Pianista e compositrice russa, sfidò le convenzioni della musica sovietica mescolando alla sua arte la spiritualità delle origini tatare e la ventata avanguardistica proveniente da Europa e Stati Uniti.

Sofija nasce nel 1931 a Čistopol’, città del Tatarstan dove, dieci anni dopo, si toglie la vita la poeta Marina Cvetaeva. A Cvetaeva, per questa circostanza biografica e per affinità di spirito, Sofija si dice sempre legata da un profondo affetto, tanto da dedicarle due composizioni: L’ora dell’anima, concerto per mezzosoprano e orchestra di fiati (1974) e Hòmmage a Marina Cvetaeva, per coro a cappella (1984).

È la minore di tre figlie. Anche la più grande, Vera, intraprende la carriera di musicista e sostiene la giovane Sofija negli studi. Già da piccola, infatti, Sofija provava “una necessità interiore di fare musica”, una vera e propria vocazione che assume i tratti della ricerca spirituale. Il nonno di Sofija è un’autorità religiosa musulmana e il padre è destinato a diventare sacerdote, ma l’ateismo di Stato cambia i piani: Gubajdulin diviene ingegnere, ma la figlia nutre, e per lungo tempo soffoca, un’affinità con il credo cristiano ortodosso. Fin da bambina, Sofija si trasferisce con la famiglia a Kazan’. È nel Conservatorio della città che si laurea in Pianoforte e Composizione nel 1954, prima di trasferirsi a Mosca per un corso di perfezionamento che dura fino al 1964. Sofija vive la capitale in anni difficili, che conducono alla caduta di Stalin e a tentativi di dare un nuovo volto al potere statale. In quel clima di caos e incertezza, però, ha una ragione di felicità; sostiene infatti: “Tutta la mia vita era colorata di grigio e mi sentivo bene solo quando varcavo la porta della scuola di musica”. Nel 2001 diventa docente onoraria del Conservatorio moscovita in cui ha studiato.

Quando è ancora studentessa, la modernità dei suoi lavori fa storcere il naso a molti docenti e autorità musicali; tuttavia, grazie al sostegno di Dmitrij Šostakovič, nel 1961 entra a far parte dell’Unione dei Compositori Sovietici. Per Šostatovič Sofija prova “una riconoscenza infinita”, da quando, dopo averle dato alcuni consigli di composizione, la invita a continuare a seguire “la strada non giusta”. Le sue opere sembrano trovare poco spazio nel panorama concertistico russo, pertanto, per sopravvivere, Sofija si dedica alla composizione di musica per film d’animazione e documentari e, a metà degli anni Settanta, combina l’interesse per le tradizioni della sua terra e l’attrazione per le avanguardie musicali fondando il gruppo di improvvisazione folk Astreja, insieme ai colleghi Viktor Suslin e Vjačslav Arytomov.

Presto i tentativi di soffocare la sua voce, troppo moderna e dal timbro troppo occidentale, si fanno inequivocabili. Nel 1973 subisce un attentato nell’ascensore di casa sua, a Mosca. Nel 1979, durante il sesto Congresso dell’Unione dei Compositori Sovietici, Tichon Chrennikov, presidente dell’Unione in quegli anni, la inserisce in una lista nera insieme ad altri sei colleghi. Si tratta di un provvedimento amministrativo che, di fatto, diventa un bavaglio: le opere di Sofija non possono essere eseguite né trasmesse per radio o televisione e i suoi spartiti non possono essere pubblicati.

Se in Unione Sovietica è condannata al silenzio, l’esecuzione del suo concerto per violino Offertorium, tenutasi a partire dal 1980 nel blocco occidentale grazie a Gidon Kremer, violinista russo emigrato in Germania, le assicura il riconoscimento internazionale. È proprio in Germania, paese che la consacra compositrice di fama mondiale, che Sofija si trasferisce nel 1991, prima a Vorpsved e poi a Appen, villaggio nei pressi di Amburgo, dove infine si spegne per insufficienza cardiaca nel 2025.

Sofija è fondatrice di concorsi internazionali per studenti di pianoforte, destinataria di numerosi premi, fra cui il Premio di Stato della Federazione Russa nel campo della letteratura e dell’arte (1992) e la Croce dell’ordine al merito della Repubblica Federale Tedesca (2009), membro di diverse accademie musicali, tra cui quella di Amburgo e quella svedese, e laureata ad honorem a Yale. Nel 2000, per il bicentenario della morte di Johann Sebastian Bach, la città di Stoccarda le commissiona una delle sue opere più note, la Passione secondo Giovanni.

Per Sofija, “l’Occidente, razionale ed estroverso, avverte ora il bisogno dell’alito fecondo dello spiritualismo tipico dell’Oriente introverso”. Il luogo ideale di tale sintesi è la musica, che è espressione della ricerca del proprio vero sé che l’anima conduce. Comporre musica e ascoltarla è pertanto un atto di meditazione, che, nella cultura orientale, è azione, movimento. Sua ispirazione principale sono le tecniche di improvvisazione, la musica folk, la poesia mondiale, da cui Sofija trae il soggetto di diverse opere, e la musica barocca, sulle cui suggestioni sceglie i titoli delle sue composizioni.

L’estetica di Sofija traspare dal suo totale rifiuto di melodia e armonia. Il ritmo non è una costante, ma un principio originario: agli schemi ritmici classici si sostituiscono la sequenza di Fibonacci e la sezione aurea. La tonalità perde tutta la sua centralità e l’armonia ruota intorno ai cluster, mentre micro-cromatismi e glissando evocano la difficoltà dell’essere umano di raggiungere il divino. Per le sue opere, Sofija sceglie combinazioni di strumenti musicali insolite, con particolare preferenza per le percussioni e per gli strumenti della tradizione; nel 1978 compone infatti un De Profundis per bajan, fisarmonica cromatica del primo Novecento di produzione russa.

L’eredità di Sofija risiede nella libertà della sua ricerca e della sua arte. Sostiene infatti che:

“Essere liberi è assolutamente indispensabile, indipendentemente dal fatto che ciò possa essere vantaggioso o meno; è indispensabile conservare le proprie convinzioni e i propri interessi. Nella libertà risiede la possibilità di realizzare pienamente il proprio essere, tendere l’orecchio a ciò che di più intimo vi è nell’animo, a ciò che ogni situazione storica dona a ogni personalità. Come un pianista o un violinista, per avere un buon orecchio, devono anche avere le mani libere, così un compositore o uno scrittore devono avere l’anima assolutamente libera”.


Fonti, risorse bibliografiche, siti su Sofia Gubajdulina

AA.VV., Sofija Gubaidulina, EDT, Torino 1991.

Ljudmila Gubaeva, Sofija Gubajdulina: muzykal’nij kozmos našego vremeni, su Real’noe Vremja, 13 novembre 2022.

Valentina Kolopova, Gubaidulina, Izdatel’stvo “Kompositor”, Moskva 2008.




Voce pubblicata nel: 2022

Ultimo aggiornamento: 2026