Quando Clara Maffei propose il motto di George Sand — «L’ingegno cerca e il cuore trova» — come epigrafe ideale per Il regno della donna, sembrò cogliere un tratto essenziale della sua autrice Virginia Tedeschi. Le due donne, in verità, si erano frequentate solo negli ultimi anni del salotto Maffei, ma quell’incontro tardivo bastò perché la Contessa riconoscesse immediatamente la qualità dell’ingegno di Virginia Tedeschi Treves, allora all’inizio della sua carriera.
Virginia Tedeschi nacque a Verona il 22 marzo del 1849, in una famiglia ebraica agiata e colta. Il padre Guglielmo e la madre Fanny Modena possedevano un’azienda nel settore dei filati; lo zio Donato, editore, contribuì a circondarla fin da piccola di libri e carte stampate. Non sorprende quindi che l’educazione in casa con Erminia Fuà Fusinato sia stata per lei decisiva: una formazione solida, europea, da cui affioreranno negli anni richiami e influenze sempre riconoscibili. Anche i suoi primi componimenti, oggi dimenticati, testimoniano un apprendistato inteso e dal sapore altamente patriottico.
Le notizie sulla sua giovinezza veronese sono scarse; molto più chiari sono invece i contorni del periodo che si apre nel 1869, quando a Milano conosce Giuseppe Treves, fratello di quell’Emilio destinato a diventare forse il più grande editore del Novecento lombardo. Il matrimonio nel 1870 la inserì nel cuore di un mondo editoriale in pieno fermento: tipografie che crescevano, concorrenze serrate, nuovi pubblici da intercettare — in particolare quello femminile. Anche la dote di Virginia contribuì allo sviluppo dell’azienda, permettendo il trasferimento della tipografia Treves in via Palermo, in uno stabile più grande: un dettaglio che dice quanto la sua presenza fosse tutt’altro che marginale.
Negli anni successivi, il suo ruolo si ridefinì secondo le trasformazioni in atto nella società italiana. A partire dal 1878, firmandosi Cordelia, iniziò a parlare direttamente alle lettrici tramite riviste di moda e testi destinati al quotidiano domestico. Il regno della donna — pubblicato nel 1879 — rispondeva a un’esigenza concreta, offrendo alle giovani un quadro ordinato del «governo della casa». Non era un’opera trasgressiva, ma mostrava quella capacità di leggere il proprio tempo che sarà uno dei tratti più riconoscibili della sua scrittura.
Nello stesso periodo, Cordelia costruiva un’importante rete di relazioni, spesso con figure che attraversavano gli stessi snodi culturali dell’Italia postunitaria. Il legame con D’Annunzio è ben noto: il Vate fu ospite abituale della villa dei Treves sul lago Maggiore, dove gli era stata riservata un’intera ala per garantirgli autonomia e al tempo stesso vicinanza. Più fitto il carteggio con Verga, al quale Virginia Tedeschi rivolse inviti insistenti — talvolta accolti, più spesso no — sia a Milano sia a Pallanza.
Nel 1882 pubblicò Dopo le nozze, un saggio che affronta il tema del divorzio con opinioni inedite. Quel filo conduttore tornerà nel romanzo Catene, che sembra inscenare i precetti che Cordelia aveva già suggerito nel manuale. In questi scritti affiorano alcuni dettami tipici dell’educazione ebraica che la casa Treves, per ragioni di prudenza, non sempre amava mettere in evidenza.
La morte improvvisa di Giuseppe, nel 1904, coincise con gli anni più vivaci del movimento femminile, e Virginia Tedeschi non rimase spettatrice: divenne l’unica donna nella direzione della società anonima Fratelli Treves, costituita per volere di Emilio subito dopo la dipartita del fratello. Cordelia pubblicò nel 1905 la raccolta Verso il mistero, popolata da figure femminili colte, autonome, inserite nel mondo professionale e finalmente disinvolte persino davanti al paranormale. Parallelamente, entrò nell’Unione femminile nazionale, presiedette al primo congresso femminile del 1908 e, nel 1912, contribuì alla fondazione del Lyceum milanese. In quegli stessi anni affrontò il lutto per la morte del fratello Achille, intensificando il ruolo di cura nei confronti delle nipoti Lia e Guglielmina.
All’avvicinarsi della Prima guerra mondiale, la sua attenzione si rivolse sempre più al lavoro femminile, tema che avrebbe assunto rilievo centrale. Nel 1916 pubblicò Le donne che lavorano, un manuale in diciassette capitoli che, senza retorica, documentava la presenza crescente delle donne in nuovi ambiti professionali, dalle infermiere alle telegrafiste, fino alla gestione autonoma delle imprese familiari durante la mobilitazione.
Il 1916 fu però anche l’anno delle ultime partenze: prima Emilio Treves, poi Virginia stessa, che morì il 7 luglio di quell’anno. Con la sua scomparsa, si chiuse una stagione in cui Cordelia aveva accompagnato, con un passo discreto ma determinato, la trasformazione della figura femminile nella società italiana. La casa editrice avrebbe imboccato un lento declino, precipitato infine dalle leggi razziali del 1938; ma l’eredità culturale di Virginia Tedeschi Treves rimane, ancora oggi, come uno dei fili che hanno intrecciato editoria, emancipazione e scrittura femminile tra Ottocento e Novecento.
Fonti, risorse bibliografiche, siti su Cordelia (Virginia Tedeschi Treves)
V. Afflerbach, Cordelia e il suo mondo. Vita, opere e traguardi di Virginia Treves- una scrittrice di fine Ottocento tra il romanzo rosa e il femminismo, Hamburg, Verlag Dr. Kovac, 2000.
S. Bartesaghi, Cordelia, una carriera di scrittrice fra editoria e letteratura, «Storia in Lombardia», X, 2, 1991.
S. Calabrese, Virginia Tedeschi Treves, in Dizionario biografico degli italiani, n° 95, 2019.
M. Grillandi, Emilio Treves. Con 20 tavole fuori testo, Torino, UTET, 1977.