Marija Ivan Gundulić, o Maria Ivan Gondola, nacque intorno al 1557. Si ritrovano diverse varianti sia del suo nome (Maruscia, Mara) sia del suo cognome (Gondula, Gundula). Si sposò con Nicolò Vito di Gozze, o Nikola Vitov Gučetić (1549-1610), filosofo, erudito e uomo politico di Ragusa (odierna Dubrovnik), col quale ebbe un figlio di nome Vido (Vid/Vito) Gučetić1. Le informazioni e i dati d’archivio su Maria Gondola sono scarsi: il suo nome è menzionato in un libro dal titolo Amministrazione Niccolo e Maruscia di Gozze, ma oltre alla citazione in copertina, il suo nome non appare altrove nel manoscritto.
Nella Ragusa del XVI secolo raramente la voce delle donne acquisiva una dimensione pubblica, esse (in particolare quelle di rango elevato) erano per lo più confinate a una vita all’interno delle mura domestiche. Tuttavia, la figura di Maria Gondola fu un’eccezione. Ella riuscì a prendere parte al dibattito intellettuale del tempo con voce argentina in difesa del sesso femminile. In particolare, discusse la natura delle donne e le loro capacità intellettuali nella lettera di dedica ai Discorsi di M. Nicolò Vito di Gozze, gentil’huomo ragugeo, Dell’Academia de gli occulti, sopra le Metheore d’Aristotele, Ridotti in dialogo & divisi in quattro giornate, del marito Nicolò Vito di Gozze, usciti a Venezia nel 1584, in prima edizione, e l’anno successivo in seconda edizione2. La lettera si presenta come un’apologia dell’onore della poeta Cvijeta Zuzorić (Fiore/Flora Zuzori/Zuzzori/Zuzzeri, 1552- 1648) e delle donne in generale. Nella versione del 1584, Gondola rivolgeva un’esplicita critica alla falsa moralità e all’ipocrisia della società dalmata del tempo nei confronti della donna. Questa versione incorse nella censura e Nicolò di Gozze fu costretto a curare una nuova edizione corredata da una versione rivista della lettera dedicatoria. L’opera riveste una duplice importanza: sia perché costituisce l’unico scritto superstite di Maria Gondola, sia perché rappresenta la prima voce femminile in difesa dei diritti delle donne sulla sponda orientale dell’Adriatico3.
Il dialogo è dedicato «alla non men bella che virtuosa e gentil donna Fiore Zuzori». La nobildonna ragusea, Fiore Zuzori, figlia di ragusei trasferitisi ad Ancona e tornata a Ragusa nel 1577 dopo il matrimonio con il nobiluomo fiorentino Bartolomeo Pescioni, era nota e apprezzata nella repubblica dalmata per la sua attività di poeta e per il circolo culturale da lei fondato, frequentato da intellettuali e letterati. Godeva di una notevole reputazione nella sua nativa Ragusa, ma allo stesso tempo fu rifiutata e criticata da altri. Le ragioni di questo sono solo speculazioni, poiché molte cose della sua vita rimangono sconosciute. Tra queste speculazioni, «l’invidia come nemico della virtù» è la più comune. In linea con le idee neoplatoniche, la bellezza corporea di Fiore, bellezza corporea connessa alla sua bel- lezza interiore, nelle parole di Gondola sono la ragione sufficiente per essere invidiata: «(...) con la bellezza del corpo, e virtù d’animo ha accresciuto la pena a i maligni, sì come sempre sogliono le cose più eccellenti esser accrescimento di pena a quelli, che, colmi di malignità e invidia rifuggendo, che la lor mal saldata piaga non sia inacerbita dal dolore, miseri sfogano con parole scempie la molestia della lor trista passione».
Tuttavia, afferma Gondola, il suo solo nome, «così degno e riguardevole», offrirà «una sicurissima difesa contra i fieri colpi de gl’invidiosi, [che sono nella città nostra,] e di coloro, i quali per lor propria e natural malignità sono sempre pronti a morder, e lacerar l’altrui cose». Fiore e suo marito si videro costretti a tornarsene ad Ancona, dove trascorsero il resto della loro vita. Fiore vi morirà nel 1648, alla veneranda età di novantasei anni, dopo aver avuto la soddisfazione di essere celebrata in ben otto componimenti (tre sonetti e cinque madrigali) da Torquato Tasso, il quale li scrisse su preghiera di Giulio Mosti, un poeta che frequentava il salotto di Fiore e si era invaghito dell’affascinante ragusea.
I Discorsi sopra le Metheore di Aristotele di Nicolò Vito di Gozze, che rappresentano un interessante esempio di divulgazione della filosofia aristotelica, hanno, inoltre, il merito di creare una connessione tra scrittura femminile, ruolo delle donne e scienza nella cultura contemporanea, trasformando il tradizionale insegnamento in un dialogo anche con il pubblico colto femminile. Gondola afferma con vigore la capacità delle donne di occuparsi di questioni filosofiche e scientifiche. Con un audace rovesciamento del paradigma aristotelico, Maria in uno dei passaggi più significativi della sua lettera attribuisce al sesso femminile una maggiore e migliore disposizione, rispetto agli uomini, all’esercizio delle capacità intellettuali, «per essere la complessione delle donne più molle; il che il senso stesso lo manifesta essendo di temperamento umido; onde disse Aristotile, che quelli i quali sono di carne molle sono più atti di mente, perciò che l’anima opera secondo l’instrumento di corpo».
L’elogio femminile, molto frequente tra l’altro nella letteratura dell’epoca, si unisce all’argomento della delicatezza della carne, segno di maggiore ingegno. Al di là della paradossalità dell’operazione che fa dire allo Stagirita il contrario di quanto in realtà egli abbia sostenuto nelle sue opere a proposito dell’ingegno femminile, la naturale attitudine delle donne alla filosofia e la loro disposizione ad accogliere le ‘forme’ diventano uno dei temi al centro del dibattito sull’educazione che deve essere loro riservata. In un celebre passaggio della sua opera di divulgazione filosofica, L’instrumento della filosofia (1560) il filosofo senese Alessandro Piccolomini fornisce un compendio delle proprie convinzioni sull’argomento. Le donne, che in Italia non imparano altra lingua se non quella appresa dalle nutrici, attraverso i volgarizzamenti delle opere filosofiche possono trarre dalla filosofia, così come gli uomini, quegli insegnamenti utili a perfezionare la loro natura ed aspirare a quella perfezione che arrecano le scienze, le discipline e la filosofia «che è la vera madre della felice vita nostra»4.
Prendendo spunto da Plutarco, da Pitagora, da Platone, Maria Gondola parla delle eccellenti qualità delle donne celebri dell’antichità, per soffermarsi infine sugli esempi a lei coevi che dimostrano «quanto sono le donne più facili all’imparare, e quanto hanno intelletto più acuto, e più disposto alle discipline, che non hanno gli uomini». Ella spiega che:
«Noi essendo d’una medesima specie con quella degli huomini, saressimo disposte a tutti quegli effetti, non meno, che sono ancor atti agli huomini, ma perché la diversità di questa disposizione alle armi e alle lettere procede dalla diversità delle complessioni, noi havendo una complessione temperata et in comparatione della nostra, quella degli huomini si può dire intemperata, la nostra haverà maggiore conve- nienza a tutte le cose, che non ha la intemperata.
La ‘materia’ della quale son formate, dunque, rende le donne perfette, più adatte ad occuparsi di questioni scientifiche e filosofiche, più idonee degli stessi uomini, ritenuti da una lunga tradizione, proprio per la loro natura calda e secca, ‘naturalmente’ predisposti alla conoscenza. Risulta chiaro allora che il sesso femminile possiede una mente più disposta a ricevere le forme intellegibili: «l’anima opera secondo l’instrumento di corpo, la complessione del quale, quando è molle, cioè humida e calda, o humida e fredda è più atta a ricevere, che non saria quando fosse di complessione secca calda, o secca e fredda, come quella degli huomini; da questa disposizione dunque si conchiude che le donne sono più perfette degli huomini e la verità di questa opinione molti essempij delle antiche donne ci affermano».
«Or non vedete che la natura del nostro sesso ancor non ha mancato di farci disposte non che atte all’armi, come si fece ancor alle lettere, e che la fortezza d’animo s’è mostrata in noi, non meno che negli uomini, e molto più noi siamo disposte a questi effetti, che non sono gli uomini, se alla viva ragione creder vogliamo? perch’è cosa chiara, se questa disposizione procedesse dalla essenza dell’anima, noi essendo d’una medesima specie con quella degli uomini, saressimo disposte a tutti effetti, non meno che sono ancor atti gli uomini. Ma perché la diversità di questa disposizione all’arme e alle lettere procede dalla diversità delle complessioni, noi avendo una complessione temperata, e in comparazione della nostra quella de gli uomini si può dir intemperata, la nostra averà maggior convenienza a tutte le cose, che non ha la intemperata, sì come il mezzo è più vicino alli due estremi, che non è l’uno all’altro estremo; onde nasce che noi abbiamo maggior disposizione a quello che sono disposti principalmente gli uomini, che sono l’armi, che non hanno essi uomini a quello che noi principalmente siamo disposte, che sono le lettere. E se vogliamo ceder in parte se gli uomini, che eglino siano più audaci e più animosi, non però segue ch’essi siano più perfetti, perché noi siamo più disposte alle cose più perfette, che sono le discipline eccellenti dell’intelletto, che non sono gli uomini, avendo noi il senso più perfetto e più temperato. Di questo dono e di questa nostra eccellenza ci hanno mostrato il segno molti spiriti elevati delle donne» (Discorsi sopra le metheore di Aristotele, lettera dedicatoria)
Note
1 Cfr. Miroslav Pantić, Bobali ed i Gozzi da Ragusa e L’Italia nel Seicento, Firenze, L.S. Olschki 1983, p. 126.
2 Niccolò Vito di Gozze, Discorsi di M. Nicolo Vito di Gozze, gentil’huomo ragugeo, dell’Academia de gli Occulti, sopra le metheore d’Aristotele, ridotti in dialogo et diuisi in quattro giornate. Interlocutori esso M. Nicolo di Gozze, e M. Michiele Monaldi, Venezia, Francesco Ziletti 1584 (ristampato nel 1585 presso lo stesso editore).
3 Cfr. Zdenka Janeković-Römer, Maria Gondola Gozze: La querelle des femmes u renesansnom Dubrovniku, 2004. In: Andrea Feldman (a cura di), Žene u Hrvatskoj, Ženska i kulturna povijest (pp.105-123), Zagreb, Ženska infoteka 2004; Jelena Bakić, Don’t You Now See the Excellence of Our Sex? Maria Gondola and Defence of Women’s Rights in 16th Century Dubrovnik. In: “Poznańskie Studia Slawistyczne”, 11, 233-248, 2015.
4 Alessandro Piccolomini, L’instrumento della filosofia, Venezia, G. de’ Cavalli, 1565 (ma l’editio princeps è del 1551).