«Parrà senza dubio maraviglia ad alcuno, ch’io donna mi sia posta a scrivere e dare alla stampa cose che non s’appartengono (secondo l’uso dei nostri tempi) a donna: ma se vorranno con buon giudizio e senza affettione alcuna considerar la mutatione dei tempi e degli stati, e degli uomini, e con qual materia sian creati, trovarà che non è la donna priva di quelle providenze e virtù che si sian gli uomini: è vero che si potranno molto meravigliare ch’io senza veder libri, m’habbia posta a dar fuori queste quattro mal composte righe, principiando a mezzo del soggetto cosa in vero sconvenevole, quand’io non avessi animo, e anco scritto il principio e il rimanente, il tutto però sotto nome di lettore, le quali piacendo alla Maestà d’Iddio voglio quando sarà tempo mandar in luce […]. Né di queste fatiche farei io molta stima, se non mi si togliesse l’occasione di far conoscere il buon animo dele Donne de nostri tempi, cosa invero da me molto desiderata, e a fine che si conoschi, come ancor noi sappiamo che cosa sia Anima, voglio piacendo a Dio, nell’altre mie dirvi, che cosa, e dove, e quando, et, in qual virtù si generi l’anima nostra» (dall’epistola iniziale delle Lettere di Philosophia naturale, 25 febbraio 1584)
Non possediamo molte informazioni biografiche su Camilla Gregetta Erculiani. Grazie ad alcuni documenti d’archivio e alle informazioni contenute nella sua opera Lettere di filosofia naturale (1584) si è potuto ricostruire un quadro abbastanza dettagliato, anche se non completo, della sua vita 1. Camilla era figlia del mercante Andrea Greghetti. Aveva due fratelli, Giorgio e Andrea, e tre sorelle, Lucrezia, Isabella e Pulisena. Andrea Greghetti era piuttosto facoltoso: possedeva varie case e terreni che affittava e da cui traeva profitto. All’inizio degli anni Sessanta, probabilmente prima del 1562, Camilla sposa lo speziale Alvise Stella da cui ha almeno un figlio, Melchiorre o Marchioro. In un contratto di affitto di un campo, stipulato da Andrea Greghetti nel 1566, Alvise viene nominato come ‘speziale alle tre stelle’, residente a Padova a Ponte Altinate, ma il suo nome è depennato, forse a causa della sua successiva morte. Sebbene non abbiamo per il momento trovato documenti al riguardo, è plausibile che Alvise Stella fosse originariamente il proprietario della spezieria ‘alle tre stelle’, la cui insegna era forse ispirata al suo cognome. La spezieria era situata nel centro di Padova, in ‘contra’della Pescaria’, tra Piazza della Legna e Piazza della Paglia (le attuali Piazza Garibaldi e Piazza Cavour), nei pressi dell’Università, e dipendeva dalla parrocchia di S. Andrea. Tra il 1569 e il 1571 Alvise morì e nel gennaio del 1573 Camilla sposò Giacomo Erculiani, già speziale ‘alla Campana’ insieme al fratello Girolamo almeno dal 1568, e, dopo il matrimonio, speziale ‘alle tre stelle’2.
Negli anni a seguire Camilla e Giacomo ebbero cinque figli, Nicolò Mattio (1573), Laura (1574), Nicolò (1578), Andrea (1580), Bianca Lucia (1581). Nei primi anni Ottanta del Cinquecento, Camilla e suo figlio Marchioro, per questioni forse connesse all’eredità di Alvise, acquistarono prima due campi nel 1582, e un terzo nel 1583. Giacomo morì a sessanta o sessantasei anni nel 1605. In base ai dati rinvenuti si può stabilire che Giacomo Erculiani era nato nel 1545 (o nel 1539, secondo il libro dei morti dell’Ufficio di Sanità) e che, se nel 1581 Camilla aveva un figlio nell’età della ragione e nello stesso anno aveva messo al mondo l’ultimo figlio, doveva essere nata negli anni Quaranta del Cinquecento ed essere più o meno coetanea del marito. Dopo la pubblicazione delle Lettere nel 1584 si perdono le sue tracce. Non sappiamo quando né dove sia morta, ma era sicuramente ancora in vita nel settembre del 1585 poiché dopo quella data fu interrogata dall’Inquisitore di Padova a causa di idee potenzialmente eretiche contenute nel suo libro.
La sua posizione di ‘speziala’, come Erculiani si definisce nel sottotitolo del libello, ebbe un ruolo determinante per la cultura dell’autrice e per la pubblicazione delle Lettere. Non è chiaro chi si sia occupato della spezieria tra la morte di Alvise e il secondo matrimonio di Camilla, ma non è da escludere che Camilla fosse coinvolta nella gestione della bottega. A questo proposito è interessante notare che nei vari contratti di affitto, acquisto o vendita da lui stipulati tra il 1561 e il 1571, il padre di Camilla, Andrea Greghetti, è definito mercante, fruttarolo e casalino, ma a partire dal 1571 diventa ‘grossista di spezie’, e forse proprio in quegli anni entra nella fraglia degli speziali di Padova, una delle tante corporazioni di arti e mestieri attive nella città sin dal XIII secolo. C’è da chiedersi se questa ‘conversione’ non sia legata alla morte del genero e alla necessità di aiutare la figlia nella gestione della spezieria. Purtroppo non sono sopravvissuti registri dei capitoli e delle parti della fraglia degli speziali tra il 1568 e il 1580 che possano chiarire la questione, né abbiamo trovato atti notarili relativi alla spezieria, ma è improbabile che nel breve periodo di vedovanza di Camilla, la spezieria sia stata ceduta a qualcun altro o chiusa. Inoltre era piuttosto comune che le vedove di mercanti e artigiani continuassero l’attività dei mariti dopo la loro morte, e che poi risposassero qualcuno che esercitava la stessa professione.
Tra il 1568 e il 1601 Giacomo Erculiani partecipò costantemente alle attività della fraglia degli speziali di Padova. Non sappiamo se Camilla abbia mai fatto parte della fraglia, ma certamente non appare nei capitoli sopravvissuti. Secondo gli statuti, le donne erano ammesse, ma, a parte due casi del XIV secolo, nei documenti rimasti non compaiono nomi di donne. Far parte della fraglia, oltre a comportare una serie di diritti e doveri per la vendita e il trattamento dei medicinali, implicava una conoscenza dell’arte della spezieria. Sebbene l’Università di Padova fosse dotata di un orto botanico, che era stato costruito nel 1545 come supporto all’insegnamento dei semplici per i medici introdotto nel 1533, alla fine del Cinquecento, ancora non era stato istituito un titolo di studio specifico per gli speziali, e l’idoneità a praticare l’arte della spezieria era verificata all’interno della fraglia stessa attraverso una sorta di esame che con il passare degli anni divenne sempre più accurato. Gli speziali dovevano avere nozioni di botanica e medicina, conoscere le erbe semplici e le loro proprietà e le ricette dei vari medicamenti, e per far ciò era utile una certa conoscenza del latino3. Certamente non era raro per donne della sua classe sociale aiutare i mariti nelle loro attività commerciali, ma il fatto che Camilla si definisca ‘speziala’ lascia pensare che avesse un ruolo attivo nella spezieria e non si limitasse alla vendita, e che quindi avesse acquisito, grazie al padre e ai suoi due mariti, le competenze necessarie per praticare l’arte4. A riprova di ciò, in una delle Lettere dichiara di aver iniziato a scrivere riguardo a «la natura, proprietà, e qualità de gl’ingredienti della Teriaca, et con quali proprietà siano loro giovevoli contro i velleni», e invia a Garnero un vasetto di Teriaca «di quella istessa c’habbiamo fatto quest’anno» 5. Questo, insieme, ovviamente, al fatto che pubblicò un libro di filosofia naturale, dimostra che Camilla avesse una certa istruzione. Non conosciamo con precisione il suo retroterra culturale, ma senza dubbio ebbe l’opportunità di imparare a leggere e scrivere, forse già nella casa paterna, dove evidentemente c’era una certa ambizione al rinnovamento culturale e sociale, dal momento che Giorgio, uno dei fratelli maggiori di Camilla, si laureò in Diritto civile allo studio di Padova nel 1570.
Sebbene dichiari di scrivere ‘senza veder libri’, Camilla ebbe senz’altro tra le mani ricettari e manuali per speziali nonché testi di filosofia, meteorologia e medicina divulgativa. Oltre alla già citata Filosofia naturale di Piccolomini, come vedremo, Erculiani si riferisce alla traduzione del Libro di Marco Aurelio di Antonio Guevara, e certamente lesse le traduzioni dei dialoghi di Platone di Sebastiano Erizzo. Un genere particolarmente diffuso dopo la grande pestilenza che afflisse il Veneto nel 1576, che Camilla potrebbe aver letto, è la letteratura sulle cause e le cure della peste, che spesso conteneva concetti base di medicina e accenni alle teorie degli elementi e degli umori a cui Camilla fa riferimento nelle sue Lettere.
Le Lettere di Philosophia naturale, l’unica opera conosciuta di Camilla Erculiani (Camilla Herculiana Gregetta, come si firma nella lettera dedicatoria), come detto, “speziala” presso la farmacia Tre Stelle di Padova, furono pubblicate a Kràkow nel 1584. L’opera, che si compone di quattro lettere, è dedicata ad Anna Jagellona, figlia di Sigismondo I e di Bona Sforza, andata in sposa a Stefan Bathory, diventato nel 1575 re di Polonia con il nome di Stefano I. In un primo momento, l’autrice aveva pensato di dedicare l’operetta proprio a Bathory, «ma conoscendola occupata nelle guerre, non ho voluto darli questo travaglio», confermando comunque la scelta dei sovrani polacchi come illustri destinatari del suo lavoro. Camilla probabilmente era entrata in contatto con alcuni studenti di medicina all’Università, appartenenti alla comunità polacca presente a Padova e frequentatori della farmacia. La principale fonte di informazione sull’opera è la raccolta di Consilia del giureconsulto Jacopo Menochio (1532-1607), il quale ne parla nel volume ottavo, edito a Venezia nel 16096.
Erculiani fu l’unica donna italiana nel XVI secolo a pubblicare un libro di filosofia naturale. Nell’epistola datata 25 febbraio 1584, indirizzata alla regina polacca, Camilla illustrava in breve gli argomenti oggetto delle sue pagine: «Nelle quali si tratta la natural causa di diluvij, et il natural temperamento dell’huomo, et la natural formatione dell’arco celeste» e soprattutto affermava la sua fiducia nelle possibilità intellettuali delle donne, dichiarando l’intento della sua opera: «far conoscere al mondo, che noi siamo atte a tutte le scientie, come gli huomini». L’autrice padovana, rivolgendosi ai lettori, non aveva mancato di affermare con orgoglio la sua autonomia intellettuale, che procede «naturalmente, senza guardare Aristotele e Galeno», ponendo in giusto risalto il desiderio di sapere, e la sua esperienza di lettrice autodidatta di testi filosofici, non priva di una certa insofferenza nei confronti del principio di autorità.
Un tentativo di rivedere e confutare le norme di genere aristoteliche cominciò così a emergere, e un numero significativo di donne si impegnò a confutare gli argomenti filosofici scolastici sull’inferiorità femminile. I testi aristotelici, una volta analizzati attentamente e interpretati criticamente, mostrano evidenti crepe e contraddizioni, mettendo in dubbio l’autorevolezza del loro autore e minando gli argomenti dei suoi sostenitori, pronti a confondere la filosofia di Aristotele con la legge naturale.
Attraverso la sua opera, Erculiani sfidava la grettezza e la diffidenza che caratterizzavano il comportamento maschile nei confronti delle donne che avevano l’insolenza di scrivere di filosofia, e si opponeva apertamente a coloro che continuavano ad affermare ostinatamente l’inferiorità e la natura imperfetta delle donne. L’autrice rivendicava chiaramente la piena libertà delle indagini filosofiche. Il suo spiccato interesse filosofico la indusse ad affrontare interessanti questioni di filosofia naturale, avendo innanzitutto a cuore «e le scienze e le virtù» e «reputando tutte le altre cose baie vane, e di nessun valore fuor che sapere le cose naturali»; dal momento che, qualora i diffidenti «vorranno con buon giudizio e senza affettione alcuna considerar la mutatione dei tempi e delli stati, e de gl’huomini, e con qual materia sian creati, trovarà che non è la donna priva di quelle providenze e virtù che si sian gli uomini».7
Sarebbe auspicabile, allora, che gli uomini mutassero opinione (e anche qualche donna dovrebbe farlo: «Ma con tutto ciò non voglio restar d’affaticarmi per recuperar in parte l’honor delle spensierate, e farò forsi una causa e svegliamento a gl’intelletti loro»8), a proposito della conformazione fisica delle donne, giudicata non adatta all’esercizio delle attività intellettuali, dal momento che esse son provviste di previdenza e virtù proprio in ragione della loro complessione e del temperamento umido di cui sono dotate. La misoginia trionfa e conosce alcuni punti di particolare forza e vigore. Padova, ad esempio, diventa l’epicentro di una infuocata polemica. In risposta alle maligne insinuazioni verso le nobildonne padovane, espresse da un loro concittadino che si nasconde sotto lo pseudonimo di Onofrio Filiriaco pubblicando una Vera narratione delle operazioni delle donne (Padova, 1586), vedono la luce, contemporaneamente, alcuni trattatelli in difesa del ‘gentil sesso’.
Ancora più rilevanti in questo mutato clima culturale appaiono, pertanto, alcuni tentativi di riaffermare il valore del sapere delle donne e la loro capacità di occuparsi a pieno titolo anche di argomenti scientifici e filosofici, ritenuti, al contrario, di esclusiva competenza maschile. In realtà quello che nelle Lettere viene affermato con convinzione è che ogni individuo può affrontare la speculazione filosofica se espressa nella lingua da lei o lui conosciuta, «principiando a mezzo del soggetto» come efficacemente scrive Camilla. La speziala padovana, d’altronde, tiene anche a precisare che «non nego ch’io non legga diversi autori speculando le diffinitioni loro» 9. Dai riferimenti presenti nelle sue pagine, infatti, possiamo provare a ricostruire la biblioteca dell’autrice, i cui punti di riferimento principali restano senz’altro Aristotele e la tradizione ippocratica-galenica, e le cui letture si alimentano ad una tradizione filosofica che continua ad arricchirsi dei nuovi apporti della divulgazione in volgare.
La ‘materia’ della quale son formate, dunque, rende le donne ‘perfette’, più adatte ad occuparsi di questioni scientifiche e filosofiche, più idonee degli stessi uomini, ritenuti da una lunga tradizione, proprio per la loro natura calda e secca, ‘naturalmente’ predisposti alla conoscenza. Il consiglio della filosofa è di volgere gli scritti della tradizione aristotelica a vantaggio delle donne, interpretando come antifrasi ogni caso in cui essi sminuiscono le donne, indipendentemente dalle intenzioni degli autori.
Il microcosmo materiale di Erculiani, in cui anche le facoltà intellettuali sono profondamente radicate nel corpo, poneva alcune domande cruciali: da quale tipo di materia nasce la nostra anima, di quali elementi siamo fatti e fatte, e quali elementi contribuiscono con la propria sostanza alla nostra creazione. La materia ha la facoltà di imprimere nell’anima i cambiamenti: ciò avviene a causa degli elementi e non per difetto dell’anima, né questo avviene per influenza dei pianeti, ma per esser la materia bene o male organizzata fin dalla formazione dei corpi e del loro successivo sviluppo. Camilla concentra la sua attenzione sulla struttura naturale dell’organismo, quale emerge dalla prospettiva aristotelica riguardo all’identità fisiologica del composto umano e della sua formazione. Tutto avviene per abbondanza o mancamento di materia la quale materia è composta dagli elementi, perché, secondo la lezione dei Metereologica di Aristotele, nel nostro mondo esistono solo corpi misti nei quali prevalgono le qualità che più li avvicinano a quegli elementi, a loro volta signoreggiati dai pianeti.
Attingendo alla più famosa versione filosofica vernacolare dell’epoca, Erculiani elaborò una sua personale interpretazione di alcuni dei fenomeni naturali dibattuti da Aristotele nella Meteorologica. Ella, infatti, riprese a suo modo il progetto di scrivere di filosofia naturale in volgare italiano ideato a metà del Cinquecento da Alessandro Piccolomini, al quale la speziala padovana fece esplicito riferimento anche su particolari questioni scientifiche. La considerazione di quanto sia sempre instabile e in continua ridefinizione l’equilibrio tra gli elementi in natura conduce la studiosa a soffermarsi sulle caratteristiche del composto umano, sul naturale temperamento della persona umana, a cui audacemente lega la questione del diluvio universale.
Nelle prime due lettere, datate 1577, che documentano lo scambio epistolare con il medico burgundo Giorgio Garnero (Georges Garnier 1550-1614) e nella terza ed ultima del 1581, indirizzata a Martin Berzeviczy, diplomatico presso la corte di Bathory, nonché studioso di filosofia, Gregetta affronta significative questioni filosofiche. Nella lettera sulla «natural causa del diluvio e natural temperamento dell’huomo», l’autrice riporta una conversazione avuta con un non meglio identificato «Eccellente huomo», secondo il quale, se Adamo non avesse commesso il peccato originale, l’uomo sarebbe vissuto in eterno. Camilla, in aperto disaccordo, espone la sua teoria dell’origine naturale del diluvio universale, secondo cui quest’ultimo si sarebbe verificato perché gli uomini erano diventati troppi e avevano sottratto troppa materia alla terra, «che si trovò tanto sminuita che gli fu forza esser inghiottita da l’acque» 10 per ristabilire l’equilibrio tra gli elementi. L’argomento addotto da Gregetta è che l’uomo non poteva comunque vivere in eterno, perché fatto di loto e terra, e anche se non avesse peccato, la morte gli sarebbe stata inevitabile. Infatti seguendo la ragione naturale e gli argomenti esposti nel De elementis ex Hippocrate di Galeno, il corpo materiale non può essere semplice e l’uomo non potrebbe evitare in alcun modo la dissoluzione del composto da cui è formato, costituito da elementi tra loro contrari che si combattono a vicenda fino alla distruzione.
La tesi che il diluvio sia attribuibile a cause naturali, manifestandosi come la predominanza nel mondo sublunare di uno dei quattro elementi fondamentali sugli altri tre, predominanza determinata da precise costellazioni astrali, si ricollega a quanto affermato da Avicenna nel trattatello De diluviis formato dal commento al cap. XIV del libro I delle Meteore, discusso nel Cinquecento da Pietro Pomponazzi in una serie di testi per i corsi bolognesi.
Causa naturale del diluvio fu che la terra, in ragione della moltitudine, grandezza e longevità degli uomini, dal momento «che l’huom durasse per vivere ottocento novecento et ottanta anni che non può fare altro animale, né pianta, né edificio» 11, venne a sminuirsi. La fine arriva dunque dalla crescita smisurata degli uomini, che impoverisce la terra, e dal conseguente prevalere dell’elemento acqua su tutti gli altri, a cui segue la distruzione e la successiva ricomposizione di un nuovo ordine, un nuovo inizio, una nuova generazione. È a questo punto che s’affaccia l’ipotesi che gli uomini dopo terremoti e diluvi possano riprodursi per generazione spontanea grazie al benefico influsso delle stelle. Nelle pagine delle Lettere, l’idea naturalistica dell’origine dell’uomo sulla terra si affaccia in più luoghi: nella domanda, rivolta con tono candido, al medico Montagnana, al quale Gregetta dice di aver «domandato se la natura può produrre animal vivente senza generatione»12, e nella rassegna delle opinioni dei filosofi greci, a proposito della generazione, in cui assegna ad Anassimandro, filosofo antichissimo, la paternità della teoria della generazione dell’uomo dalla terra. L’opera di Camilla Erculiani, come è stato messo in evidenza, relegata per secoli negli angoli bui del disinteresse e del silenzio, pone una serie di questioni di non facile soluzione.
Jacopo Menochio ci informa che il libro di Camilla fu sospettato di eresia e l’autrice convocata dall’Inquisizione e interrogata. Menochio prende in esame le affermazioni controverse contenute nelle Lettere di Philosophia e, nella sua difesa, sostiene che le idee di Camilla non siano da considerarsi eretiche innanzitutto perché l’autrice si esprime da una prospettiva filosofica e non teologica. La prima tesi sospetta di eresia è quella che mette in discussione le sacre scritture e le sentenze dei padri della chiesa che affermano che se l’uomo non avesse peccato, trasgredendo ai precetti divini, non sarebbe stato soggetto alla corruzione e alla morte. Secondo quanto riportato da Menochio nella sua difesa, le affermazioni di Camilla Erculiani non sono eretiche, ma pronunciate da un punto di vista strettamente filosofico. La speziala padovana, infatti, dichiara esplicitamente, fin dal titolo dell’opera, i suoi intenti filosofici e i suoi interessi legati all’indagine naturale, e interrogata dall’inquisitore ribatte: «Io rispondo a queste parole, ch’essendo l’huomo fatto di quattro elementi non potea vivere in eterno, parlando per via di philosophia naturale»; e all’obiezione che le sue affermazioni contrastano con le sacre scritture risponde: «Queste sono cose disputabili in philosophia». E ancora interrogata «an et nunc hanc probet opinionem respondet: parlando philosophicamente io vi dico che non si può mai affermare una cosa per vera»13.
Note
1 Camilla Gregetta Erculiani, Lettere di philosophia naturale, Stamperia di Lazzaro, Cracovia, 1584. Edizione moderna a cura di Eleonora Carinci, in Corrispondenze scientifiche tra Cinquecento e Seicento, a cura di Eleonora Carinci e Sandra Plastina, Lugano, Agorà, 2016. Le notizie sulla vita di Camilla Erculani, che riportiamo, sono frutto delle ricerche di archivio condotte da Eleonora Carinci, e derivano dagli Atti del Notaio Giacomo Perotto, attivo a Padova tra il 1545 e il 1595. Le informazioni complete si leggono nella ricca introduzione alle Lettere, curata dalla studiosa.
2 In un capitolo della Fraglia degli speziali del 1568, Alvise risulta speziale ‘alle tre stelle’ e Giacomo ‘alla Campana’, (AAU, 757); in un atto del 6 ottobre 1572 Camilla risulta vedova di Alvise Stella (ASPd, Notarile, Giacomo Perotto, b. 4778, f. 660r); nel contratto dotale del 9 luglio 1573, è scritto che il matrimonio tra Giacomo e Camilla era stato contratto nel gennaio dello stesso anno (ASPd, Notarile, Giacomo Perotto, b. 4808, f. 203r).
3 Cfr. Prospero Borgarucci, La fabrica de gli spetiali, partita in dodici distintioni. Dove s’insegna a comporre perfettamente tutte le sorti de Medicamenti, Venezia, Vincenzo Valgrisi, 1566, p. 2: «[lo speziale deve] sempre sforzarsi a conoscere perfettamente, se non tutte, la maggior parte almeno di tutte le medicine semplici, et con la cognitione della lingua Latina, nella quale egli da fanciullo deve esser fondato legge poi Dioscoride, Galeno, Serapione, Mesue, Avicenna, e altri, che parlano di tal materia, o non sapendone tanto che gli possa intendere, legga con essercitio continuo i nostri moderni che o scritto, o tradotto averanno nella lingua vostra Italiana».
4 A tal riguardo si veda Eleonora Carinci, Una ‘speziala’ padovana: Lettere di philosophia naturale di Camilla Erculiani (1584). In: “Italian Studies”, 68 (2), 202-229, 2013.
5 Cfr. Gregetta Erculiani, Lettere, cit., f. c2v–c3r. La Teriaca era una sorta di panacea galenica, utilizzata per curare moltissime malattie, che richiedeva ingredienti difficili da reperire e un complesso processo di preparazione, tanto che a Venezia solo alcuni speziali erano autorizzati a prepararla ed erano tenuti a seguire regole precise e a garantire la qualità del prodotto preparandolo pubblicamente.
6 Jacopo Menochio, Consiliorum sive Responsorum D. Iacobi Menochi, Venezia, Martire Locarno 1609, vol. VIII.
7 Erculiani, Lettere di philosophia naturale, cit., 2016, pp. 107-123.
8 Ivi, p. 108.
9 Erculiani, Lettere di philosophia naturale, cit., 2016, p. 107.
10 Ivi, p. 68.
11 Ivi, p. 144.
12 Ivi, p. 121.
13 Menochio, Consiliorum sive Responsorum, cit., pp. 227-228.