Le fonti su Cunizza da Romano sono pochissime: rimangono solo due documenti riconducibili alla donna, entrambi relativi a disposizioni assunte negli ultimi anni di vita. La maggior parte delle informazioni arrivano da fonti letterarie, fra cui quella coeva e autoptica del trovatore Sordello da Goito: esse fondano la tradizione, perpetuata per secoli, di una donna straordinariamente dedita ai vizi e alle avventure amorose. Di segno opposto invece è la testimonianza di Dante Alighieri, che nella Commedia racconta della vita ultraterrena di Cunizza e la colloca in Paradiso, nel cielo di Venere, fra gli spiriti amanti. In un groviglio di realtà e leggende secolari, è comunque possibile porre dei punti fermi che restituiscono una figura molto più equilibrata e realistica.

Cunizza nasce intorno al 1198 in una famiglia della più alta nobiltà ghibellina. È ultimogenita di Ezzelino II il monaco e di Adelaide di Mangona e sorella di due uomini destinati a segnare profondamente la politica veneta: il tiranno Ezzelino III e Alberico.

Il nome Cunizza, stando alla tradizione erudita ottocentesca, è tipico della schiatta dei da Romano, tuttavia nessuno si è mai soffermato a discuterne l’etimologia. Bisogna considerare che al tempo si stavano formando le lingue volgari, che nascono orali: il passaggio alla forma scritta ha lasciato ampio spazio alla sperimentazione. Ad esempio, il fratello Ezzelino è documentato anche come Ecelino; Rizzardo di San Bonifacio anche come Ricardo e Ricciardo. Quindi probabilmente Cunizza è una diversa grafia di cuniccia, che ancora oggi in dialetto veneto significa coniglia. Era allora molto frequente dare ai neonati dei nomi beneauguranti tratti dal mondo animale. In questo caso si prospettavano un carattere mite e una ricca prole, uniche doti apprezzabili in una giovane di alto rango. Nomina sunt omina, ma non in questo caso: le fonti parlano al contrario di una donna coraggiosa e determinata.

Le sono attribuiti con certezza tre matrimoni, dettati esclusivamente dalla logica politica tipica dei lignaggi del tempo. Nel 1222 il fratello Ezzelino impone le nozze con il conte veronese Rizzardo di San Bonifacio, nell’ambito di una più ampia alleanza tra le due casate. Pochi anni dopo, lo stesso fratello organizza il primo grave scandalo di Cunizza, destinato a suscitare clamore e sconcerto: la donna abbandona il tetto coniugale e fugge con il trovatore di corte Sordello. Più che una fuga d’amore, l’evento appare oggi chiaramente come una mossa politica ben orchestrata da Ezzelino per colpire l’onore del cognato, distruggerlo sul piano politico e sociale e acquisire così il pieno controllo del Veneto. L’episodio non ha avuto nessun seguito amoroso e Cunizza vive a questo punto l’unica relazione non dettata da motivi politici: quella decennale con Enrico da Bonio, giudice e procuratore del Comune di Treviso. Si tratta comunque di una scelta scandalosa, perché la coppia vive more uxorio pur essendo la donna ancora sposata. L’epilogo è tragico: nel 1239 Enrico viene ucciso nella guerra fratricida fra Ezzelino e Alberico, passato alla parte guelfa. Cunizza, rimasta vedova del primo marito, sposa un notabile vicentino ancora una volta per ragioni politiche e in età matura probabilmente contrae nuovamente matrimonio.

La disfatta della casata da Romano, la morte di Ezzelino nel 1259 e il massacro di Alberico nel 1260 costringono Cunizza a lasciare la Marca trevigiana e a ritirarsi nei possedimenti ereditati dalla madre in Toscana. A questo ultimo periodo risalgono i due documenti ufficiali. L’1 aprile 1265 a Firenze redige un atto presso il notaio Cavalcante Cavalcanti con il quale affranca gli uomini di masnada dei da Romano. Il 10 giugno 1279 detta testamento nel castello di Cerbaia; muore probabilmente poco dopo.

Per secoli, la tradizione di una donna libertina e godereccia è stata accolta come vera, anzi è stata alimentata da una prospettiva storica maschile che cercava in presunti dati biografici la conferma del proprio giudizio spregiativo e moralista. Ad una analisi invece più razionale, che non può prescindere dalla categoria dell’onore e dalla violenza politica del tempo, la vicenda di Cunizza appare molto diversa.

Le voci su Cunizza vengono diffuse man mano che il potere di Ezzelino scemava, quando la donna era ancora in vita. Si tratta di una strategia politica feroce e molto usata nel Medioevo: la damnatio memoriae. Lo scopo è eliminare una famiglia dal punto di vista politico e sociale, anche distruggendo l’onore delle donne di casa. La società di Antico regime si basa infatti sulla categoria dell’onore: esso è insito nel corpo, è cioè prima fisico e poi anche sociale e politico; si tramanda col sangue, può essere accresciuto nell’uomo e deve essere difeso con la castità nella donna. Questo riguarda maggiormente le donne nobili, poiché il loro onore è specchio di quello degli uomini del casato. Distruggere (seppure a voce) l’onore di una donna del livello sociale di Cunizza, attribuendole condotte sfacciatamente licenziose, impone sul suo onore uno stigma indelebile che ricade su tutto il gruppo familiare. È quindi chiaro che il giudizio sulla donna va letto in chiave politica antiezzeliniana: i detrattori di Ezzelino, proprio come aveva fatto egli stesso con Rizzardo di San Bonifacio, si accaniscono verbalmente contro la sorella per distruggere l’onore del casato e rendere impossibile qualsiasi ritorno politico.

Questa interpretazione è confermata dalla scelta di Dante di collocare la donna in Paradiso – mentre Ezzelino è posto all’Inferno – affidandole inoltre un ruolo politico di notevole spessore: la profezia del tracollo della vita politica veneta. Forse realmente il poeta ha conosciuto la donna in casa dell’amico Guido Cavalcanti; certamente gli ultimi anni di Cunizza sono stati caratterizzati dalla profonda devozione e da un’attiva carità, come racconta la Commedia. In questo modo, Dante sottrae la donna alla damnatio memoriae imposta ai da Romano e le restituisce il giusto spessore morale e politico che la tradizione maschile ha per lungo tempo oscurato.

Fonti, risorse bibliografiche, siti su Cunizza da Romano

Per una biografia il più possibile completa: Fernando Coletti, Romano Cunizza da, Enciclopedia Dantesca, 1970 e Remy Simonetti, Da Romano, Cunizza, in Dizionario biografico degli italiani, 88, 2017.
Uno dei primi esempi di tradizione spregiativa su Cunizza è Rolandini Patavini, Cronica in factis et circa facta Marchie Trivixane, a cura di Antonio Bonardi, in RIS2, VIII, 1, Città di Castello, 1905.

L’atto di emancipazione delle masnade è edito da Francesco Zamboni, Gli Ezzelini, Dante e gli schiavi, Vienna 1865 = Roma-Torino, 1906.

Il testamento di Cunizza è edito da Carlo Milanesi, Atto di donazione di Cunizza da Romano al conte Alessandro da Mangona (1279, 10 di giugno), in Giornale storico degli archivi toscani, II, pp. 290-294, 1858.

Dante Alighieri, La Divina Commedia, Paradiso, IX canto, vv. 13-63, a cura di N. Sapegno, Cles (Tn), 1992 (8), pp. 114-117.



Voce pubblicata nel: 2025

Ultimo aggiornamento: 2026