Alice Rohrwacher è una regista, sceneggiatrice, documentarista e scrittrice italiana.
Nasce a Fiesole il 29 dicembre del 1981, da madre italiana e padre tedesco. Trascorre la sua infanzia in un casale in campagna a Castel Giorgio, in Umbria. Dopo aver conseguito il diploma di maturità classica si trasferisce a Torino, lavorando come musicista per il teatro e come montatrice di documentari. Comincia a muovere i primi passi nel mondo del cinema frequentando il master biennale della Scuola Holden. Continuerà a coltivare la sua passione per gli studi umanistici conseguendo la laurea in Lettere, presso l’Università degli studi di Torino. Profondamente legata alla terra e alle proprie radici, Rohrwacher decide di tornare in Umbria, dove attualmente vive, in una località che figura nel cortometraggio Quattro strade (2021), realizzato durante il periodo della pandemia.
Esordisce come regista con Un piccolo spettacolo (2005), documentario su una famiglia di circensi, realizzato con l’amico regista Pier Paolo Giarolo. Il progetto testimonia la passione della regista per lo spettacolo dal vivo, elemento ricorrente nella sua filmografia, insieme al viaggio e alla campagna, temi interconnessi nel suo linguaggio cinematografico. L’attenzione al viaggio nasce dai suoi spostamenti per l'Italia a causa del lavoro del padre, apicoltore nomade. In un'intervista per il podcast «Il Mondo, Internazionale», Rohrwacher racconta di aver imparato da piccola a viaggiare di notte attraverso luoghi selvaggi, e di aver iniziato ad allenare l’immaginazione ascoltando il brusio delle api in sottofondo. La natura e l’oscurità diventano così tratti costitutivi della sua poetica cinematografica, scenari in cui si muovono personaggi marginali, figli di un microcosmo famigliare che andrà a scontrarsi con il macrocosmo della società contemporanea.
Dopo il lavoro sul documentario, Rohrwacher intuisce la possibilità di inserire la finzione all’interno del suo sguardo filmico, realizzando il suo primo lungometraggio nel 2011: Corpo celeste.
La casa di produzione Tempesta le affida la scrittura e la regia della pellicola, che segue la vicenda di Marta, nata in Svizzera e trasferitasi con la sua famiglia a Reggio Calabria. La protagonista percepisce sé stessa come un’aliena e viene allevata in seno ai dettami del cattolicesimo su cui si basa l’educazione famigliare. Tesa ad affermare la propria soggettività, cerca di prendere le distanze dalle regole imposte dalla religione, perno intorno al quale si costituiscono le realtà del meridione e unico criterio di riferimento su cui vengono formulati i giudizi sui singoli individui. Emblematico è il rifiuto della cresima, che, nell’universo cattolico, si configura come il rito di passaggio dall’età infantile alla vita adulta: Marta sceglie di non riceverlo, obbedendo unicamente a sé stessa, anziché alla volontà famigliare, condizionata dalla morale dominante della comunità. Il film è soprattutto una riflessione sul tema del corpo, in questo caso femminile: Marta è fisionomicamente diversa dalle altre ragazze del suo paesino. Sembra eterea, appunto, come suggerisce il titolo stesso del film un “Corpo celeste”. Importante è anche il tema del ciclo mestruale, momento vissuto con senso di vergogna da parte di Marta, simboleggiata dalla macchia sui pantaloni che non passa inosservata alla vista di Don Mario. La protagonista non solo viene rappresentata come qualcosa di distante rispetto alla piccola realtà calabrese, ma percepisce anche sé stessa come diversa rispetto agli altri: un senso di alterità che passa attraverso la fisicità e il desiderio di non piegarsi alle forme regolatrici imposte dalla famiglia e dalla religione. La pellicola è liberamente ispirata alla raccolta omonima della scrittrice Anna Maria Ortese, vera e propria guida spirituale per la regista. Ortese arriva a concepire la Terra stessa come un corpo celeste, e meravigliose le cose di cui essa si compone. Non serve guardare all’universo sovradimensionale per cogliere le bellezze del mondo ma è necessario accorciare la prospettiva e guardarsi intorno.
La figura femminile rimane al centro della riflessione di Rohrwacher nel secondo lungometraggio, Le meraviglie (2014), con cui vince il Gran Prix a Cannes. Protagonista è Gelsomina, primogenita, nominata capofamiglia a soli dodici anni. Il film segue la quotidianità di un nucleo di apicoltori che vive secondo regole proprie, volutamente impermeabile al mondo esterno; tuttavia, quando si apre la possibilità di partecipare a un programma televisivo in cerca di denaro, i due universi entrano in collisione: da un lato la fatica concreta della campagna, dall'altro l'illusione del piccolo schermo, fabbrica di realtà fittizie. È attraverso l'incontro tra Gelsomina e Milly, la conduttrice de Il paese delle meraviglie, che si consuma questo disincanto.
Nel 2022 è la volta de Le pupille, realizzato per Disney e candidato all’Oscar come miglior cortometraggio live action. La storia trae ispirazione da una lettera che Elsa Morante scrisse nel 1961 all’amico Goffredo Fofi in occasione delle festività natalizie per porgergli gli auguri e per raccontargli un aneddoto parzialmente vero che le è accaduto. Il titolo viene da una parola latina, che vuol dire: bambine, su cui nuovamente torna l’attenzione della regista. Mentre Morante racconta di un collegio maschile, Rohrwacher decide di ambientare la vicenda in un collegio femminile dove si svolge la quotidianità delle orfanelle e della protagonista: Serafina. Il fulcro della storia è l’innocenza della fanciullezza e il desiderio di trasgredire alle regole che si scontra con la rigidità e l’obbedienza incarnate dalle suorine, tutrici e moderatrici all’interno del collegio.
Il cinema di Alice Rohrwacher si configura anche come una lente poggiata sulle comunità ai margini della società, e come un cinema politico. In risposta all'immagine della ruralità come dimensione idilliaca, perfetta e imperitura, la regista mostra il volto vero della campagna, nella sua veste lacerata, stanca e mutevole. Ne è testimonianza Omelia contadina (2020), in cui ritorna il tema della terra. L’intento è mostrare il paesaggio rurale privato della sua natura, vittima delle complesse tecniche dell'agricoltura intensiva, ancora una volta luogo di nessuno, spazio dello spopolamento e delle barbarie dell'uomo.
È in Lazzaro Felice (2018) che questa dimensione politica raggiunge la sua espressione più compiuta. Il film si articola come una critica al capitalismo imperante attraverso la storia di una famiglia di contadini ridotta in schiavitù, costretta a lavorare nelle campagne e a produrre tabacco secondo gli antichi sistemi del feudalesimo. La famiglia di Lazzaro vive ai margini, estranea a qualsiasi forma di interazione con il sociale: non conosce il lavoro a contratto, solo il baratto. Il sistema di assoggettamento e sfruttamento si frantuma con l'arrivo della legge: la proprietaria dell'Inviolata viene arrestata e i lavoratori vengono gettati nella società, sprovvisti degli strumenti adeguati alla sopravvivenza. Tutti crescono, eccetto Lazzaro, rimasto uguale al sé ragazzino, e sarà sua sorella Antonia a riconoscerlo e ad accoglierlo. Lazzaro è il miracolo della sua famiglia ma anche il sacrificio dell'uomo, vittima delle spietate logiche del capitalismo.
Ne La chimera (2023), la sua pellicola più recente, Rohrwacher sceglie di nuovo un protagonista maschile: Arthur, un tombarolo che vive il trauma di un amore perduto, che non riesce a lasciar andare. La vicenda si svolge negli anni Ottanta e segue la profanazione delle tombe etrusche e il furto delle opere d'arte custodite al loro interno. Arthur non può sottrarsi al desiderio incontenibile di ricercare e saccheggiare il passato sepolto, di starci dentro: è il tentativo di ritrovare nell'aldilà la sua amata Beniamina, come un moderno Orfeo che non si rassegna e cerca una traccia di Euridice attraverso gli oggetti dissepolti. L'opera d'arte si fa così testimonianza della sacralità di un amore imperituro, che sopravvive alla morte stessa. L’avidità e la brama di ricchezza dei tombaroli diventano allora anche una riflessione sulla morte dell'arte e sull'assoggettamento di quest'ultima al mercato e alla riproduzione seriale della cultura.
Negli ultimi anni Alice Rohrwacher si è dedicata alla scrittura in prosa, in particolar modo della narrativa per bambini. Con l’illustratrice Lida Ziruffo ha pubblicato per Mondadori due libri: La buona strada (2023) e Era una sirena (2025). Il primo libro racconta la storia di una strada che non sa da che parte andare; è disorientata dai chi le continua a dare indicazioni; di andare su, poi giù, poi da un lato, poi dall’altro, finché, un giorno, incontra un bambino che, come lei, non ha idea di dove andare. Insieme intraprenderanno un percorso per cercare la giusta direzione per loro.
Era sirena racconta di un bambino muto che trascorre lungo tempo della sua vita al mare ad osservare la cosa che ama di più: un’onda, che, nei suoi pensieri, è ciò che rimane, l’ultima traccia lasciata da una sirena. La fiaba è un territorio che l’autrice non solo sperimenta di proprio pugno ma da cui attinge anche come punto di partenza per il suo prossimo lavoro cinematografico.
Attualmente la regista si sta dedicando alla sceneggiatura di un film, ispirato a Le tre sorelle incestuose, una fiaba nera illustrata, dal gusto gotico e dalle atmosfere tipicamente vittoriane.
Fonti, risorse bibliografiche, siti su Alice Rohrwacher
ARTICOLI
La poesia e l'innocenza nel cinema di Alice Rohrwacher, in «The Serendipity Periodical», 15 luglio 2018.
G. Arnone, Alice Rohrwacher: «Il cinema italiano deve tornare a immaginare un mondo possibile», in «Cinematografo», 23 dicembre 2025.
F. Caprara, Alice Rohrwacher. «Cinema e poesia, messaggi in bottiglia del nostro inconscio», in «La Stampa», 11 novembre 2025.
F. Faccani, Oltre a essere regista, Alice Rohrwacher è anche autrice di libri per bambini, in «Vogue Italia», 1 aprile 2025.
A. Finos, Alice Rohrwacher: «Dopo il premio posso osare di più: torno alle origini con un film muto», in «la Repubblica», 18 gennaio 2026.
L. Ragazzo, Cinema di poesia? La chimera di Alice Rohrwacher, in «Doppiozero», 19 dicembre 2023.
SAGGI IN VOLUME
F. Brignoli, Corpi celesti. Altra adolescenza nel cinema di Alice Rohrwacher, in Essere (almeno) due. Studi sulle donne nel cinema e nei media, Edizioni ETS, Bologna 2018.
I. A. De Pascalis, Meravigliose sorellanze. Identificazioni e soggettività femminili nelle collaborazioni fra Alice e Alba Rohrwacher, in Essere (almeno) due. Studi sulle donne nel cinema e nei media, Edizioni ETS, Bologna 2018.
S. Guerini Rocco, Il Paese delle meraviglie. Percorsi di costruzione identitaria e possibilità di (trans)formazione nel cinema di Alice Rohrwacher, in Cinema e identità italiana. Cultura visuale e immaginario nazionale fra tradizione e contemporaneità, Roma Tre-Press, Roma 2019.
M. Pierini, Una moltitudine di occhi, di mani. Percorsi verso la recitazione nel cinema di Alice Rohrwacher, in Essere (almeno) due. Studi sulle donne nel cinema e nei media, Edizioni ETS, Bologna 2018.
FONTI DIGITALI
Un anno con Alice Rohrwacher, podcast, Internazionale, disponibile su Spotify