Anna Picchi, detta “Annina”, è stata una sarta e ricamatrice livornese, ricordata soprattutto per essere la madre del poeta Giorgio Caproni. Ma la sua figura va ben oltre questo ruolo: donna vivace, indipendente e dotata di una naturale eleganza, ha lasciato un’impronta profonda nell’immaginario del figlio, diventando protagonista di una delle raccolte poetiche più importanti del Novecento italiano, Il seme del piangere. Attraverso quei versi, Anna continua ancora oggi a vivere non soltanto come madre, ma come giovane donna della Livorno di inizio secolo.

Nasce in una famiglia d’estrazione popolare. Il padre, Gaetano Picchi, è guardia doganale e nel tempo libero lavora il legno come ebanista. La madre, Fosca Bettini, è ricordata come donna dal carattere deciso ma al tempo stesso aperto e sorridente, seppur segnato da una certa severità. Fin da ragazza Anna inizia a imparare il mestiere di sarta presso il Magazzino Cigni, uno dei più rinomati atelier di moda della città, diventando una ricamatrice molto apprezzata (qualità che conserverà per tutta la vita, continuando a lavorare anche durante il matrimonio).

Tra i tratti che meglio restituiscono la modernità della sua personalità vi è anche il rapporto con la bicicletta. La utilizzava quotidianamente per recarsi al lavoro e per gli spostamenti in città, in un’epoca in cui, soprattutto tra le donne dei ceti popolari, l’uso di questo mezzo era ancora inconsueto e spesso guardato con diffidenza. Pedalare significava conquistare una nuova autonomia di movimento e una più ampia presenza nello spazio pubblico, anticipando forme di emancipazione femminile che soltanto negli anni successivi sarebbero divenute più comuni. Non a caso il figlio poeta trasformò questo ricordo in uno degli episodi più celebri dei Versi livornesi, nella poesia Scandalo, dove l’apparizione di Annina “sbucata all’angolo” sulla sua “bicicletta azzurra” suscita il mormorio della città: “Ma quando mai s’era vista, / in giro, una ciclista?”.

La sua casa era spesso animata dal lavoro: stoffe, cartamodelli, giovani apprendiste, clienti che entrano ed escono; un ambiente operoso ma anche ricco di conversazioni, risate e racconti.

Accanto all’attività professionale, coltivava interessi che ne rivelano una personalità dinamica e aperta: amava la musica (sapeva suonare molto bene la chitarra), frequentava i circoli cittadini e partecipava con entusiasmo alla vita sociale. Questa dimensione vitale e insieme concreta lasciò un’impronta profonda nella memoria del secondogenito, diventando negli anni una presenza costante, non solo sul piano affettivo ma anche su quello immaginativo e poetico. Giorgio Caproni la descriverà come una donna “d’ingegno fino e di fantasia”, ricordando che fu probabilmente ascoltando i suoi discorsi e osservandola al lavoro che nacque in lui il gusto per il ritmo e per la parola poetica.

Sposa Attilio Caproni, impiegato nel settore commerciale e contemporaneamente impegnato nell’amministrazione di un teatro cittadino (il Teatro degli Avvalorati, distrutto durante i bombardamenti aerei della seconda guerra mondiale). Dalla loro unione nacquero Pier Francesco, il sopracitato Giorgio e Marcella. La famiglia vive nella Livorno popolare di inizio Novecento, tra corso Amedeo, via Palestro e il quartiere di San Marco. Sono anni segnati dalle difficoltà economiche, dalla guerra e dalle tensioni sociali che attraversano la città. Proprio a causa di ciò (oltre al fatto che Attilio perse il lavoro per via del fallimento della ditta nella quale lavorava) nel 1922 i Caproni si trasferiscono a Genova, dove Anna continua a sostenere la famiglia con il proprio lavoro di sarta.

La sua vita è quella di molte donne della sua generazione, fatta di lavoro quotidiano, cura della casa e della famiglia, ma anche di una sorprendente energia vitale. Di lei non restano scritti né testimonianze autobiografiche. La sua voce ci arriva soprattutto attraverso i ricordi del figlio Giorgio, che ne restituisce l’intelligenza, la grazia e la capacità di affrontare con dignità le difficoltà dell’esistenza.

Negli ultimi anni della sua vita Anna viveva a Palermo con la figlia Marcella e il marito, e già verso la fine degli anni Quaranta si era manifestato in lei un progressivo deterioramento della sua salute. Quando i sintomi della malattia avevano cominciato a peggiorare, fu trasferita a Genova per essere curata; appresa la gravità della situazione, Giorgio Caproni la raggiunse per starle accanto.

La sua morte, avvenuta il 15 febbraio del 1950 nel capoluogo siciliano, rappresenta per il poeta una ferita profonda. Da quel dolore nacque un lungo lavoro di ricostruzione mnemonica che culminò, nel 1959, nella pubblicazione del volume edito da Garzanti Il seme del piangere. Caproni non scelse però di ricordare la madre negli anni della malattia o della vecchiaia: la immagina giovane (come già aveva fatto nella poesia L’ascensore), mentre attraversa la Livorno liberty con i suoi abiti eleganti, i capelli raccolti e la leggerezza di una ragazza che ancora non conosce il peso degli anni. È una scelta poetica che trasforma Anna in una figura sospesa nel tempo, simbolo insieme della giovinezza perduta e della città natale.

La Livorno evocata nelle poesie coincide infatti con la donna stessa. Le vie, i Fossi labronici, il Parterre, il Voltone, il porto e i quartieri popolari diventano il paesaggio della sua presenza, tanto che madre e città finiscono quasi per identificarsi. La memoria privata si trasforma così in memoria collettiva. Non è un caso che studiosi della cultura livornese abbiano riconosciuto nei versi dedicati ad Annina l’eco della tradizione popolare cittadina, fatta di canti, stornelli e musicalità quotidiana. La sua esistenza, apparentemente comune, continua a parlare attraverso una delle pagine più alte della poesia italiana del Novecento. Nella sua storia si riflette quella di tante donne che, con il proprio lavoro, la propria sensibilità e la propria forza silenziosa, hanno contribuito a formare la cultura del loro tempo pur rimanendo ai margini della storia ufficiale.

Fonti, risorse bibliografiche, siti su Anna Picchi (detta “Annina”)

Archivio di Stato di Livorno, Fascicolo personale di Anna Picchi.
Giorgio Caproni, Il mondo ha bisogno dei poeti. Interviste e autocommenti 1948-1990 (a cura di Melissa Rota; introduzione di Anna Dolfi), Firenze, Firenze University Press («Moderna/Comparata, 7»), 2014.
Giorgio Caproni, L’opera in versi (a cura di Luca Zuliani), Milano, Mondadori («I Meridiani»), 1998.
Biancamaria Frabotta, Giorgio Caproni, Dizionario biografico degli italiani, Roma, Treccani, 2012.
Lorenzo Greco, I versi livornesi di Giorgio Caproni, Livorno, Debatte, 1984 («Quaderni della labronica», 43), pp. 5-14.
Lorenzo Greco et alii, Omaggio a Caproni. Parole di sale. Atti della tavola rotonda, Livorno 2 dicembre 2003. Un discorso inedito di Giorgio Caproni, Livorno, 30 marzo 1984 (a cura e postfazione di Lorenzo Greco), Livorno, Benvenuti & Cavaciocchi, 2004.
Francesco Napoli, Giorgio Caproni. Scrittore in versi, Milano, Edizioni Ares, 2025.




Voce pubblicata nel: 2026

Ultimo aggiornamento: 2026