“Oggi possiamo parlare ed essere viste. Hanno provato a impedirci persino di nominare alcune delle parti più preziose del nostro corpo, ma una cosa è certa: se una cosa non viene nominata, non viene vista, quindi non esiste. Ora è arrivato più che mai il momento di raccontare storie importanti e di dire le parole, siano ‘vagina’ o ‘il mio patrigno mi ha stuprata’. Quando rompi il silenzio ti accorgi di quante altre persone stessero attendendo il permesso di fare lo stesso”.
Si poteva pensare che non avremmo più usato la formula “formerly known as” dopo Prince, e poi è arrivata Eve Ensler, che nel 2019, già famosa da oltre vent’anni, sceglie di essere solo V. Ma qui non c’è una scelta dettata dalla ribellione al sistema musicale. Qui lo strappo cercato è dall’identità familiare, dalle ferite di un padre abusante, dall’intero sistema patriarcale. Una ribellione di cui ormai da decenni è una delle protagoniste assolute anche nella capacità di coinvolgimento di intere generazioni di donne (e non solo) nell’impegno: a call to action, una chiamata all’azione.
Per una così, la narrazione che ci è sempre stata propinata è che è troppo: troppo emotiva, troppo violenta, troppo tutto; una matta, una che “dà i numeri”. Ma, a limitarsi a questa visione, i conti non tornano. Non è forse un caso il titolo di uno dei suoi recenti libri autobiografici, Reckoning [1], che lei stessa definisce nell’introduzione “una resa dei conti”.
E allora facciamone un po’ anche noi. I suoi libri sono tradotti in oltre 50 lingue e le opere teatrali rappresentate in più di 140 paesi. La sua opera teatrale più importante, The Vagina Monologues [2], (Obie Award 1997) è tuttora portata in scena con grande successo in almeno 120 paesi: a Broadway (da star come Susan Sarandon, Glenn Close, Jane Fonda, Winona Ryder), a Londra (da Kate Winslet e Cate Blanchett), in Italia (da Lella Costa, Lucia Vasini, tra le tante). La celebre rivista statunitense Newsweek l’ha inserita nella lista delle “150 donne che hanno cambiato il mondo”; il quotidiano inglese The Guardian (con cui collabora regolarmente da anni con approfondimenti sulla condizione femminile, la società, la politica) la considera una delle “100 donne più influenti al mondo”.
Autrice cult, drammaturga leggendaria, poetessa, regista, veterana paladina dei diritti delle donne, ha fondato nel 1998 il “V-day”, un movimento internazionale per fermare la violenza contro le donne, annoverato nel 2001 dal Worth Magazine fra i migliori 100 “best charities”, anche grazie alla struttura no-profit, che dal 1998 promuove eventi di sensibilizzazione e consente esibizioni gratuite, prese e ispirate a I monologhi della vagina, ogni 14 febbraio. E non è stata l’unica iniziativa. Nel 2012 ha fondato “One Billion Rising”, la più grande azione di massa e campagna internazionale per fermare la violenza sulle donne, attraverso la danza e il flash mob “Break the Chain”, che dal 2013 si tiene annualmente il giorno di San Valentino. È co-fondatrice di “City of Joy”, un centro rivoluzionario per le donne sopravvissute alla violenza nella Repubblica Democratica del Congo, insieme a Christine Schuler Deschyrver e al premio Nobel per la Pace 2018, il Dott. Denis Mukwege.
Eve Ensler è nata a New York City, seconda dei tre figli di Arthur Ensler, un dirigente del settore alimentare, e Chris Ensler, crescendo nella periferia settentrionale di Scarsdale. Come rivela nel devastante The Apology [2], dai cinque ai dieci anni è stata abusata sessualmente e fisicamente dal padre. I traumi causati dagli abusi, combinati con il silenzio (impotente o complice?) della madre, l’hanno resa una bambina e poi una ragazza “molto triste, molto arrabbiata, molto provocatoria. Ero la ragazza con i capelli sporchi. Non mi sentivo a mio agio da nessuna parte”.
Ha abbracciato la causa femminista militante al college. Dopo la laurea triennale in discipline umanistiche nel 1975, e una serie di relazioni violente, ha sviluppato una dipendenza da droghe e alcool. Nel 1978 si è sposata con Richard Dylan McDermott, che l’ha convinta a entrare in riabilitazione e di cui ha adottato il figlio sedicenne di primo letto Mark Anthony McDermott, pur avendo allora solo 23 anni. La loro relazione è sempre stata molto stretta e V sostiene che le abbia insegnato “come essere un essere umano amorevole” e madre senza aver partorito. Dopo un aborto spontaneo di Eve, Mark ha scelto per sé il nome che lei aveva pianificato per il bambino, Dylan (infatti è noto come Dylan McDermott anche nel suo lavoro di attore). V e il padre di Dylan si sono separati nel 1988, con la motivazione che lei “aveva bisogno di indipendenza, di libertà”.
Apertamente bisessuale, ha in seguito avuto una lunga relazione con l’artista e psicoterapeuta Ariel Orr Jordan. Relazioni troppo lunghe e stabili, però, non sembrano adattarsi al suo stile di vita nomade: ha case a New York e Parigi, ma viaggia gran parte dell’anno. Più delle relazioni sentimentali, sembrano contare le amicizie, strettamente legate alla sua missione contro la violenza sulle donne e alla sorellanza. Le celebrity citate come protagoniste di letture de I monologhi della vagina, o ai V-Day, non sono solo guest star. Spesso sono carissime amiche di V, di cui condividono valori, attivismo, ma anche le trappole della celebrità, con le critiche che spesso ne conseguono: dalla spettacolarizzazione del trauma proprio e altrui, alla semplificazione eccessiva dei problemi per i quali ci si impegna, al whitewashing, alla scarsa sensibilità nei confronti delle identità trans e non binarie. Jane Fonda, ad esempio, è una sua cara amica e sostenitrice, spesso presente nelle sue iniziative. Tra le altre collaboratrici e amiche strette figurano Gloria Steinem, Rosario Dawson, Marisa Tomei e Susan Sarandon. Il suo cerchio di amicizie include anche attiviste globali, in particolare Christine Schuler-Deschryver (già citata co-fondatrice della “City of Joy”), Agnes Pareyio (attivista kenyota Masai) e Rada Borić (attivista e politica croata), definite da lei stessa come compagne di lotta e amiche, con cui ha costruito ponti di fiducia e solidarietà.
La sua vita però non è stata solo glorie e premi: siccome prima o poi anche il corpo ci presenta il conto, nel 2010 ha rivelato che si stava curando per un tumore all’utero, esperienza di cui ha scritto in In The Body of the World [3]. Dopo la pubblicazione di The Apology [4] in cui descrive gli abusi sessuali e fisici da parte dell’ormai defunto padre, l’autrice ha dichiarato di voler prendere le distanze dal cognome di lui e ha chiesto di essere chiamata con il monogramma V, simbolo di Vagina, Vittoria e San Valentino, come il V-day.
Non si stanca mai, Eve Ensler. Non si ferma mai. Da quando nel 1996 I monologhi della vagina furono messi in scena per la prima volta al Cornelia Street Café nel Greenwich Village di New York a oggi che, passati i 70 anni, potrebbe godersi un confortevole ruolo di insegnante di drammaturgia all’università a New York. E invece basta leggere la sezione “what’s new” del suo sito ufficiale per realizzare che non solo la sua lotta non finisce mai, ma che l’energia, che pare inesauribile, si riversa ormai su molti dei fronti “caldi” di lotta per le donne in tutto il mondo. Non più solo violenza di genere: tutto si collega, tutto richiede il nostro impegno. La chiamata all’azione è pervasiva. Si parla anche di cambiamento climatico, dei danni politici dell’era Trump (su cui V scrive spesso sul The Guardian), di salute mentale. Risale all’autunno 2025 la messa in scena di “THIS IS CRAZY!”, una serata unica con celebrità del calibro di Jane Fonda e Dylan McDermott, il figlio scelto, in occasione della National Mental Illness Awareness Week. E probabilmente siamo solo all’inizio. V “vive nel mondo”.
Libri pubblicati in Italia
[1] Io sono un’esplosione: Una vita di lotta e speranze (2023), Il Saggiatore. (NdT: il riferimento al concetto di “fare i conti” del titolo originale Reckoning si perde nella traduzione italiana)
[2] I monologhi della vagina (2000), Tropea Editore; Necessary targets (2003), Dramatists Play Service; Il corpo giusto (2005), Tropea Editore; Vagina warriors (2005), Bulfinch Press; Io sono emozione (2011), Piemme; Se non ora, quando? Contro la violenza e per la dignità delle donne (2012), Piemme.
[3] Nel corpo del mondo (2014), Il Saggiatore.
[4] Chiedimi scusa (2019), Il Saggiatore.
Sito ufficiale eveensler.org Bibliografia generale William Plummer, “V for Victory - Real People Stories, Eve Ensler”, People Magazine, 12 febbraio 2001.
Arifa Akbar, “The Apology by Eve Ensler review – my father, who abused me”, The Guardian, 12 giugno 2019.
Giuseppe Fantasia, “Chi è Eve Ensler, l’attivista più importante del mondo”, Marie Claire, 9 novembre 2020.
Letizia Rittatore Vonwiller, Intervista a Eve Ensler: “V come vittoria. Non ho più voluto il nome scelto da mio padre violento”, CDS, La 27a ora, 16 novembre 2023.
Isabella De Silvestro, “V-EVE ENSLER. Le donne hanno bisogno di molto più piacere”, The Italian Review, Art, n. 93, 2023.
Cristina Cassese, “Eve Ensler e l’arte della lotta contro la violenza di genere”, Nomadismo professionale, 8 novembre 2023.
Marianne Schnall, “Reckoning Is The Call Of The Day”: Interview With V (Eve Ensler) On Her New Book, 25 Years Of Global Activism And Creating A New Culture, Forbes, 30 gennaio 2023.
Voce pubblicata nel: 2026
Ultimo aggiornamento: 2026