Paolina Leopardi

1800 - 1869
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Io non sono affatto capace di giudicare delle opere di letteratura; ma ecciterà sempre la mia ammirazione e invidia qualunque persona dica del nostro sesso che noi non siamo nate soltanto per quello cui ci credono destinate gli uomini“. Così rispondeva ad Antonietta Tommasini Ferroni, amica sua e di Giacomo, che le ha mandato un libretto di Pensieri di argomento morale e letterario

 

Paolina, una che amava scrivere, ma che non era solo donna, era “la sorella”. E le è stato necessario aspettare le storiche del femminismo per ottenere autonomia di figura, non la solita ragazza ottocentesca che, per non trovare marito, doveva anche essere poco avvenente e di modesta levatura. Fondamentale la ricerca di  Elisabetta Benucci che ne ha curato – amicalmente – l’epistolario (di cui si conoscevano 421 lettere, integrate con altre 46 frutto delle ultime ricerche).
Ne esce una donna educata alla cultura come i fratelli, che aveva anche uno stile molto personale di scrittura, come quando traccia un suo bilancio di vita: “
Oh io lo dico sempre, che sfido chiunque, anche di un animo il più ottuso, il più privo di sentimenti vivaci, che sia capace di vivere questa mia vita per una settimana sola, e pure io non sono intesa, no, non lo sono; ah si, hanno ragione, è vero! Io ho da mangiare quanto voglio, da dormire quanto voglio, posso lavorare e non lavorare se mi piace: non sono innumerabili quelli che si chiamerebbero felicissimi se potessero fare questa mia vita? Dunque sono io che non mi contento mai, che ho dei desideri insaziabili (poiché il mangiare e il dormire non mi contenta), che formo l’infelicità mia, e l’altrui. È vero, io non me ne ero accorta! Se io potessi cambiare questa mia testa e questo mio cuore con la più sciocca testa ed il più freddo cuore che fosse al mondo, lo farei volentieri, e certo sarei allora più felice e più lieta.”

 

Era stata certamente disposta al matrimonio, soprattutto per togliersi dal clima domestico esaurientemente descritto da Giacomo, ma rifiutò le occasioni che le si erano presentate perché non voleva convivere con una persona incapace di rispondere alle sue pretese di relazionalità e solo di uno le rimase un’illusione d’amore perduto. In compenso era una gran lettrice, una persona informata, la redattrice ragazzina della Voce delle Ragione, di Pesaro, diretta dal padre. 

 

Purtroppo una donna d’ingegno non aveva posto nella vita provinciale dello Stato pontificio, in quella Recanati “soggiorno abominevole e odiosissimo” e, per giunta, in casa Leopardi, con un padre cattolico, moralista e conservatore e con una mamà del tutto anaffettiva, “ultra-rigorista, un vero eccesso di perfezione cristiana… si è fatta delle regole di austerità assolutamente impraticabili, e si è imposti dei doveri verso i figli che non riescono loro punto comodi”. 

La famiglia ottocentesca era patriarcale ma le donne consentivano alle regole del ruolo: questi due genitori, racconta la figlia, non leggevano le opere di Giacomo perché “era diventato ateo” e vietavano a Paolina ogni “commercio epistolare”, anche se con la complicità dell’istitutore trovava la posta dal libraio. 

 

Davvero quei sette bambini non erano stati fortunati e per l’unica femmina il solo vantaggio era stato di giocare con i fratelli, tra cui Giacomo, che l’amava moltissimo (“vorrei poterti consolare” perché percepisce “l’incomodità e l’affanno della tua situazione”), la chiamava Pilla e “don Paolo” perché fin da piccola la vestivano di nero. Buona conoscitrice del francese, che cosa poteva venirle in mente di tradurre se non Le voyage autour del ma chambre di Xavier de Maistre, che rese in italiano Viaggio notturno intorno alla mia camera?

Seguì la pubblicazione della vita di Mozart di Stendhal: “la ridussi in Italiano; poi ad una signora che mi chiedeva qualche cosa da fare un libretto in occasione di nozze, diedi quella, poi la censura di costì ne tolse i più piccanti pezzi e mi fece gran rabbia; la nipote di Mozart che trovavasi in Bologna ne volle copia da mio fratello e se la portò in Germania”. 1

 

Giacomo poté andarsene, Paolina no: farà alcuni viaggi nelle principali città italiane dopo la morte della madre (1857), quando era una signora elegante, con abiti finalmente a colori e, erede del patrimonio famigliare, si dava (si suppone di gusto) a rinnovare il palazzo e si prese perfino il lusso di farsi fotografare da Alinari. Aveva quasi sessant’anni ma era più serena di quando, giovane, si richiamava alla libertà, non quella ideale, tanto meno patriottica, ma ad una realissima libertà dalla famiglia e dalle convenzioni.

 

Ci sono ancora donne del terzo millennio, non solo in Italia, che si riconoscono nel bilancio che Paolina traccia della sua vita di donna reclusa che voleva semplicemente vivere quando aveva solo trent’anni:

“Il mio destino mi fa orrore, cosa ci vuoi fare, Nina mia? ormai non si può più cambiare, ed è lungo tempo che io sapevo di essere nel numero copiosissimo di quelli, di cui la vita non consiste più che in desiderii, in speranze destinate a non compiersi mai – pure, potrei dire – contra spem credidi – ma mi sono ingannata, crudelmente ingannata, e questo pensiero mi rende malinconica, e questa malinconia mi fa piangere – poi io mi vergogno del pianto, e dico che la vita è breve: ma come posso dirlo, se i giorni per me sembrano secoli? E non deve essere cosi, quando in ogni giorno dell’anno al mio destarmi non vedo avanti gli occhi un sol minuto di questo giorno che mi prometta una sensazione piacevole, nemmeno uno? Oh io lo dico sempre, che sfido chiunque, anche di un animo il più ottuso, il più privo di sentimenti vivaci, che sia capace di vivere questa mia vita per una settimana sola, e pure io non sono intesa, no, non lo sono; ah si, hanno ragione, è vero! Io ho da mangiare quanto voglio, da dormire quanto voglio, posso lavorare e non lavorare se mi piace: non sono innumerabili quelli che si chiamerebbero felicissimi se potessero fare questa mia vita? Dunque sono io che non mi contento mai, che ho dei desideri insaziabili (poiché il mangiare e il dormire non mi contenta), che formo l’infelicità mia, e l’altrui. È vero, io non me ne ero accorta! Se io potessi cambiare questa mia testa e questo mio cuore con la più sciocca testa ed il più freddo cuore che fosse al mondo, lo farei volentieri, e certo sarei allora più felice e più lieta”. 2

 

Sorella di Anna Brighenti era la cantante d’opera Marianna, un modello di donna invidiabile per una che a cinquant’anni avrebbe sognato ancora di andare sulle ghiacciaie della Svizzera, o a vedere l’aurora boreale a Pietroburgo, anche se andrà solo, con gli abiti vivaci e i cappellini fantasiosi, ad Ancona, in Emilia, a Barletta, a Napoli, a respirare l’aria di Napoli dove era morto Giacomo e a Pisa dove si ammalò lei per poi morire. 

Con Marianna si faceva curiosa: chiedeva di descriverle le città che vedeva, i paesi in cui cantava, i letterati e le persone famose conosciute, i cantanti, la Malibran… “La tua cara lettera mi divertì assai, come puoi credere, per i tuoi racconti e per la grazia e lo spirito con cui li fai; se tu mi desideri teco per dividere le sensazioni che le sublimi cose di costì ti fanno provare, figurati cosa ne sarebbe di me in compagnia tua, ed in un paese come codesto dove ogni passo inspira ammirazione ed entusiasmo, ove si vive una nuova vita, secondo quello che tutti dicono. La sola cosa che debba temersi in Roma è la stanchezza dell’ammirazione, come dice Stendhal, ed io lo credo bene, ma per guardarsi da questa stanchezza forse gioverà il calare gli sguardi sul popolo che abita questa Roma per alzarli poi con più coraggio sopra le sue magnificenze.

Hai letto mai Corinna? Se non l’hai letta, ti sei privata certo di un gran piacere. Quella lettura raddolcirebbe le tue idee sull’unione che vedi del sacro col profano: madama di Staël non se ne meraviglia punto, e sotto la sua deliziosa penna tutto prende un aspetto incantevole. Siccome questo libro è il mio libro favorito (come lo sono tutte le opere di questa celebre donna) così vorrei che fosse anche il tuo” 3 

Ma anche: “Dimmi un poco come si portano in quest’anno i mantelli, cioè di quale forma sono, con qual guarnizione ecc. Finora il giornale delle mode non ne ha parlato, ma il freddo non vuole che si attenda più oltre. Marietta Antici se lo è fatto nuovo, e mi pare che mi abbia detto che precisamente devono essere come quelli degli uomini, con il bavaro ecc.4 

Si stringe un poco il cuore, davvero.

  1. Lettera ad Anna Brighenti, 18 luglio 1838.  ^
  2. Lettera ad Anna Brighenti, 14 Aprile 1832.  ^
  3. Lettera a Marianna Brighenti, il sabato santo 1832.  ^
  4. Lettera a Vittoria Lazzari, 28 ottobre 1826.  ^

Giancarla Codrignani

Docente di letteratura classica, giornalista, politologa, femminista. Parlamentare per tre legislature.

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