Ineguagliabile primadonna di classe e raffinatezza, per la sobria eleganza – al contempo audace – delle sue creazioni, Andrée Putman era soprannominata “La Coco Chanel del design francese”. Sebbene al design si fosse accostata quando aveva già cinquantanove anni, si è guadagnata sul campo anche l’appellativo de “La grande Dame du design”, titolo che ha detenuto fino all’ultimo dei suoi giorni.

Nata a Parigi, la sua città le somiglia. Ancien régime in alcune zone, nouvelle vague in altre; opulenta e sfarzosa in certe, austera e minimal altrove: insomma un’equilibrata mescolanza di modernità e memoria, esattamente com’era lei. Andrée amava i contrasti, le contaminazioni linguistiche, sempre risolte “alla francese”, ovvero con charme. Non per nulla era approdata al design dalla porta della moda.

Nata Andrée-Christine Aynard in una famiglia borghese lionese di notabili e di banchieri con la passione per la musica, la piccola Andrée viene avviata alla carriera di pianista, che abbandona però non appena raggiunge la maggiore età per dedicarsi alla moda, appunto. Amica di molti artisti – da Pierre Alechinsky a Bram van Velde, da Alberto Giacometti a Niki de Saint Phalle – alla fine degli anni Cinquanta il suo matrimonio con il collezionista, editore e critico d’arte Jacques Putman le aprirà definitivamente la strada del mondo internazionale dell’arte, al quale comunque già apparteneva per vocazione.

Farà la giornalista di moda per Femina, poi per Elle e per l’Oeil; farà inoltre la stilista per gran parte della sua vita, a Prisunic, nel circuito della distribuzione di massa, con il motto “il bello per tutti”, finché i suoi amici couturiers Jean-Charles de Castelbajac, Issey Miyake, Claude Montana e Thierry Mugler, da lei stessa ‘scoperti’ (perché Andrée è stata anche una talent scout), riconosciuta la sua genialità nell’architettura d’interni, non la incoraggeranno a dedicarvisi a tempo pieno. Era il 1984. Da allora Andrée inizierà la sua fortunata carriera di arredatrice di hotel prestigiosi, a partire dall’Hôtel Morgans di New York, situato sulla Madison Avenue: un hotel di lusso in cui afferma il suo stile, fatto di camere sobrie, inondate di luce, ricche solo di effetti ottici, dalle linee rigorose e dagli spazi funzionali. L’immediato successo la porterà a ricevere commesse dai più importanti hotel del mondo, da Parigi, a Tokyo, da Colonia a Hong Kong (dove firmerà anche il design esterno e l’architettura interna di due grattacieli), da Monaco al Giappone, realizzando veri e propri alberghi-boutiques, contrassegnati dal suo inequivocabile stile.

Un altro dei suoi appellativi è stato La Dame au damier, perché nei suoi interni, soprattutto in quelli degli anni Ottanta, predominavano il bianco e il nero, spesso giocati in motivi a scacchi: una chiara rivisitazione dell’Art Cinétique, che aveva grandemente influenzato la moda degli Anni Sessanta (soprattutto quella di André Courrèges, di Jacques Esterel e di Pierre Cardin) al cui mondo, come già detto, la Putman apparteneva, prima di approdare a quello del design.

Grazie al successo ottenuto nella realizzazione degli alberghi-boutiques, la Putman sarà chiamata a progettare gli showroom parigini di noti stilisti, quali Castelbajac, Balenciaga, Yves Saint-Laurent, Azzedine Alaïa, Karl Lagerfeld e altri. Persino Guerlain le affiderà la progettazione del suo spazio storico sugli Champs-Élysées, tanto il minimalismo putmaniano aveva sedotto l’utenza d’élite. Sarà allora che il quotidiano Le Monde la definirà la “vestale dell’immacolato concettuale”, anche dopo che, nel 1995, Air France si era rivolta a lei per gli arredi del quarto Concorde, il mitico aereo con il muso a “becco di cicogna”.

Nel frattempo, nel 1978, aveva fondato Ecart, uno studio-galleria, alloggiato negli spazi di un hangar del Marais, dove riedita pezzi di grandi designer del Ventesimo secolo. Il termine francese écart può essere tradotto in italiano con “divario” (“ciò che mi interessa è il divario tra la ragione e la follia”, era solita ripetere la Putman), ma écart è termine bifrontale, palindromo di trace, vocabolo che rende bene l’anelito alla ricerca delle tracce del passato, sempre presente nel lavoro progettuale di questa artista, che pure si muoveva in piena contemporaneità. Con Ecart, Andrée inizierà allora, come amava ripetere, un lavoro di “archeologa-amante del suo tempo”, teso a riscoprire i talenti dimenticati dei creatori di mobili degli Anni Trenta, affini all’Art Déco, alle cui linee di sobria geometricità era particolarmente legata. E così il catalogo di Ecart comprenderà fin da subito la riedizione di alcuni pezzi di architetti e artisti come: René Herbst (1891-1982), Jean-Michel Frank (1895-1941), Pierre Chareau (1883-1950), Robert Mallet-Stevens (1886-1945), Antoni Gaudí (1852-1926) ed Eileen Gray (1878-1976).

Nel suo lavoro di ricerca per Ecart Andrée ha agito davvero come un’archeologa del design, andando a recuperare al Marché aux puces di Saint-Ouen, nella banlieu di Parigi, splendidi pezzi di design ignorati da tutti facendoli diventare dei must contesi dai collezionisti. Tutto è iniziato un sabato mattina, quando in quel famoso mercatino ha rinvenuto quattro esemplari di una sedia disegnata nel 1928 da Robert Mallet-Stevens. L’idea è partita da lì e subito si è trasformata in un business che dura ancora oggi, ben oltre la morte di Andrée.

“Il faut être absolument moderne”, sosteneva Arthur Rimbaud. E Andrée Putman moderna lo è stata di sicuro, in ogni fibra del suo pensiero e in ogni sua più minuta realizzazione, anche quando ha rieditato opere del passato inscrivendole nell’eternità.

Fonti, risorse bibliografiche, siti su Andrée Putman

Maria Luisa Ghianda, La dame aux damiers / Andrée Putman. L’eleganza del design, “Doppiozero”, 21 aprile 2016.

Francois Olivier Rousseau - José Alvarez, Andrée Putman, Les Éditions du Regard, 1989.

Sylvie Santini, Andrée Putman. La diva du designe, Tallandier, 2020.

Sophie Tasma-Anargyros, Andrée Putman, Overlook Books, 1997.




Voce pubblicata nel: 2023

Ultimo aggiornamento: 2026