Monica Vitti

1931 - 2022
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 “Far ridere è stata sempre la mia ambizione, veder ridere, poi, vedere la gente felice, mi fa stare meglio. Scoprire di far ridere è stato come scoprire di essere figlia del re” 

Monica Vitti

 

All’anagrafe Maria Luisa Ceciarelli, per tutti Monica Vitti, ma è anche Assunta, Teresa, Tosca, Adelaide, Mimì, Dea, Claudia, Ninì, Vittoria, Giulia…Mille e una Monica. Professione attrice e mattatrice per vocazione.

Monica Vitti nascerà, qualche anno dopo, nel 1953 all’Accademia Drammatica Silvio D’Amico di Roma, mentre Maria Luisa Ceciarelli nasce a Roma il 3 novembre del 1931 da padre romano, Angelo Ceciarelli, che di mestiere fa l’Ispettore del Commercio Estero, e da Adele Vittiglia, di origini bolognesi. 

Ultima di tre figli, a casa viene simpaticamente chiamata sia “bruttisogni”, perché tormentata sin da bambina da incubi notturni, sia “settesottane” per la sua abitudine a coprirsi in maniera eccessiva. Il suo futuro sembrerebbe già segnato dal desiderio dei suoi genitori nel volerla sposata e madre di famiglia. Ma Maria Luisa vede quel tipo di futuro come una condanna, ponendole davanti a sé solo due possibilità: ribellarsi o morire. 

 

Decide di ribellarsi e ricorda la sua adolescenza così:

“Ero disorientata, impaurita, non riuscivo a trovare un’armonia tra me e la vita. La madre di famiglia, il destino che mi aspettava, mi faceva più paura di tutto (…) Io volevo lavorare. Ma anche conoscere, leggere, capire. Esistere”.

Il suo destino le viene presto incontro. Mentre è alla fermata dell’autobus che la porterà a una lezione d’inglese, intravede, al di là di un cancello, un gruppo di ragazzi comportarsi stranamente:

“Dal cancello vedevo gesticolare, urlare, ridere, piangere. Vedevo rifare, esagerando la vita. E volevo far parte di quei pazzi felici rinchiusi nella villa, fuori dalla quotidianità”

 

Scopre che, dietro a quel cancello, si trova la sede dell’Accademia di Arte Drammatica Silvio D’Amico, così, nel 1950, a soli diciassette anni, decide di fare domanda per entrare in Accademia. È Silvio D’Amico in persona a esaminarla, ma viene bocciata. Lei, però, non demorde e si ripresenta l’anno successivo. Questa volta è ammessa e a ottobre del 1951 Maria Luisa Ceciarelli varca la soglia dell’Accademia da studentessa, mostrando da subito un temperamento e un comportamento non convenzionale:

“Ai tempi dell’Accademia mi consideravano anticonformista. Perché non mi truccavo, mi vestivo quasi sempre di nero. Non scorderò mai il direttore dell’Eliseo: “Ti farò entrare solo quando di metterai il rossetto come le altre!”

Il suo maestro diventa Sergio Tofano, il primo a riconoscere in lei un talento comico:

“È stata una gran sorpresa per me la prima volta che ho fatto ridere a crepapelle. Mi sono anche spaventata per gli applausi e le risate…Allora aveva ragione Tofano! Io facevo ridere senza saperlo” 

Ed è sempre Tofano a suggerirle di scegliere un nome d’arte. Lei decide il nome “Monica” da un’eroina di un romanzo che ha amato e “Vitti”, troncando il cognome della madre:

“Metà del cognome di mia madre che si chiamava Vittiglia. Ma io mi sono accorta di essere soprattutto Monica, per la gente…”

Nel luglio del 1953 si diploma attrice: nasce ufficialmente Monica Vitti. 

Da subito si cimenta a teatro con i classici (Eschilo, Euripide, Shakespeare…) ma è di nuovo Tofano a offrirle occasioni: recita in La Mandragola e Le avventure del signor Bonaventura. Entra al Teatro delle Arti di Roma e inizia una carriera teatrale senza soste, alternando ruoli drammatici a ruoli comici. Nel 1955, in occasione della rappresentazione Sei storie da ridere al teatro Arlecchino di Roma, compare per la prima volta il suo nome tra gli attori della compagnia teatrale.

 

Al cinema arriva lentamente e per vie traverse. Quella particolare voce roca, che per un primo momento le fa rischiare il non accesso all’Accademia, è invece perfetto per il doppiaggio. Così Monica inizia a prestare la sua voce ai film di Monicelli, di Pasolini, di Fellini:

 “Monicelli mi faceva doppiare le alcolizzate, Pasolini le voci delle accattone, Fellini quelle delle vecchie prostitute”

 

Però il cinema dell’Italia degli anni ‘50, creato per attrici procaci e “povere ma belle”, sembra non avere posto per un’attrice come Monica Vitti, così diversa, così fuori norma, così moderna. Monica, infatti, sogna per lei un altro tipo di cinema. Continua per un po’ ad alternare il doppiaggio con il teatro, cattura anche la curiosità di registi come Fellini e Rossellini. Ma per tutti sembra esserci solo un unico verdetto: bravissima sì, ma poco fotogenica. 

Il suo esordio come attrice di cinema avviene grazie all’intervento di Giovanna Ralli che, apprezzandola come attrice teatrale, decide di volerla nel film commedia Una pelliccia di visone (1956), successivamente recita ancora in un’altra commedia Le dritte (1958) accanto a Sandra Mondaini e Bice Valori.

 

Poi la svolta decisiva: è del 1957 l’incontro con Michelangelo Antonioni che, incuriosito e in cerca di una voce per il suo film Il grido, la va a vedere a teatro. Ne rimane incantato. Monica Vitti è la donna che cerca per il suo cinema:

“Allora un’attrice così, con una professionalità straordinaria, che poteva sostenere ruoli drammatici e ruoli comici, sia in televisione, sia in teatro, sia in cinema, attirò immediatamente il mio interesse. Per questo quando la vidi, decisi di farle subito un provino è nata così L’avventura ” 

Michelangelo Antonioni

 

Da qui un lungo sodalizio, sia professionale sia privato, che segnerà il cinema italiano, con quella che viene definita la “tetralogia dell’incomunicabilità” di Antonioni e che vede Monica Vitti musa e protagonista in L’avventura (1960), La notte (1961), L’eclisse (1962) e Deserto rosso (1964):

“Nei film di Antonioni io ci sono, sì come attrice, ma moltissimo come persona, ci sono per intero. E rivedere un suo film è rivedere la mia vita”

 

Nel frattempo, però, la tentazione verso i ruoli comici rimane irresistibile, così, tra un film di Antonioni e un altro, non si fa mancare la partecipazione in alcune commedie: Le quattro verità (1962), Il castello in Svezia (1963), Confetti al pepe (1963), Alta infedeltà (1964). Sfoggia da subito tutte le caratteristiche tipiche dell’attrice di commedia: tempi perfetti, attenzione spietata verso gli esseri umani, un’inesauribile anima infantile, capace di cercare il gioco e la risata. Sempre in bilico tra innocenza infantile e analisi psicologica dei personaggi.

 

Nel 1964 l’incontro con Alberto Sordi la spingerà sempre di più verso i ruoli comici. Il film di Tinto Brass Il disco volante è il film che li vede recitare per la prima volta insieme, formando quella che sarà la futura coppia d’oro della commedia all’italiana. Per Monica girare con Brass e Sordi è una “vacanza” dall’impegno teatrale di Dopo la caduta di Zeffirelli, dove veste i faticosi panni di Marilyn Monroe su testo teatrale di Arthur Miller.

Nel frattempo la sua passione per gli scritti di Natalia Ginzburg, la spinge presto a portare un testo teatrale della scrittrice al cinema. Ti ho sposato per allegria, con la sceneggiatura firmata dalla stessa Ginzburg, esce nel 1967 dove Monica Vitti recita con Giorgio Albertazzi per la regia di Luciano Salce.

 

Nel 1968 Mario Monicelli la consacra definitamente attrice di commedia. Monica è Assunta Patanè ne La ragazza con la pistola. Per la prima volta in Italia un film importante viene scritto, concepito e costruito sulle capacità comiche di un’attrice nei panni di protagonista assoluta. È un film di riscatto e di emancipazione: una ragazza siciliana sedotta e abbandonata, parte per Londra per vendicare il suo onore, ma, una volta là, diventa una donna nuova, moderna. Il film è un successo assoluto e rimane tra i più ricordati e amati della sua carriera. Mario Monicelli la ricorda così:

“Nonostante facesse dei film con Antonioni, interpretasse personaggi da film muto, personaggi misteriosi, d’altri tempi, nella vita invece era vivace, divertente, piena d’umorismo”

Sempre nel 1968 è chiamata a far parte della giuria al Festival di Cannes, ma decide di dimettersi per solidarietà alla rivolta studentesca del Maggio Francese del ‘68 che, scoppiato inizialmente da Parigi, arriva fino a Cannes.

Nel 1969 ritrova Alberto Sordi in Amore mio aiutami ed è per lei:

“La conferma di un’amicizia profonda, un affetto, una stima e un incontro professionale che è diventato un binomio. Alberto è stato da sempre con me uno straordinario compagno di lavoro, un compagno di giochi, un fratello”

 

Per l’Italia tutta, Monica Vitti è diventata ormai l’unica mattatrice capace di stare accanto ai quattro colonnelli della commedia all’italiana quali Sordi, Manfredi, Gassman e Tognazzi. Così gli anni ‘70 sono sotto il segno della commedia. Indossa i panni della fioraia Adelaide di Il dramma della gelosia – Tutti i particolari in cronaca (1970) di Ettore Scola in un funambolico ménage à trois con Marcello Mastroianni e Giancarlo Giannini. Sempre nel 1970, diretta da Vittorio De Sica, è indimenticabile e divertentissima in coppia con Alberto Sordi ne Il leone dal film a episodi Le coppie.

Nel 1973 in Polvere di stelle è l’attrice di avanspettacolo Dea Dani, dove ritrova la complicità di Sordi al grido di “Ma ’ndo hawaii se la banana non ce l’hai?”. Sono sempre del 1973 il film musicale La Tosca di Luigi Magni accanto a Gigi Proietti e Teresa la ladra, tratto da un romanzo di Dacia Maraini per la regia di Carlo Di Palma, suo nuovo compagno.

E poi Ninì Tirabusciò. La donna che inventò la mossa (1970), Noi donne siamo fatte così (1971) di Dino Risi, Il fantasma della libertà (1974) di Buñuel, L’anatra all’arancia (1975) di Luciano Salce con Tognazzi, Mimì Bluette, fiore del mio giardino (1976) di Carlo Di Palma.

 

La televisione le regala due straordinarie esperienze: recitare nel 1977 accanto e per la regia di Eduardo De Filippo ne Il cilindro e, a quasi vent’anni dopo da Deserto rosso, recitare di nuovo con Antonioni nel 1980 per Il mistero di Oberwald, primo tentativo da parte della RAI di sperimentare l’alta definizione televisiva. Ma non fa in tempo ad entrare nelle atmosfere intimiste del cinema di Antonioni che la commedia torna a fare capolino: arrivano così Camere d’albergo (1980) di Monicelli, Tango della gelosia (1981) di Steno, Io so che tu sai che io so (1982) di nuovo con Sordi, questa volta anche nella veste di regista, e poi l’incontro con Roberto Russo, suo futuro marito, che la dirige in Flirt (1983) e Francesca è mia (1986).

 

Nel 1988 il quotidiano francese Le Monde la dichiara morta suicida per barbiturici, lei non si scompone e quella clamorosa gaffe le regala l’opportunità di sfoggiare il suo irresistibile senso dell’umorismo:

“Un giornale francese ha pubblicato con un anticipo esagerato la notizia del mio suicidio”

Nel 1989 è lei stessa a passare alla regia con Scandalo segreto che le vale un duplice riconoscimento: un doppio “Globo d’oro” sia come attrice e sia come regista.

Nel 1995 è tutto per lei il meritatissimo “Leone alla Carriera” alla Mostra del Cinema di Venezia. 

Da quel momento, però, inizia il suo lento sparire dalle scene per arrivare al 2002, quando, alla prima teatrale di Notre–Dame de Paris, fa la sua ultima apparizione pubblica in compagnia di suo marito Roberto Russo, sposato nel 2000.

 

La sua carriera è segnata da stupende contraddizioni: ha raggiunto il successo con il cinema pur essendo un talento teatrale, i suoi primi successi sono i film di Antonioni che la consacra “diva dell’incomunicabilità”, proprio lei, così amante del comunicare, del ricercare il contatto con un pubblico che amava e che ha ricambiato il suo amore sempre, nonostante il suo allontanamento dalle scene. 

Seducente e seduttiva, anche grazie ai suoi difetti: con quella voce un po’ così, roca e graffiata, una “vociaccia”, come lei stessa l’ha sempre definita, e il naso importante che molti produttori non volevano, spingendola a modificarlo chirurgicamente:

“Il mio naso non piaceva ai produttori. Ma non ho mai avuto la tentazione di cambiarlo. E alla fine abbiamo vinto noi, io e il mio naso”

Sempre così stupendamente coerente con se stessa, gioiosamente carnale, fascinosa anche per la mancanza di ostentazione della propria bravura e dei premi vinti, ironica e autoironica, golosa di cibo, di allegria e di risate. Eppure Monica Vitti rimane un mistero indecifrabile tra i mille volti di donne interpretate:

“Perché poi è questo il segreto di Vitti, ed è anche il segreto della sua tenace, eterna, inesauribile giovinezza”

Alvise Sapori

 

Da poco aveva compiuto novant’anni e ci ha lasciati il 2 febbraio del 2022 a Roma, nella sua amata città, dopo una lunga malattia degenerativa.

Ora suonano tristemente profetiche le parole scelte come incipit per Sette sottane, libro da lei scritto e pubblicato nel 1993:

“Ad un certo punto della mia vita, a mia insaputa, devo aver deciso di dimenticare, non dimenticare i dolori o gli errori, ma dimenticare i fatti, le persone. Forse solo confondere tutto, sono certa di aver dimenticato tutta la mia parte. E questa volta non ho dimenticato solo il personaggio ma anche l’interprete”

Fonti, risorse bibliografiche, siti

Laura Delli Colli, Monica Vitti, Gremese Editore, 1987

Cristina Borsatti, Monica Vitti, L’Epos, 2005

Monica Vitti, Sette sottane, Sperling & Kupfer, 1993

Delia Demarco

Nata e cresciuta a Roma, è storica dell'arte con un Master in Digital Heritage (La Sapienza, Roma). Si considera un'umanista digitale e viaggia disinvolta tra tradizione e innovazione. Si occupa di contenuti e usabilità in ambito digitale. Yogini e centaura, adora fare lunghe passeggiate con la sua cagnolina Lilli e ritrarre il mondo attraverso l'obiettivo di una reflex.

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