Nel 1889 Carolina Invernizio scrive nel suo romanzo storico “La trovatella di Milano”: «Nel 1848, allorché il popolo milanese si sentì l’animo di scuotere il giogo austriaco, anche le donne presero parte alla sollevazione, mostrando come l’amore per la libertà possa rendere anche i più deboli, audaci ed invitti. Fra quelle che più si distinsero, vi fu la Luisa Battistotti maritata Sassi, la quale deposti gli abiti femminili, sotto le spoglie di fuciliere, corse nelle vie a cercare il pericolo, incoraggiando ovunque, colla sua presenza, i combattenti». Era l’omaggio di una scrittrice popolare a una donna che aveva una propria fama legata alla causa della Italia liberata, riconosciuta anche fuori dalla sua città, in una Italia riunita da appena vent’anni.
Luisa Battistotti nasce il 26 febbraio del 1824 a Stradella, sulle colline dell’Oltrepò Pavese. Dopo il matrimonio con Sassi, un artigiano dell’ottone, si trasferisce a Milano, in contrada Vettabbia, dove lavora come lavandaia. La città, capitale del Lombardo-Veneto, da più di un secolo si trova sotto la dominazione austriaca. La popolazione meno abbiente patisce l’aumento dei prezzi e le difficoltà economiche, mentre l’oppressione politica – e la repressione - e il crescente sentimento nazionale nutrono un malcontento che sfocia nell’insurrezione delle Cinque giornate di Milano, dal 18 marzo del 1848, durante le quali uomini e donne di ogni età, ceto e cultura prendono parte alle proteste e alle operazioni che cacceranno gli austriaci dalla città. Fra queste si distingue Luisa Battistotti Sassi. Partecipa attivamente alla costruzione delle barricate, indispensabili per difendere gli insorti disarmati dai circa ventimila soldati austriaci, molti dei quali a cavallo. Ognuno sacrifica tutto ciò che ha: letti, sedie, stracci, pentole, armadi, ma anche poltrone, specchi, carrozze e mobili pregiati lanciati da case patrizie. Ma Luisa, che ha solo 24 anni, dopo aver indossato abiti maschili, nasconde le trecce sotto il berretto. Con la lingua di un tempo la sua azione viene descritta così: Dapprima, niuno sospettò che sotto quelle vesti si nascondesse una donna. Ell’era ardente alla zuffa, e mostrava forza insuperabile di braccio, e meravigliosa intrepidezza d’animo. L’amore alla libertà e l’odio all’Austriaco le moltiplicavano le forze. Si avventava furiosamente contro il nemico, e colla sua carabina, in modo terribile, lo fulminava: era sempre in prima fila, ove maggiore appariva il pericolo. Per cinque giorni non lasciò mai le armi e fu instancabile nel ferire, nell’incoraggiare e nel correre a portar soccorso di viveri a quelli de’ suoi che, chiusi dal nemico, pericolavano di morir di fame.
(Dal “Dizionario del Risorgimento Nazionale”, Volume IV “Le persone”)
Dalla dichiarazione di Giuseppe Bollini, contenuta nella biblioteca del Museo del Risorgimento di Milano, questa la dichiarazione di un testimone oculare: Arrivato al ponte delle Pioppette con sei uomini carichi di grano, vidi un uomo ancora giovane, armato di fucile, uscire dalle barricate di Santa Croce e andare a sedersi su una pietra della sostra lungo il Naviglio dirimpetto alla casa oggi segnata col n.° 23. Poco dopo dalla stessa casa sortì una donna brunetta vestita da uomo (fustagno scuro) che andò a sedersi accanto all’uomo che la stava aspettando. A un tratto si sentì gridare il solito “Arme da fuoco su borgo S. Croce”. La brunetta, che seppi poi essere la Sassi, scattò in piedi, tolse il fucile al suo compagno e passò ridendo nella barricata S. Croce. La vidi poi sopra un ballatoio di legno dirigere colpi di fucile sul bastione.
Luisa partecipa anche all’assalto di un deposito di munizioni sul naviglio. Non si ferma fino a che non sale sulle guglie del Duomo, facendo sventolare la bandiera tricolore. La sera del 22 marzo Luisa, soprannominata dai patrioti “la brunetta di Santa Croce”, viene fermata presso l’orfanotrofio di Porta Tosa (oggi, Porta Vittoria) perché persona sospetta e portata davanti alla Commissione di guerra. «Luisa Battistotti, moglie di Sassi, lavoratore d’ottone, abitante alla Vettabbia n. 3615 vestita d’uomo depone avere uccisi tre usseri sui bastioni di Porta Ticinese… Non constando nessun sospetto, si rilascia con dono di lire 6, per il momento». (Dal secondo volume dell’Archivio triennale delle cose d’Italia dall’avvenimento di Pio IX all’abbandono di Venezia, Capolago, Tipografia elvetica, 1851).
Nei giorni successivi il governo provvisorio riconosce pubblicamente il suo coraggio invitandola, il 6 aprile, in Duomo per la celebrazione del Te Deum di ringraziamento per la vittoria sugli austriaci. In questa occasione sono solo due i «ribelli» seduti in prima fila con le autorità: lei e Pasquale Sottocorno, il ciabattino sciancato che si era speso nella conquista del Palazzo del Genio, in via Monte di Pietà.
Il 12 aprile lo stesso governo assegna a Luisa Battistotti una pensione annua di 365 lire come riconoscenza del suo contributo patriottico, ma Luisa non ha la possibilità di riscuoterla. L’illusione di libertà, infatti, dura poco: in luglio, re Carlo Alberto viene sconfitto a Custoza e gli Austriaci rientrano in città. Quando Milano cade di nuovo nelle mani degli austriaci, la giovane è costretta a scappare. Ricercata dalla polizia, prima è esule in Piemonte, quindi fugge a Genova dove si imbarca per l’America, dove tenta di rifarsi una vita oltreoceano con uno studente universitario di cui si è innamorata. In Italia non torna più. Muore infatti a San Francisco nel 1876. Per onorare il suo patriottismo, la città di Milano le ha intitolato una via non lontano da quella porta Tosa che fu teatro delle 5 giornate, ribattezzata appunto piazza 5 giornate.