Il vero anno della sua nascita (avvenuta a Voghera il 28 marzo), fu il 1851, ma lei, civettuola, posticipava l’evento e se ne toglie ben nove, di anni, facendo credere a tutti di essere nata nel 1860, anche perché colui che diverrà suo compagno prima e marito poi, il maresciallo dei bersaglieri Marcello Quinterno, era nato nel 1856.

La madre Anna apparteneva a una nobile famiglia novarese, i Tettoni. Il padre Fernando, di famiglia benestante, era un funzionario delle Dogane. Era il 1865 – Carolina dunque aveva quattordici anni – quando la famiglia si trasferì a Firenze, città nella quale frequentò l’Istituto tecnico magistrale, mostrando i primi segnali di un’innata vivacità che la mise nei guai. Si diceva infatti avesse scritto un racconto che le fece rischiare l’espulsione. L’esordio di Carolina nell’ambito della scrittura avvenne però nel 1876, quando scrisse Un autore drammatico, dando così inizio a una lunga e prolifica carriera di autrice. Il primo romanzo risale al 1877. S’intitolava Rina o l’Angelo delle Alpi: lo inviò a un giornale torinese e venne pubblicato.

La sua fortunata carriera nacque in forza del lunghissimo sodalizio con l’editore fiorentino Salani, sodalizio destinato a durare una quarantina d’anni e costituito da circa 143 titoli tra racconti, saggi e romanzi. Adriano Salani era figlio di un ortolano, di mestiere faceva il tipografo, ma s’inventò imprenditore fondando l’omonima, piccola casa editrice a Firenze nella quale diede ampio respiro alle scrittrici. Aveva iniziato la sua attività in sordina, ma ben presto si era guadagnato una solida base di lettrici e lettori nel sottoproletariato urbano, classe disdegnata da editori più raffinati come Barbera e Le Monnier. Con lungimiranza, Salani dedicò a Carolina una collana, avendo intuito ben presto le potenzialità della giovane, autrice di romanzi che potevano ben definirsi storici sociali, tanto che spesso fu proprio questo il sottotitolo apposto alle sue opere.

La collaborazione con l’editore Salani fu inframmezzata dalla pubblicazione a puntate di opere su diversi quotidiani. Era prassi, com’è noto, far uscire le opere a puntate e poi raccoglierle in un volume.

Nel 1895 Carolina sposò, con rito civile, Marcello Quinterno. La coppia aveva già avuto una figlia, Marcella, nata nel 1886 durante la convivenza more uxorio, convivenza che costò la scomunica a Carolina. L’anno successivo il ritorno del marito dalla guerra di Abissinia determinò il trasferimento della famiglia a Torino. Un nuovo cambio di vita avvenne nel 1914, anno in cui i coniugi Quinterno si trasferirono a Cuneo e aprirono agli intellettuali e agli esponenti della cultura dell’epoca la loro casa, in via Barbaroux. La loro padrona di casa fu la nonna di Graziella Romano, la futura scrittrice Lalla Romano.

Carolina morì a Cuneo il 27 novembre 1916, a sessantacinque anni. Anche su Cuneo le fonti non concordano: vi è infatti chi sostiene che spirò invece a Torino, dove è sepolta.

Il suo critico più noto è senz’altro Antonio Gramsci, che la definì “onesta gallina”, interessandosi a lei come fenomeno sociologico. Donne e autrici del calibro di Sibilla Aleramo e Matilde Serao invece la ammiravano. Dobbiamo proprio a Carolina Invernizio l’esplosione del cosiddetto “romanzo d’appendice” italiano, fenomeno notevole seppure meno vistoso del francese feuilletton. Le sue storie erano attese con trepidazione dalla fitta schiera di lettrici (per la maggior parte proletarie o piccoloborghesi), che cercavano tra le sue pagine non solo evasione da una vita dura, ma una sorta di riscatto, grazie alle torbide e avvincenti storie non solo di povere fanciulle maltrattate e vittime di crudeli seduttori, ma anche di donne fatali che ammaliavano e conducevano a perdizione tanto onesti mariti quanto giovani rampolli. Era consolante e rassicurante sapere che, almeno sulla carta, le nefandezze sarebbero state punite, gli inganni scoperti e la virtù premiata, il tutto accompagnato da sapienti spolverate di sadismo, necrofilia, vago odore di incesto.

Tornando a Adriano Salani, va ricordata anche l’altra metà del sodalizio di ferro della sua casa editrice: Matilde Serao (1856-1927). Le due autrici si conoscevano e si stimavano: “Le donne (…) chiuse a chiave, la leggono tutte”, scriveva rispettosamente la più giovane Matilde. “Tu scrivi per la crème, io per quello che rimane”, replicava Carolina, ironica e più confidenziale, pensando al proprio pubblico piccoloborghese e poco alfabetizzato rispetto a quello altoborghese e più colto della giovane collega, ben consapevole del fatto che i suoi scritti – affascinanti e trasgressivi – mettessero in mostra con efficacia l’orrore sotterraneo della normalità borghese grazie a uno stile più elaborato e un maggiore scavo psicologico. Pur con queste differenze stilistiche, Carolina e Matilde sfruttano l’effetto del perturbante e del fantastico per denunciare l’una il predominio del patriarcato e l’altra il soffocante e ipocrita perbenismo borghese. Le loro protagoniste infatti sono sempre figure emarginate, non necessariamente solo femminili, e offrono speranza di riscatto e affermazione del sé.

Fonti, risorse bibliografiche, siti su Carolina Invernizio

Antonia Arslan, Dame, galline e regine. La scrittura femminile italiana fra ’800 e ’900, Milano, Guerini e Associati, 2013.
Anna Levi, Si pecca ad ogni pagina. Le due vite di Carolina Invernizio, Bibliografia e Informazione, 2024.

Cristoforo Puddu, Carolina Invernizio: il gusto del proibito?, “Il Messaggero Sardo”.

Giuseppe Zaccaria, voce Carolina Invernizio in Dizionario biografico degli italiani, vol. 62, 2004.



Voce pubblicata nel: 2023

Ultimo aggiornamento: 2026