Adriana Varejão

Rio de Janeiro 1964 - vivente
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L’identità nazionale del Brasile si presenta ancora oggi come assai difficile da ricostruire, dato l’assortimento delle etnie e la natura stratificata delle loro culture. Molti studiosi invece presentano in modo troppo armonioso e lineare la ricostruzione della storia di questo Paese, senza fare i conti con le varie ibridazioni e le eredità anche pesanti del passato. Nei secoli trascorsi le ripetute colonizzazioni hanno massacrato intere etnie, cercando di trapiantare nel Nuovo Mondo i modi di vivere europei, già ricchi di conflitti e ingiustizie per conto loro. I popoli che non si omologavano sono stati definiti barbari e imputati di ogni nefandezza, per giustificare l’aggressione chiamandola civilizzazione.

Tramite il suo lavoro Adriana Varejão respinge gli stereotipi dei colonizzatori. Tra le altre accuse quella di cannibalismo era una delle più ricorrenti; di esso restano testimonianze da parte dai conquistadores ma non da parte indigena, infatti oggi gli studi convergono sulla possibilità che questo fenomeno sia stato amplificato dai narratori europei. Tanto più che il cannibalismo veniva da essi presentato come una manifestazione di barbarie selvaggia quando riguardava dei nativi ribelli all’egemonia straniera, e invece ridimensionato come antropofagia rituale quando a praticarlo erano le colonie alleate con gli occupanti.

Per svelare i pregiudizi razziali e di genere della narrazione tradizionale, l’opera di Adriana Varejão mostra che anche l’immagine del cannibale era una proiezione delle ansie misogine tipiche della società europea. Infatti è stato soprattutto il corpo femminile a pagare lo scotto di culture oppressive e rituali religiosi ostili, di torture, schiavismo e stupri. Per esempio distinguendo fra maschi civilizzabili e donne, a queste veniva associato l’immaginario europeo delle streghe e della perversione più infamante; in tal modo persecuzioni e soprusi venivano indirizzati con particolare sadismo verso le native. Esse erano spesso descritte dai colonizzatori come esseri sanguinari anche fisicamente deformati dal consumo di carne umana, mentre il cannibalismo maschile veniva più bonariamente associato con le pratiche guerriere.

Anche le scelte artistiche di Adriana sono una commistione di culture variegate: la pittrice raccoglie spunti dall’Umanesimo europeo, dall’iconografia cristiana, dall’arte medievale portoghese, dalla pratica del tatuaggio con i suoi simbolismi. Le scene sono dipinte su superfici che imitano iperrealisticamente gli azulejos, le piastrelle di maiolica di provenienza moresco-iberica. Dalle aperture che squarciano gli azulejos o la tela affiora una materia che pare carne, allusiva del rimescolamento delle razze e delle culture.

Per il dipinto Figura de convite Adriana si è ispirata alle incisioni del fiammingo Theodor de Bry, che illustrò le Americhe senza averle mai visitate. L’opera presenta un’immagine femminile di impronta classica, ma coperta di tatuaggi secondo la consuetudine degli indios; dietro di lei si apre una scena di cannibalismo, con personaggi nudi che strappano membra umane e le arrostiscono. Il gesto di invito al banchetto da parte della donna contrasta con la sua figura classicheggiante, stravolgendo anche l’aspetto domestico delle maioliche azzurre di tradizione coloniale. Ancora più brutale appare la scena dipinta in Azulejaria de cozinha com caças variadas, dove il familiare rivestimento di cucina ospita brandelli di cacciagione, che però a guardar bene sono parti di un corpo femminile. In altre opere si vedono donne violate da personaggi di potere (militari e membri del clero), magari alla presenza dei figli e in ambientazioni naturalistiche di apparente armonia.

La tecnica di questa artista è stata definita barocca per la pratica ricorrente di immagini antitetiche, per il taglio ironico e la contaminazione di diverse forme d’arte. Eppure Adriana descrive tutto con concreta semplicità; usa spesso un segno quasi infantile e attribuisce la brutalità non solo al singolo, ma proprio al clima di sopraffazione alimentato da un’intera società. In tal modo smonta la mitologia che, facendo leva sulla contrapposizione fra civiltà e barbarie, aveva sempre occultato la misoginia dell’impresa coloniale.

Lidia Piras

Ha fatto parte di diverse associazioni di donne fin dagli anni universitari e si è laureata a Cagliari con una tesi sul lavoro femminile. Insegna Storia dell’Arte nei licei da circa vent’anni; contemporaneamente svolge una specifica ricerca sulle artiste del passato, confrontandosi con la prospettiva pedagogica della differenza. Negli ultimi anni ha tenuto una serie di lezioni pubbliche su temi come: La corporeità difficile: testimonianza di alcune artiste sulla violenza, Il punto di vista di genere nell’architettura di Grete Schϋtte–Lihotzky, Charlotte Salomon: un percorso di rinascita interrotto ad Auschwitz.

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