei si narra solo che avrebbe ereditato la professione di scultrice dal padre Erwin, documentato come architetto nella cattedrale di Strasburgo. Oggi una parte della critica, non possedendo vere e proprie notizie biografiche su questa scultrice, ne mette in discussione l’esistenza stessa. 

In effetti la principale fonte di informazione su di lei pone alcuni dubbi: nel 1617 il pastore luterano Schadeus (teologo e cronista, autore della prima Guida della Cattedrale di Strasburgo) riferiva di una statua medioevale di S. Giovanni corredata di un’iscrizione ora perduta; tale iscrizione in lingua latina recitava: “Grazie alla pietà di questa donna, Sabina, che mi ha dato forma da questa pietra dura”. Studi recenti sostengono che la leggenda di Sabina nasca da una traduzione errata di questa frase, che piuttosto indicherebbe Sabina come donatrice della costosa pietra (Stein) in cui sono state tagliate le sculture.  Altri studi notano che lo stile delle sue figure sembra attribuibile a circa un secolo prima della morte di Erwin, avvenuta verso il 1318. 

 

Al di là delle incongruenze dovute alla scarsità di informazioni in un’epoca come quella medioevale – quando era comune che gli artisti nemmeno firmassero la propria opera – oggi è tuttavia possibile interrogare anche altre fonti. È soprattutto la memoria popolare che attribuisce a Sabina diverse opere, ma di lei si trova anche traccia scritta; negli elenchi degli scalpellini impegnati presso la cava di Strasburgo, alla fine del XIII secolo, è attestata la sua adesione alla Gilda dei maestri: la donna è registrata come figlia del capomastro Erwin von Steinbach e sorella di Johann Von Steinbach, incaricato di erigere la torre. 

Dal canto loro, studi di area massone ricordano una scultrice alsaziana di nome Sabine de Pierrefonds, sposata al costruttore Bernard Sunder, con il quale avrebbe lavorato anche nella Cattedrale di Magdeburgo. Alcune fonti attribuiscono a Sabina von Steinbach le due statue gotiche esposte ai lati del portale sud della Cattedrale di Strasburgo. Altre fonti sostengono che in realtà Erwin non era il padre di Sabina ma solo il suo predecessore nell’opera della cattedrale. 

 

Per tutte queste incertezze, la vita di Sabina viene liquidata spesso come leggendaria; tuttavia appare pienamente rappresentativa di una precisa situazione riguardante tutte le donne (assai numerose nel Medio Evo) che si occupavano di dare forma alla pietra. Notizie storiche in tutta Europa testimoniano dell’attività femminile nei cantieri delle cattedrali, spesso a conduzione familiare: secondo una fonte spagnola, per esempio, nella fabbrica della cattedrale di Leon un terzo dei lavoratori era costituito da donne; ma nessun documento permette di ricostruire le vicende particolareggiate di queste artiste. Nei lunghi secoli passati gli studi ufficiali si sono concentrati solo intorno alle opere realizzate da uomini, arrivando ad attribuire senz’altro a loro le produzioni prive di firma certa. Al contrario, nessuno indagava sui nomi, peraltro numerosi, di donne inserite nei medesimi registri. 

 

Anche per questo la storia di Sabina è degna di essere raccontata: perché conserva e tramanda l’eco di tutte le artiste che praticavano un lavoro così faticoso ma anche pieno di responsabilità, dato che assolveva al compito di rendere per immagini un’intera concezione del mondo: in un’epoca in cui solo una minima parte della popolazione era alfabetizzata, le raffigurazioni scultoree e parietali affermavano e diffondevano valori, illustrando convinzioni, timori, aspirazioni e ideali. A questo proposito è giusto ricordare che nel corredo di statue e rilievi della Cattedrale di Strasburgo, dove si dice abbia lavorato Sabina, abbondano in particolar modo le figure femminili: se davvero una donna ha diretto almeno una parte del progetto scultoreo, è interessante che abbia provveduto a sottolineare la partecipazione femminile al mondo.

La tradizione orale – nel caso di Sabina particolarmente persistente e radicata – può soccorrere validamente nel tentativo di ricostruire una storia o un’identità. Tale tradizione, come tutte le fonti, va vagliata con circospezione; ma può rimandarci elementi di veridicità anche a distanza di millenni, come hanno ripetutamente provato le ricerche archeologiche e letterarie su altri temi. Nel Medioevo qualche autore veniva citato solo per ricordarne meriti artistici particolari; il nome di Sabina probabilmente è giunto fino a noi non solo per l’eccezionalità dell’incarico conferito ad una donna, ma anche per la maestria con cui quell’incarico fu portato a termine. 

 

Per suffragare la tesi di una Sabina scultrice a Strasburgo, inoltre, deve valutarsi un altro elemento: la forza della genealogia femminile. Il territorio che comprende la valle del Reno e le montagne intorno a Strasburgo, nel 1300, era ricco di esempi stimolanti per una donna che si fosse voluta occupare d’arte. I vicini monasteri di Hohenburg e Bingen (guidati rispettivamente dalle prioresse Herrade e Ildegarda, attive a breve distanza di tempo e spazio) tramandavano da decenni la fama di donne valenti per cultura e creatività. Il capitolo della stessa cattedrale per la quale Sabina eseguì le due statue, avrebbe commissionato in seguito le magnifiche vetrate; alcune di queste sarebbero state ispirate ai testi miniati dalle monache di Hohenburg, celebrate per la loro maestria. Un clima così caratterizzato dalla creatività femminile era sicuramente propizio alla nascita e all’affermazione di altre artiste. Se la guida familiare può aver fornito a Sabina i mezzi per formarsi, si può ben pensare che nella costruzione del suo percorso la scultrice si sia corroborata dei numerosi esempi femminili positivi del circondario, traendone ulteriore forza e libertà. 

Probabilmente è grazie a questa combinazione di fattori che Sabina ha saputo condurre al meglio un incarico prestigioso come quello di decorare il portale più frequentato della cattedrale di Strasburgo, ottenendo che il suo nome resistesse nella memoria attraverso i secoli.

 

Le statue di Sabina rappresentano le due allegorie della Sinagoga e dell’Ecclesia. Entrambe le figure, inquadrate da colonne classicheggianti, sono situate sopra piedistalli e sormontate da un piccolo baldacchino. La Sinagoga, bendata per alludere alla sua cecità spirituale, simboleggia la religione ebraica sconfitta da quella cristiana. La Chiesa Cristiana invece trionfa, ha un atteggiamento fiero e guarda davanti a sé. Queste statue hanno superato la severa rigidità romanica, hanno gesti espressivi e moderni, chiome fluide e panneggio verosimile. Le forme del corpo sono ancora semplificate ed intuitive, ma solo lo studio anatomico inaugurato nel Rinascimento, quasi due secoli dopo, le avrebbe descritte con maggior precisione.

Negli ultimi anni le date sono state continuamente ridiscusse dagli studiosi e si ipotizza che a Strasburgo anche altri lavori, inizialmente attribuiti ad Erwin, siano stati eseguiti solo dopo la sua morte, e in certi casi proprio da Sabina. 

La tradizione riferisce inoltre che Sabina non realizzò solo delle statue, ma contribuì pure, come capomastro, alla formazione di apprendisti del mestiere. Questa vocazione magistrale, comune a molte artiste di tutte le epoche, conferma la modalità che ha permesso la circolazione dei loro saperi, nonostante l’esclusione dai sistemi ufficialmente deputati all’istruzione. 

 

Oggi Strasburgo continua a menar vanto di questa artista; tanto è vero che la municipalità ha deciso di ricordare Sabina tramite la statua di una giovane donna con i capelli lunghi che, posta sul lato della cattedrale, tiene in mano gli strumenti propri del lavoro di scultore.

Fonti, risorse bibliografiche, siti

Petersen, Karen; Wilson, J. J. Donne artiste: il ruolo della donna nella storia dell’arte dal medioevo ai nostri giorni. Roma 1978: Savelli editore.

Lehni, Roger: La cattedrale di Strasburgo. Saint-Ouen 2001: ed. La Goélette.

Isabel del Río: Las Chicas del Óleo, pintoras y escultoras anteriores a 1789, ensayo de arte y mujer. León 2010: Ed. Akrón.

Daniela Esposito: Tecniche costruttive murarie medievali: murature a tufelli in area romana. Roma, Anno 1997, Edizione: L'ERMA di BRETSCHNEIDER. (v. pag. 175 sull’impiego di donne nei cantieri m.evali).

Wikipedia, voce su Sabina von Steinbach, con citazione del testo di Oseas Schadeus

http://www.fenmuguerza.com/

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Lidia Piras

Ha fatto parte di diverse associazioni di donne fin dagli anni universitari e si è laureata a Cagliari con una tesi sul lavoro femminile. Insegna Storia dell’Arte nei licei da circa vent’anni; contemporaneamente svolge una specifica ricerca sulle artiste del passato, confrontandosi con la prospettiva pedagogica della differenza. Negli ultimi anni ha tenuto una serie di lezioni pubbliche su temi come: La corporeità difficile: testimonianza di alcune artiste sulla violenza, Il punto di vista di genere nell’architettura di Grete Schϋtte–Lihotzky, Charlotte Salomon: un percorso di rinascita interrotto ad Auschwitz.

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