Maria Campagna

Catania 1938 - 1978
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Maria Campagna è nata a Ramacca in provincia di Catania nel 1938 da una famiglia di commercianti.

Durante i cinque anni della scuola elementare manifestò le sue predisposizioni per la lettura e la composizione di testi teatrali che spesso venivano letti dalla maestra a scuola. Amò molto leggere e ciò le arricchì la fantasia e la proprietà di linguaggio. Aveva una innata, spiccata tendenza per la lingua italiana che le permise di scrivere agevolmente spettacoli da realizzare nel teatrino del salone parrocchiale.

Da adolescente i suoi testi divennero più impegnativi, e sensibili alle problematiche caratteristiche dell’età: conflitti generazionali, ingiustizie sociali, difesa dei più fragili della società. Le scuole superiori le frequentò in un collegio religioso ad Acireale, dove maturarono quei valori di solidarietà, di altruismo, di condivisione di cui si era nutrita da bambina attraverso le letture; e insieme un forte senso di ribellione, di difesa verso le compagne più deboli, di rifiuto per tutti quei rigidi e spesso inutili canoni che imponevano le suore per mantenere la buona nomea del collegio.

Dopo il diploma tante idee da portare avanti, da realizzare.

Maria aveva frequentato l’Azione cattolica sin da bambina e all’età di 23/24 anni venne eletta presidente. La presidenza dell’Azione cattolica le permise di conoscere altre realtà. 

Costituì insieme ai fratelli e ad alcune amiche e amici, professionisti e universitari, il Circolo Culturale Ramacchese. Collaborò come corrispondente per il quotidiano “La Sicilia” di Catania. La collaborazione con il quotidiano siciliano durò circa due anni, durante i quali lavorò gratuitamente e in modo non professionale, ma occasionale. In quel periodo viveva in famiglia e come maestra faceva supplenze. 

In un’epoca, l’inizio degli anni ‘60, in cui era diffuso il fenomeno analfabetismo, organizzò una scuola serale dedicata alle donne, per insegnare loro a leggere e a scrivere perché fossero in grado di comunicare coi loro cari emigrati, ma anche perché avessero il piacere di leggere i fotoromanzi a quei tempi molto in voga.

Fu uno scambio culturale reciproco perché anche lei imparò dalle sue “alunne”: come si svolgeva la loro vita di madri, di mogli, di donne; e poi apprese da loro antichi proverbi siciliani, ninnenanne, storie misteriose, canti dei contadini che arricchirono il suo corredo culturale della tradizione siciliana. Sono di questo periodo le sue prime esperienze come autrice e attrice. Il piccolo Quan è una commedia scritta da Maria e rappresentata nel teatrino parrocchiale. È la storia di una bambina, figlia di benestanti, rapita dagli zingari. Cresciuta in un campo nomadi, diventa da grande abile nei furti e un giorno si ritrova a rubare col suo piccolo amico Quan in quella che era stata la sua casa. Altre commedie simili furono messe in scena e ogni volta con successo in quel salone parrocchiale che aveva tuttavia ospitato le opere di Nino Martoglio. 

Maria aveva un carattere molto socievole ed era sotto certi aspetti carismatica, le riusciva naturale contagiare con la sua passione per il teatro amiche e amici, che erano felici di essere coinvolti; chi non aveva la stoffa dell’attore contribuiva con altre attività; la preparazione e le prove erano il pretesto per socializzare, in un paese che non offriva né svaghi né passatempi.

Nel  1974 si trasferisce a Catania per motivi di insegnamento e lì viene in contatto con la vivace vita teatrale della città e le nuove compagnie che occupano la scena culturale. Fece parte della Nuovi Lapilli, con la quale rappresentò Spirito allegro di Noel Coward con la raffinata regia di Salvino Aiello.

Conosce Giambattista Spampinato e la sua compagnia AZ; insieme mettono in scena, fra l’altro, Fumo negli occhi di Faele e Romano, “L’eredità dello zio buonanima” di Antonio Russo Giusti, “Arlecchino, servitore di due padroni” di Carlo Goldoni.

Decisivo l’incontro con Nuccio Caudullo, regista impegnato che apprezza subito in lei l’attrice e l’autrice.

Decidono insieme di creare un teatro tutto loro: Il Teatro Gruppo. Come lei stessa dichiara:

“Il Gruppo fin dalla sua prima costituzione ha trattato temi di impegno culturale. Da alcuni anni, poi, si è posto un obiettivo ben preciso: quello cioè di contribuire alla presa di coscienza del popolo siciliano mediante la riscoperta e la diffusione delle sue matrici storiche. Ha adottato, quindi, le forme espressive dialettali per tradurre il proprio discorso socio-politico in termini di assoluta immediatezza e intelligibilità. Le prime, non indifferenti, difficoltà sono state quelle di reperire testi che trattino i temi che ci interessano e che non si trovano perché non esistono. Si decide allora di crearli appositamente scegliendo l’argomento o il personaggio da sviluppare, si studia, si ricerca, si stende il copione.

Nascono così una serie di nuove opere: Vita e morte di Salvatore Carnevale, I fatti di Bronte, Storie e canti popolari di Sicilia, Caccia alle streghe. I copioni scritti su commissione nascono con il preciso scopo didattico di divulgare avvenimenti e personaggi che hanno fatto la storia vera del popolo, attraverso un discorso drammatico atto a penetrare senza mediazioni la sensibilità di un pubblico abituato ad assorbire la sottocultura delle classi dominanti.

Vita e morte di Salvatore Carnevale ha fatto il giro delle piazze catanesi e della provincia. Per la sua linearità d’espressione artisticamente sottolineata da una efficace messa in scena, il messaggio di “Carnevale” è arrivato con immediatezza e inequivocabilità là dove si voleva che arrivasse, nei quartieri popolari, nelle ben note sacche di miseria fisica e morale che quotidianamente alimentano l’attività delinquenziale della nostra città.1

I fatti di Bronte 1860. Spedizione dei Mille.

“Il solo nome di Garibaldi fa esultare gli animi delle plebi siciliane che vedono in lui il liberatore della loro secolare schiavitù: promette ai contadini la tanto agognata terra. A Bronte, i signori galantuomini, di proclamata fedeltà borbonica, con rapido voltafaccia vestono abiti liberali e iniziano un nuovo round nel gioco del potere; l’importante è che rimangano essi i gestori della cosa pubblica. I villici, vista inattuata anche la legge di Garibaldi, preparano una manifestazione per occupare i terreni del demanio comunale, ma ben presto comprendono come il vero ostacolo che si frappone al rispetto dei loro diritti è il potere di questa gente che cavillando sulle leggi è riuscita da sempre a tenerli in stato di estrema soggezione e miseria. Tornano allora in paese e inizia la strage: si ammazza, si incendiano edifici, si fanno roghi. Dopo cinque giorni di saccheggi e di violenze arriva Bixio che rapidamente raccoglie i responsabili della strage, li sottopone a un sommario processo e ne fa fucilare cinque, risultati i maggiori incriminati.

“Bronte” è la ribellione di una classe che, non avendo ancora coscienza di classe, spontaneamente si costituisce come forza rivendicatrice di quei diritti fondamentali e imprescindibili per l’esistenza stessa dell’uomo come individuo e come essere sociale; è la legittima rivolta di un popolo che giunto all’estremo punto di sopportazione, una estrema risoluzione adotta per cambiare il proprio stato di miseria e sottomissione. La strage è, quindi, la conseguenza logica e inevitabile di condizioni disumane ed è pure un primordiale atto di giustizia di un popolo che ritorce le violenze subite in decenni di soggezione contro i responsabili di tali violenze.”2

 

Caccia alle streghe nasce dalle considerazioni di Maria sui crimini commessi durante l’Inquisizione, da una chiesa che voleva la popolazione sottomessa, impaurita e ignorante per esercitare il suo potere e quindi mantenere le disuguaglianze sociali: 

Le streghe non sono tanto le persone in possesso di virtù straordinarie, quanto tutte le idee, le insofferenze, le intolleranze che si rivoltano contro una sistemazione della società e del mondo voluta e mantenuta dai potenti di ogni tempo. Ogni pericolo di incrinatura nell’assetto sociale, politico e religioso assumeva l’aspetto malvagio e pauroso di strega, di tentativo sovvertitore dell’ordine costituito e imposto con la forza delle armi, col prestigio morale e con gli strumenti atti a garantire la stabilità di un potere. L’opera si propone di denunciare lo stato di schiavitù morale e psicologica oltre che fisica dei popoli in genere e del popolo siciliano in particolare; schiavitù vera e propria, condizionamento voluto dalle classi dominanti e ottenuto mediante l’imposizione di un perenne e incontrovertibile stato di miseria e ignoranza3

 

La valli di minnola (La valle dei mandorli) voleva essere un excursus della vita del contadino siciliano dal grembo materno al compimento della sua vita. Con questo spettacolo, rimasto incompiuto, Maria voleva mettere in evidenza come alcune fasce della società soffrissero perché private totalmente dei loro diritti. È un’opera di intensa poesia, dove anche la quotidianità intona la sua espressione più lirica.

Spettacoli diversi che lasciarono un segno nello spettatore, che si ritrova a conoscere le origini della sua storia, della sua terra. Come scrisse Domenico Danzuso, dopo aver visto I fatti di Bronte (“La Sicilia” del 07/02/1977): 

Questi avvenimenti sono stati la materia informe ma rovente dalla quale M. Campagna ha tratto il canovaccio per “I fatti di Bronte”…Una iniziativa che si discosta dalle tante altre catanesi perché non si pone come obiettivo facili successi da ottenere coi mezzi tradizionali e col repertorio vernacolo, ma quello più ambizioso di fare teatro vivo incidendo con ricerche e inchieste nelle carni vive della Sicilia, nei suoi secolari problemi, nelle sue altrettanto secolari contraddizioni e miserie”. 4

Il Teatro Gruppo stava guadagnando la fiducia di un pubblico colto e della critica, aveva trovato la strada che portava al raggiungimento dei suoi obiettivi: informare tramite il teatro.
Purtroppo il 27 maggio 1978 Maria muore in seguito ad un grave incidente stradale.

I suoi compagni, la sua “famiglia teatrale”, le intitolarono il piccolo teatro di via Adua, che da allora si chiamò “Teatro gruppo Maria Campagna; un gesto dettato dall’affetto per ricordarla chi aveva lasciato un segno indelebile nella vita artistica di Catania. Così scriveva Danzuso su “La Sicilia” del 29/05/78 (due giorni dopo la sua morte): 

Maria Campagna credeva in quanto faceva, perché la sua azione era soprattutto frutto di onestà e di una visione della vita in cui percepiva semplicemente e coerentemente la necessità della propria presenza. Pronta alla parola buona verso

chiunque era schiva dalle lodi che sapeva accogliere con un certo distacco, si sia trattato di quelle entusiaste di Ignazio Buttitta o di quelle espresse da notazioni giornalistiche che la sua attività sollecitava. Ma ciò per cui viveva era il senso autentico della libertà, quale si coglie nella chiusa de I fatti di Bronte. Ed era quanto Maria voleva trasferire negli altri: nei piccoli allievi cui si rivolgeva quotidianamente, negli amici che dividevano con lei le passioni teatrali, nel pubblico cui il messaggio si rivolgeva.

Agata Damante, studentessa di Ramacca, iscritta al corso di laurea in lettere moderne, incuriosita e attratta dalla personalità artistica di questa sua concittadina, decide di sceglierla come argomento della sua tesi, intitolandola: “La giustizia verace di Maria Campagna”.

A Milano il 29/9/2020 all’Associazione Apriti cielo! c’è stata la prima di “Caccia alle streghe” con le attrici e la regia di Donne di parola. È una nuova versione che ha ripreso il testo originale, tradotto dal siciliano da Mariangela Linzitto, però riadattato da Donatella Massara, è il suo desiderio che ha portato a questa messa in scena contemporanea collocandola in una apposita cornice storica per meglio valorizzare il contenuto femminista del dramma.

  1. Dagli appunti di Maria Campagna.  ^
  2. Dagli appunti di Maria Campagna.  ^
  3. Dagli appunti di Maria Campagna.  ^
  4. Di seguito altri commenti.
    Filippo Arriva su “Sipario” del 04/1977 “Per un gruppo teatrale alle prime armi è grande la tentazione di mettere su alla buona un Martoglio o un Capuana o un Pirandello in dialetto con successo di pubblico. Il Teatro Gruppo con coraggio ha scelto la strada del teatro-documento legandolo a filo doppio alla storia siciliana. I testi vengono costruiti dallo stesso Gruppo dopo lunghe ed attente ricerche in polverosi archivi”.

    Gianni Scuto, nello stesso numero di “Sipario” a proposito di “Caccia alle streghe” scrive: “Uno spettacolo affascinante di grande linearità formale, inquietante e di sicuro effetto scenico. “Caccia alle streghe” vuole essere uno studio su un aspetto deleterio della fede, su quella fede che in taluni ambienti ed in talune circostanze diventa spesso cieca sopraffazione specie per le classi sfruttate che non dispongono degli strumenti critici forniti dalla cultura. Ma “Caccia alle streghe” è anche la storia di una ribellione che non è solo religiosa ma che diventa soprattutto politica”.

    Interessante la critica di Nello Pappalardo da “Il diario” del 18/05/1978: “E’ proprio questa ricerca di un Dio immanente in noi che lo spettacolo di M. Campagna vuole stimolare, alternando momenti di misticismo ad altri di sapore popolare, che le consentono di inserire brani musicali e canti della migliore tradizione. M. Campagna che, fra l’altro, è preziosa interprete della propria fatica, si scaglia contro la chiesa che ha imposto la religiosità come elemento alienante nei confronti di un popolo sordo ad ogni stimolo di miglioramento, ed ormai relegato ad una condizione di passività disumana e di fatalismo. Tale condizione si esprime in un misero rifiuto dell’invito, da parte di un frate, a creare il rapporto con Dio senza la mediazione di un sistema che utilizza la religione esclusivamente come strumento per esercitare il potere sulle masse. Chi si ribella a questa situazione è tacciato di eresia e merita di essere bruciato”.  ^

Fonti, risorse bibliografiche, siti

Il teatro di Maria Campagna, I fatti di Bronte, Caccia alle streghe, La valle di Minnola, Critica alle opere, Editrice Giannotta, Catania, 1979

Carte private inedite di Maria Campagna

“In ricordo di Maria Campagna” a cura di Salvina Campagna, dallo spettacolo “Un fiore per Maria” 2015

“Caccia alle streghe” 2020 di Donne di parola in versione on line
 

Salvina Campagna

Salvina Campagna nasce a Ramacca nel 1949, la più piccola di quattro fratelli, cresce nel paese contadino vivendo gioiosamente e intensamente la fanciullezza con ciò che offriva quell’ambiente: la strada, che è stata per lei una eccellente maestra di vita. Un’altra presenza positiva e costante è stata quella della sorella (Maria, appunto, la maggiore dei quattro figli), suo costante punto di riferimento. Studia e si diploma presso lo stesso collegio frequentato dalla sorella. Attualmente è una maestra in pensione che impiega il suo tempo libero traducendo le opere della sorella dal dialetto alla lingua italiana perché tutti possano comprenderne l’attualità degli argomenti trattati.

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