«La maggior parte di coloro che difendono la causa delle donne, contro l’orgogliosa preferenza che gli uomini si attribuiscono, ribaltano del tutto la questione, rivolgendo la preferenza su quelle. Io, che rifuggo gli estremismi, mi accontento di eguagliarle agli uomini, giacché, a tal riguardo, la natura si oppone sia alla superiorità sia all’inferiorità. Inoltre, dico, non basta ad alcuni preferire loro il sesso maschile, ma finanche le confinano, con verdetto inoppugnabile e necessario, alla conocchia, sì! proprio alla sola conocchia. Ma ciò che le può consolare, contro questo disprezzo, è che sia espresso da quelli tra gli uomini ai quali esse vorrebbero meno somigliare, persone tali da conferire verosimiglianza ai rimproveri che si potrebbero vomitare sul sesso femminile, se essi ne facessero parte […]. Ecco come tali individui confrontano i due sessi: secondo loro, il massimo a cui le donne possono arrivare è assomigliare al più comune tra gli uomini, tanto lontani dall’immaginare che una grande donna possa dirsi grand’uomo, mutato il sesso, quanto dal consentire che un uomo possa elevarsi alla condizione di un dio. […] E se giudico positivamente sia la dignità sia la capacità delle donne, non pretendo a questo punto di provarlo mediante ragionamento, perché i testardi potrebbero contestarlo, né con esempi, visto che sono troppo comuni, ma solo con l’autorità di Dio stesso, dei pilastri della sua Chiesa e di quei grandi uomini che hanno portato la luce nel mondo intero (Univers)» (da Égalité des hommes et des dames, 1622)
Marie Le Jars de Gournay nacque a Parigi il 6 ottobre 1565 da una nobile famiglia piccarda. Il padre Guillaume le Jars acquisì, nel 1568, i diritti feudali sul castello di Gournay-sur-Aronde e con essi il titolo di signore de Gournay. Prima di sei figli, Marie iniziò ad avvertire tutto il peso della discriminazione di genere allorché rimase orfana di padre, nel 1577, e dovette dedicarsi a una serie di mansioni tipicamente femminili e perlopiù circoscritte alla gestione domestica. Dotata di una particolare propensione per le attività intellettuali e insofferente al cliché sociale del tempo, non perdeva occasione per sottrarsi ai suoi impegni e dedicarsi allo studio con tale passione da imparare il latino da autodidatta, confrontando i testi classici con le traduzioni francesi del tempo.
Nel 1588, durante un viaggio a Parigi con la madre, venne a conoscenza della presenza nella capitale di Michel de Montaigne (1533-1592), di cui aveva letto avidamente gli Essais qualche anno prima. Decise di scrivergli una lettera colma di ammirazione e Montaigne volle incontrarla il giorno dopo. Fu l’inizio di una profonda amicizia, alimentata da stima reciproca e da un tenero e candido affetto: lo stesso Montaigne la descriveva come la sua «fille d’alliance», la figlia spirituale, «amata molto più che di affetto paterno» 1. Qualche tempo dopo la morte del suo mentore, sopraggiunta nel 1592, che le lasciò in eredità la sua intera biblioteca, Marie de Gournay ricevette dalla vedova Montaigne anche un esemplare annotato dei Saggi, sulla base del quale, insieme a Pierre de Brach (1547-1605), ne pubblicò la prima edizione postuma nel 1595, preceduta da un’ampia prefazione di suo pugno. Nel 1617 avrebbe poi dato alle stampe una nuova edizione dell’opera, nella quale Gournay avrebbe tradotto in francese tutte le citazioni latine presenti nel testo.
Le spiccate doti intellettuali di M.lle de Gournay la portarono a vivere intensamente gli ambienti più stimolanti della Francia del tempo. Frequentò, tra gli altri, anche il salotto della regina Margherita di Valois (1553-1615), conobbe personalmente personaggi del calibro del celeberrimo umanista Giusto Lipsio (1547-1606), del filosofo François La Mothe Le Vayer (1588-1672), del potente cardinale Richelieu (1585-1642). Cionondimeno, il suo acume le consentì di sviluppare una marcata originalità e un profilo intellettuale ben distinto, tutt’altro che subalterno rispetto alle illustri personalità con cui si confrontava. Romanziera, traduttrice, poeta, critica letteraria e pensatrice, Marie de Gournay era una donna talmente straordinaria da essere percepita come eccentrica dai suoi contemporanei, e talvolta anche vessata da questi. Il suo personaggio, infatti, non si identificava con nessuno dei ruoli femminili codificati e socialmente accettati in età moderna e questo ne fece un’anomalia: ella era indipendente, colta e non sposata e, proprio per questo, esercitava una libertà di parola fuori dagli schemi, della quale non avrebbe certo potuto godere se non fosse stata nubile» 2. Una donna con famiglia, quand’anche colta e intelligente, avrebbe potuto al massimo produrre letteratura devota e edificante, perché se fosse uscita da questo settore, sarebbe stata screditata e la sua famiglia avrebbe perso prestigio sociale 3. Paradossalmente ciò che garantì a Marie de Gournay la piena libertà di espressione, ovvero la sua eccentricità, le impedì tuttavia di creare un movimento e di avere un seguito4. Morì il 13 luglio 1645 a quasi ottant’anni.
Tra il 1622 e il 1626 Marie de Gournay diede alle stampe un breve trattato dal titolo Egalité des hommes et des femmes e un piccolo scritto intitolato Grief des dames, nei quali denunciava come contraria a ogni forma di rispetto per la dignità umana la condizione d’ignoranza a cui le donne erano costrette dagli uomini: la disparità d’istruzione costituiva, secondo la pensatrice francese, la più affilata arma di discriminazione di genere, che impediva alle donne di raggiungere i medesimi livelli di eccellenza degli uomini. Già ne Le Proumenoir de Monsieur de Montaigne, la cui prima edizione era uscita nel 1594, aveva dichiarato con ardore che «chiunque sia che per primo precluse loro [alle donne] la scienza, in quanto scintilla di lascivia, credo l’abbia fatto perché conosceva così poco le lettere che temeva che l’avrebbero messo all’arcolaio il secondo giorno dei loro studi» 5. L’opera si presenta come un romanzo, il cui titolo non allude ai contenuti, ma richiama semplicemente l’occasione che ne ha portato alla stesura. Nel 1688, infatti, Montaigne aveva trascorso un periodo a Gournay e pochi giorni prima della sua partenza, durante una passeggiata con Marie, avevano parlato dell’amore e degli accidenti a esso legati, prendendo spunto da un’opera di Plutarco. È la stessa autrice a riferirlo nella lettera dedicatoria, che è rivolta allo stesso Montaigne e datata 16 novembre 1588. La prima edizione del Proumenoir è molto rara, dal momento che l’opera ha visto numerose riedizioni successive, e rispetto a queste presenta una lunga riflessione sulla morale, nella quale l’autrice sottolinea come i vizi spesso siano il prodotto dell’ignoranza, in particolare per le donne. Si prenda, ad esempio, la castità: «si dice volgarmente che una donna per essere casta, non debba essere troppo fine», ma, al contrario, secondo Gournay, bisognerebbe istruirla e raffinarla, per evitare che sia raggirata dai malintenzionati. Gli uomini, a dispetto delle apparenze, sembrano interessati tanto a possedere quanto a tradire le donne e, per farlo, occorre che esse siano più sciocche possibile: «hanno paura che, se le donne studiassero, l’antica filosofia le indurrebbe a credere che la continenza non sia comandata dalla ragione, ma dalla legge civile»6.
Marie era esplicita e feroce nel denunciare il maschilismo della società civile che vietava ogni libertà alle donne, individuandone come uniche occasioni di felicità l’ignoranza, la stupidità e l’asservimento. Se alle donne fosse stato garantito l’accesso alla medesima istruzione che ricevevano gli uomini, si sarebbe colmata la distanza tra l’intelletto maschile e quello femminile. In natura, infatti, non esiste alcuna disuguaglianza di genere e l’animale umano non è né uomo né donna in sé, ma lo è ai soli fini riproduttivi. «L’unica forma e differenza di questo animale non consiste in altro che nell’anima umana», che non ha alcuna distinzione di genere. E se ci si ferma all’esteriorità, «il detto ci insegna che non c’è nulla di più simile al gatto sulla finestra che la gatta». Il baratro intellettuale fra i due sessi, dunque, lungi dall’essere un tratto biologico, si configurava piuttosto come un mero prodotto culturale, scavato dalla prevaricazione di un genere sull’altro e allargato dalla disparità di condizioni e di stimoli culturali.
Sebbene nella riflessione di Marie de Gournay non sia presente un’analisi dettagliata del rapporto mente-corpo, tuttavia, la sua idea filosoficamente più forte, che opera in filigrana negli scritti egualitari, è la neutralità della mente, ossia la sua mancanza di connotazione di genere. Non si troverà, nei suoi testi, una cornice ontologico-metafisica entro cui tale idea prende forma, tuttavia, occorre tenere presente che al tempo era persistente una certa visione moderatamente dualistica di matrice aristotelico-cristiana, rinvigorita dall’esperienza neoplatonica rinascimentale, ma ancora non era emerso il radicale dualismo cartesiano, che avrebbe poi caratterizzato e indirizzato buona parte della riflessione filosofica della seconda parte del Seicento e dell’inizio Settecento.
È interessante notare che, pur se non espliciti, in Gournay sembra operino stimoli di matrice platonica soprattutto quando la riflessione acquisisce accenti teologici. Secondo Marie, infatti, l’essere umano è stato creato maschio e femmina insieme – e questo è un tratto che sia Leone Ebreo che Heinrich Cornelius Agrippa rimarcavano nella loro esegesi della Genesi7. Inoltre, ella contesta la tradizionale iconografia divina, secondo la quale Dio sarebbe maschio e il fatto che lo fosse Gesù Cristo non certifica nulla, dal momento che, viste le condizioni sociali della Galilea del tempo, nessuna donna avrebbe avuto la possibilità di predicare la parola di Dio: sarebbe stata scandalosa e probabilmente l’avrebbero lapidata. D’altronde, conclude Marie de Gournay, il misero vantaggio che gli uomini traggono dal sesso di Cristo è ampiamente superato dal fatto che egli fu concepito e portato in grembo da una donna, Maria, l’unica umana creatura alla quale si riconosce la perfezione.
Note
1 Michel de Montaigne, Saggi, a cura di Fausta Garavini e André Tournon, Milano, Bompiani 2012, p. 1229.
2 Cfr. Albina Maffioli Barsella, Introduzione. In: Marie de Gournay, Dell’uguaglianza degli uomini e delle donne (pp. 9-42), a cura di Albina Maffioli Barsella, Genova, ECIG 1996, pp. 38-39.
3 Su questo aspetto si veda Claude Dulong, Dalla conversazione alla creazione. In Geroge Duby e Michelle Perrot (a cura di), Storia delle donne in occidente. Dal Rinascimento all’età moderna (pp. 406-434), Bari, Laterza 1991, p. 423.
4 Marcelle Maistre Welch imputa a M.lle Gournay di non esser riuscita a «stimolare alcun dialogo femminista» tra i suoi contemporanei (Marcelle Maistre Welch, Poullain de la Barre’s Cartesian Feminism, in François Poulain de la Barre, Three Cartesian Feminist Treatises (pp. 3-33), ed. by Marcelle Maistre Welch, trad. ing. Vivien Bosley, Chicago- London, The University of Chicago Press, 2002, p. 22).
5 Marie de Gournay, Le Proumenoir de Monsieur de Montaigne, Paris, Angelier 1594, p. 41.
6 Ivi, pp. 41-42.
7 Cfr. Heinrich Cornelius Agrippa, De nobilitate et praecellentia foeminei sexus, édition critique d’après le texte d’Anvers 1529, sous la direction de Roland Antonioli, Genève, Droz, 1990, p. 49; Leone Ebreo, Dialoghi d’amore, a cura di Delfina Giovannozzi, introd. di Eugenio Canone, Roma-Bari, Laterza 2008, III, p. 275.