La figura di Erzsébet Báthory (nota anche come Elizabeth Báthory), passata alla storia come “la contessa sanguinaria”, si muove tra verità storica e leggenda letteraria. La sua vicenda personale è più legata ai fatti politici e finanziari dell’epoca che alle narrazioni oscure nate dalla letteratura e dal folclore. Le fonti di riferimento la definiscono come la serial killer più prolifica della storia, con oltre 600 vittime sulla coscienza, e l’hanno trasformata in un potente mito capace di travalicare epoche e confini.

Le origini genealogiche dei Báthory risalgono verosimilmente all’anno 900, quando secondo la leggenda un indomito guerriero uccise un drago e fu ricompensato con un castello. Ciò è raffigurato nello stemma della casata, composto da tre denti di drago e l’incisione della parola “báthory”, che significa “coraggioso”.

Nel XVI secolo, l’Ungheria subiva il dominio turco, il controllo asburgico e la neutralità di vaste zone. La prestigiosa e larghissima famiglia Báthory era divisa in due rami: gli Ecsed, che sostenevano gli Asburgo, e i Somlyó, che appoggiavano la nobiltà della Transilvania. Il padre di Erzsébet unì le distanze sposando la cugina Anna Somlyó e consolidando ricchezze, potere e grandezza. La famiglia aderì alla riforma protestante per limitare il potere della Chiesa cattolica e del re. Erzsébet fu cresciuta nella fede calvinista e ricevette un’educazione progressista: studiò come un maschio, praticò scherma ed equitazione, imparò diverse lingue e materie scientifiche, filosofiche e religiose. Allo stesso tempo, osservava l’etichetta nobiliare e gli usi femminili di rito. A undici anni fu promessa sposa a Ferenc Nádasdy, rampollo di un’altra nobile e potente famiglia, divenuto eroe militare. Il matrimonio, celebrato nel 1575, fu un accordo politico ed economico. Erzsébet, infatti, mantenne il suo cognome e il marito adottò il doppio nome Báthory-Nádasdy. Il dono nuziale fu il famigerato castello di Csejte, teatro, secondo i racconti popolari, delle più atroci violenze della storia.

Nonostante le narrazioni, la tolleranza religiosa di Erzsébet fu ben nota: pur calvinista, non ostacolò mai i luterani nelle sue terre e finanziò scuole e ministri di altre fedi religiose, favorendo sempre una pacifica convivenza. Una manciata di lettere private restituiscono l’idea di una donna disciplinata, equilibrata e generosa, lontana dall’immagine di follia e perversione diffusa dalla cultura di massa. Pubblicamente, era una moglie rispettosa e una madre premurosa, impegnata in opere di beneficenza e assistenza sanitaria agli abitanti delle sue terre.

La coppia visse insieme per ventinove anni, quando improvvisamente Ferenc morì nel 1604, dopo una lunga malattia. Prima di morire, Nádasdy affidò la famiglia alla protezione del Palatino d’Ungheria György Thurzó, figura chiave nel futuro processo contro Erzsébet. La vedova divenne, allora, una delle personalità più influenti e potenti d’Ungheria, con vasti possedimenti e ricchezze. Questo la rese un bersaglio dei ministri cattolici – che perseguitavano il protestantesimo – e degli Asburgo, che miravano ad appropriarsi di tutti i suoi averi e a ridimensionare il potere dei Báthory, onde evitare la restituzione di un ingente debito contratto con Ferenc quand’era ancora in vita. Dalla morte del conte, cominciarono a circolare voci di sevizie e omicidi nelle proprietà Báthory-Nádasdy. Sebbene ufficialmente si parlasse di epidemie di peste e tifo, i pettegolezzi su torture e delitti si moltiplicarono in modo esponenziale.

In un tempo in cui era consuetudine ammalarsi a causa delle scarse condizioni igieniche e dell’inefficacia delle poche terapie a disposizione, la morte di qualche membro della servitù poteva essere un evento non troppo raro, anche nelle case più benestanti. Spesso la contessa in persona preparava le pozioni e i composti, gli elisir e i rituali; s’interessava di oracoli e divinazione in generale. Era esperta nelle arti erboristiche, fine studiosa di anatomia e profonda conoscitrice delle pratiche di guarigione della tradizione rurale; aveva grande competenza nelle terapie con erbe medicinali della Transilvania e della zona di Ecsed, in particolare vicino alla tenuta dei suoi genitori, dove si era formata. Alcuni dei suoi metodi erano tipici dei luoghi dell’Ungheria orientale e, poiché i suoi possedimenti occupavano una vastissima area dalla grande eterogeneità culturale, potevano essere visti con sospetto dagli abitanti con tradizioni differenti. Questa diffidenza popolare fu sfruttata da Thurzó per costruire il teatro delle accuse. La contessa frequentava le contadine dei suoi villaggi, “streghe della foresta” o Slovak, che praticavano la medicina tradizionale popolare e le arti magiche: ostetriche e levatrici con il ruolo di “ginecologhe”. Queste spesso usavano una rudimentale forma di intervento chirurgico, con operazioni sul corpo, come il salasso, che potevano essere facilmente distorte in storie di tortura. Teneva, inoltre, un diario dove appuntava le registrazioni dei sintomi, delle terapie, dei risultati (forse il celebre diario coi nomi delle 600 vittime passato alla leggenda processuale).

Conduceva esperimenti terapeutici e persino primitive autopsie nelle aree sottostanti al suo castello, in cui aveva allestito una sorta di ospedale. Con ogni probabilità, si occupava della salute di servi e contadini dei villaggi di sua proprietà. Durante il processo, tutte queste pratiche furono facilmente riconducibili a fatti di violenza, stregoneria, patti col demonio e magia nera, argomentazioni diffusamente utilizzate al tempo. In questo clima, le attività identificate come torture furono interpretate come atti di crudeltà. Probabilmente si trattava invece di procedure chirurgiche e mediche estremamente dolorose descritte nei testi dell’epoca: incisione e pulizia di bolle, salassi, cauterizzazione di ferite, trattamenti per reumatismi, dissenteria e peste, rimozione di tessuti necrotici e vermi dalle ferite. A questo proposito menzioniamo Herbarium di Peter Melius Juhász e Pax corporis di Pápai Páriz Ferenz, rinomato medico transilvano del XVI secolo, le cui raccomandazioni terapeutiche sarebbero considerate radicali ed estreme, secondo gli standard odierni.

Non contemporanea è la leggenda secondo cui la contessa faceva il bagno nel sangue delle giovani vergini, che infatti trova traccia scritta solo molto più tardi, nel 1729, nell’Ungaria suis cum regibus compendio del gesuita László Turóczi. Si tratta del primo resoconto ufficiale sul caso, compilato più di cent’anni dopo il processo:

“In mezzo a tanta cura e fatica delle serve – ahi, quanta sciocca vanità! – accadde che, per disgrazia, una di loro le tirasse per sbaglio un capello. Allora, la delicata signora, accesa d’ira, colpì la povera ragazza con tale violenza che la fece sanguinare. E il sangue, schizzato, macchiò il volto della padrona. Ma – cosa mirabile a dirsi! – quando Elisabetta lo ebbe asciugato con un lino, le parve che la parte toccata dal sangue fosse diventata più bella e più chiara. Quasi come per un prodigio, quella le sembrava una meraviglia: le pareva che il sangue umano avesse una virtù straordinaria”. (da László Turóczi, Ungaria suis cum regibus compendio, 1729)

Gli autori dr. Irma Szádeczky-Kardoss e László Nagy, negli anni Ottanta, hanno condotto approfondite ricerche, legali e storiche, e hanno decretato che il procedimento contro Erzsébet Báthory sia stato una colossale messinscena motivata politicamente dalla sua vasta ricchezza e dalla proprietà di sconfinate aree in Slovacchia e Ungheria, aumentate sensibilmente alla morte del marito. I due citano a favore della loro tesi la forte pressione psicologica esercitata dai detrattori della contessa sul popolo attraverso il panico morale e la paura delle streghe, che avrebbe alimentato la leggenda. Conflitti religiosi e politici, specialmente relativi alle guerre con l’impero ottomano, alla diffusione del protestantesimo e all’estensione del potere asburgico sull’Ungheria restituiscono lo stato interiore alla base di questi eventi.

La storia di Erzsébet potrebbe essere quella di una donna rinascimentale determinata ma sola, finita nell’astuta rete di uomini senza scrupoli, mossi da un nuovo slancio religioso votato alla misoginia, che al contempo aspiravano al suo potere e alla sua ricchezza. Erzsébet fu vittima di questo forte cambiamento culturale: se nel Medioevo le donne godevano di alcune libertà, nel Rinascimento le restrizioni aumentarono. Il lavoro femminile fu limitato, le corporazioni divennero maschili e i diritti di proprietà ridotti. Le donne non conformi e scomode venivano presto accusate di stregoneria. Il caso della contessa sanguinaria sembra più un prodotto della paura collettiva e della letteratura di genere che un fatto storico documentato. Dopo la condanna, Erzsébet fu cancellata dalla storia ungherese, il nome Báthory divenne illegale, i suoi discendenti furono esiliati e la famiglia perse per sempre il suo status nobiliare, cadendo nell’oblio e nell’infamia.


Fonti, risorse bibliografiche, siti su Erzsébet Báthory

Kimberl L. Craft, The Private Letters of Countess Erzsébet Báthory.

Jozef Borovsky, Chrysalis II: Carpatian Liberty.

Lazlo Kurti, The Symbolic Construction of the Monstrous. The Erzsébet Báthory Story.

Nina Camelia, rehaBáthory: niente è come sembra, 2021.

Tony Thorne, Countess Dracula. The Life and Times of Elisabeth Bathory, the Blood Countess, 1997.




Voce pubblicata nel: 2026

Ultimo aggiornamento: 2026