Theofano

958 - 991
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Theophanu, Theuphanu, Theophano o Theofano, Theophanius; al femminile, Theufany, Theuphania, Theophannia, Teofania o Theofania, Theophana, Theophany fino al più improbabile di tutti, Pyphanü. Le varianti ortografiche si depositano strato su strato, come i veli di una sacra cortina, attorno alla figura di Theofano, principessa bizantina vissuta tra il 958 e il 991 e destinata a essere dapprima sposa e poi madre di un sovrano del Sacro Romano Impero. Icona di una corte i cui fasti suscitavano la meraviglia dei barbari d’Occidente, orfani da secoli della grandezza dei Cesari, “la greca” – questo l’epiteto, tra diffidenza e rispetto, con cui è citata in tante cronache del tempo – seppe farsi artefice e protagonista di una breve stagione nella quale l’oriente bizantino e l’occidente latino si incontrarono e dialogarono, nel sogno della renovatio di una comune tradizione imperiale.

Le origini di Theofano sono oscure quanto l’ortografia del suo nome. Le fonti sono generalmente laconiche. Alcuni affermano fosse figlia del basileus Romano II. Più probabilmente i legami con la corte bizantina sono riconducibili a una parentela con Giovanni Zimisce, imperatore dal 969 al 976 grazie ai complotti di una quasi omonima della principessa, l’imperatrice Theofane. Nonostante la scarsità di informazioni, possiamo ragionevolmente supporre che abbia ricevuto una educazione degna di una donna del suo rango: i classici greci, l’educazione religiosa e certamente anche qualche rudimento di latino, quantomeno in vista delle nozze.

Di fatto, per le fonti storiche Theofano comincia a esistere il 14 aprile 972, giorno delle nozze a Roma, nella veneranda basilica costantiniana di San Pietro, con l’erede al trono del Sacro Romano Impero, Ottone. Per questo capolavoro diplomatico si era mosso il vescovo Liutprando sin dal 968, dopo il fallimento di una prima missione nella quale aveva chiesto per Ottone la mano di Anna, sorella del basileus Basilio II. Liutprando chiedeva una porfirogenita, una principessa nata nella porpora, e Theofano non lo era. Ma doveva avere sufficienti quarti di nobiltà, ai quali probabilmente aggiungeva doti personali, e il matrimonio fu combinato. L’imperatore Giovanni Zimisce avrebbe riconosciuto de facto la dignità imperiale dei sovrani germanici; in cambio, Ottone I avrebbe rinunciato alle proprie ambizioni sulle provincie bizantine di Puglia e Calabria.

Secondo le cronache del tempo, la cerimonia fu sfarzosa come meritava. Le fonti si attardano sulla principessa e il suo seguito, con un’attenzione che non ritroveremo in seguito: illustre progenie di stirpe imperiale, Theofano è descritta come una principessa raffinata nell’eloquio ed elegante d’aspetto (ingenio facundam vultuque elegantissimam). Il ripetersi degli epiteti da una cronaca all’altra, con variazioni minime, potrebbe avere spiegazioni di segno opposto: il perpetuarsi di stereotipi del genere encomiastico o il riconoscimento dell’aristocratica naturalezza di un retaggio secolare. In un caso come nell’altro, la scelta degli aggettivi è significativa: donna “elegante nell’aspetto” (e non semplicemente pulchra), colta, eloquente e sicura di sé, Theofano appare subito lontana dal cliché della fanciulla pudica dagli occhi bassi e dal profilo altrettanto basso. Veri o falsi che siano, questi accenni ci restituiscono, se non la realtà storica, quantomeno qualcosa che le si avvicina molto: una figura dell’immaginario, il sogno di un oriente lontano e l’epifania di un impero antico, fuori dal tempo. Perché tale dovette apparire, in una giornata d’aprile, ai tanti che si accalcarono a San Pietro per ammirare il corteo nuziale.

Dalla cerimonia Theofano uscì non soltanto sposa, ma anche imperatrice. Ricevette infatti insieme al marito il sacramentale dell’incoronazione: in caso di morte del consorte o minore età dell’erede, sarebbe stata lei a reggere l’impero, in quanto coimperatrix augusta. A volte le iscrizioni riportano addirittura il titolo al maschile, Theophanius imperator augustus. È quindi associata al trono, anche se occorre intendersi su cosa ciò significhi. Theophano è consorte nell’impero, tuttavia c’è un’asimmetria tra dignità politica e potere effettivo, quando si tratta di una donna. Theofano intercede, domanda, auspica, sollecita quegli atti di governo che il marito, benevolmente, in genere le concede; in particolare, opere pie e fondazioni monastiche, come nella tradizione delle sovrane bizantine. È speculum principis e come tale brilla, ma della luce riflessa del sovrano. Tuttavia, ciò non toglie che il potere – soprattutto per una donna, e per una donna raffinata e intelligente come Theofano – possa e in genere debba esercitarsi anche in forme più sottili e mediate: qualche anno dopo il matrimonio, Ottone II si firmerà non più semplicemente imperator ma imperator romanorum, una formula che poteva rivendicare grazie al lignaggio della moglie.

La vita dei basileis dell’impero d’oriente era legata indissolubilmente a Costantinopoli: il Grande Palazzo; il corridoio nascosto che lo collegava al kathisma dell’Ippodromo; la basilica di Aghia Sophia. Quella dei sovrani germanici, invece, era una corte vagante e Theofano dovette adattarsi alle funzioni di rappresentanza che questo esercizio del potere comportava. L’immagine pubblica degli imperatori si definiva in questa frequentazione regolare con le grandi famiglie della nobiltà germanica: era la montagna ad andare da Maometto, insomma, e non il contrario come accadeva a Costantinopoli, dove la vita dei bizantini aveva nel palazzo dei basileis, sulle rive del Bosforo, il cuore pulsante dell’impero. Nella sua biografia di Theofano, Réginald Grégoire ricostruisce un esempio della sua ipotetica “agenda di lavoro”. Nell’estate del 973, a un anno dal matrimonio, la coppia imperiale si trova a Magdeburgo. Siamo fra il 4 e il 5 giugno. Il giorno dopo è a Oldenstadt, il giorno dopo ancora ad Halberstadt. Il 17 giugno raggiungono Lorsch e poi Worms, dove si fermano una decina di giorni per poi ripartire alla volta di Trebur e poi di Augusta. Il 22 agosto li troviamo a Metz, da dove, pochi giorni dopo, cominciano il viaggio di ritorno per svernare in Sassonia. La corte imperiale, per così dire, era sempre in tour.

In una formella d’avorio custodita al museo di Cluny (vedi immagine), Ottone e Theofano appaiono incoronati da Cristo. Imperatore e imperatrice sono rappresentati secondo l’iconografia dei basileis bizantini: la corona con i praependulia, il loros indossato da Theofano, la fissità ieratica delle figure. L’iscrizione recita: “Ottone imperatore dei Romani, Augusto” (in latino) e “Theofano, Imperatrice, Augusta” (in greco). Al lato femminile della rappresentazione è riservato il ruolo di custode della successione dinastica. L’imperatrice non ha funzioni ufficiali di governo, perché non lo prevedevano il diritto germanico e le consuetudini di corte. Ma il suo nome è una presenza costante negli atti giuridici della cancelleria imperiale, accanto a quello di Ottone.

Theofano darà alla luce cinque figli: Sofia, Adelaide, Matilde, Ottone e una bimba morta pochi mesi dopo la nascita e di cui si è perso il nome. Il figlio maschio arrivò per ultimo, nel luglio del 980. Ottone III sarà cresciuto ed educato nel culto della dignità imperiale, che egli identificò nelle glorie della Roma antica. Nella sua formazione, oltre all’abate benedettino Gerberto d’Aurillac (già precettore del padre e futuro papa Silvestro II), ebbe certamente un ruolo di rilievo, se non con ogni probabilità quello di maestra, la madre Theofano. Come ogni imperatore germanico, Ottone compirà il suo viaggio a Roma, ma non sarà il consueto pellegrinaggio di breve durata. Fedele al progetto paterno della renovatio imperii ed educato dalla madre nel culto della dignità imperiale, egli prenderà dimora stabile sul Palatino, dove terrà corte restaurando il cerimoniale romano e bizantino. Ma anche lui sarà costretto ad ammettere l’impossibilità di governare l’impero da Roma e ad abbandonare la città. Morirà prematuramente a soli 22 anni, nel gennaio del 1022.

Nella scarna biografia che ricostruiamo dalle fonti, l’immagine di serenità degli augusti imperatori ogni tanto scricchiola, come un cristallo incrinato. Si intravedono screpolature che fanno intuire quanto deve essere stato difficile conciliare due modi di pensare, due concezioni del potere, due civiltà. Ottone II non aveva abbandonato le sue ambizioni sulla penisola. Sceso in Italia, penetrò nei territori bizantini e strappò Taranto ai Saraceni, che l’avevano occupata. Si preparò ad affrontare l’esercito dell’emiro di Palermo, sbarcato in Calabria, ma a Capo Colonne subì una rovinosa sconfitta ad opera dei Saraceni, appoggiati da mercenari bizantini. Quando tornò a corte e diede alla moglie la notizia della disfatta, Ottone fu travolto da un’ondata di ingiurie, parole sferzanti di indignazione per lo scarso valore dei germanici a fronte della forza e del coraggio dei suoi compatrioti, loro sì veri romaioi, romani, come si chiamavano i bizantini. Frustrato nelle sue ambizioni politiche, Ottone morirà pochi mesi dopo.

Theofano terrà a lungo le redini dell’impero, insieme alla suocera Adelaide. Dovrà fronteggiare l’ostilità della corte verso quella “greca” così altera; le ambizioni delle grandi famiglie della nobiltà germanica, che miravano a sottrarre il trono al piccolo Ottone, che allora aveva solo tre anni; il tentativo di usurpare il trono da parte di Enrico, zio di Ottone II; persino invidie e maldicenze sui suoi abiti sontuosi e gli splendidi gioielli. Nel 995, finalmente, suo figlio salirà al trono. Ma Theofano non poté assistere al proprio successo. Morì infatti il 15 giugno 991 a Nimega, a soli 33 anni. Devota e fervida credente, come da tradizione delle principesse di Bisanzio, spirò con il conforto spirituale dei suoi funzionari più fedeli, i vescovi Willigiso di Magonza e Hildibaldo di Worms.

Roberto Limonta

Studioso di teologia e filosofia del linguaggio nella tradizione monastica medievale, è docente di filosofia e storia nella scuola secondaria e collabora con il Dipartimento di Filosofia e Comunicazione dell’Università di Bologna, dove è cultore di storia della filosofia medievale e membro del Centro interdisciplinare di ricerca Apt-Ancient Philosophy Today. Tra le ultime pubblicazioni, si segnala la curatela del De divina omnipotentia di Pier Damiani (Milano, 2020). Il resto del tempo lo dedica a famiglia, amici, bibliofilia e numismatica bizantina (non sempre in quest’ordine).

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