Se la Palestina avesse un volto scolpito nel tempo, avrebbe i tratti di Fadwa Tuqan. Definita da Mahmoud Darwish “la madre della poesia palestinese”, Fadwa Tuqan è stata una cronista in versi di un’occupazione politica, ma anche e soprattutto interiore: quella della donna che reclama il proprio spazio vitale in una società patriarcale e sotto la pressione della Storia.

Fadwa nasce a Nablus in una famiglia di intellettuali e politici di rilievo, ma la sua infanzia è segnata dalla clausura. In un’epoca in cui l’istruzione femminile era spesso sacrificata sull’altare del decoro sociale, la giovane Fadwa fu costretta ad abbandonare la scuola prematuramente. È qui che interviene la figura chiave della sua vita: il fratello Ibrahim Tuqan, già poeta affermato. Fu lui a prenderla sotto la sua ala, trasformando la casa in una sorta di accademia privata e insegnandole i segreti della metrica araba classica. In questa prima fase, la poesia di Fadwa è un giardino recintato. I suoi versi sono carichi di un romanticismo introspettivo, un’esplorazione del sé che cerca di dare un nome alla solitudine e al desiderio di libertà.

Se la Nakba del 1948 (in arabo “catastrofe”, l’esodo forzato dei palestinesi dai territori occupati da Israele nel corso della prima guerra arabo-israeliana) aveva scosso le fondamenta della sua identità, gli anni Cinquanta la vedono prendere parte attiva alla vita politica: viaggia infatti per diversi paesi arabi ed europei insieme a una delegazione giordana. Ma è la Guerra dei sei giorni del 1967 a completare la sua trasformazione. Vedere Nablus occupata dai soldati israeliani agisce come un catalizzatore chimico: il dolore privato si dissolve nella sofferenza collettiva.

La sua penna si indurisce. La delicatezza dei primi lavori lascia il posto a una poesia della resistenza che non è mai mera propaganda, ma testimonianza cruda. In opere come La notte e i cavalieri, abbandona le forme classiche per abbracciare il verso libero, più adatto a raccontare la frammentazione di un popolo. Celebre è la sua capacità di umanizzare il nemico senza smettere di combatterlo, mantenendo una lucidità che la rende una figura rispettata anche nei circoli intellettuali israeliani più progressisti.

Mi basta - Mi basta morire sulla mia terra / essere sepolta in essa / sciogliermi e svanire nel suo suolo / e poi germogliare come un fiore / colto con tenerezza da un bimbo del mio paese. / Mi basta rimanere / nell’abbraccio del mio paese / per stargli vicino, stretta, come una manciata / di polvere / ramoscello di prato / un fiore.

La produzione di Fadwa Tuqan può essere riassunta in tre pilastri fondamentali. Il primo è quello di una lirica intima, presente in raccolte quali Sola con i giorni (1952), nella quale il tema centrale è la prigionia domestica della donna araba. Il secondo pilastro è la poesia civile, che si ritrova in poemi come Porgici l’amore, in cui il linguaggio si fa affilato, quasi una preghiera laica per la dignità del suo popolo. Il terzo è l’autobiografia. Viaggio difficile, viaggio montano (1985) è probabilmente il suo capolavoro in prosa. In queste pagine Fadwa racconta la sua ascesa verso la consapevolezza, paragonando la propria vita a una scalata faticosa ma necessaria sopra le vette del pregiudizio.

Fadwa Tuqan è morta nel 2003, nei giorni dell’assedio di Nablus durante la seconda Intifada. Nel corso della sua vita ha ricevuto numerosi riconoscimenti e premi letterari, tra cui, nel 1992, il Premio internazionale del Festival Contemporary Writings a Salerno.

La sua grandezza risiede nell’aver saputo conciliare due battaglie: esterna, per la terra, e interna, per la parola femminile. È stata, in conclusione, “la” poetessa palestinese e una delle voci più potenti del XX secolo, capace di dimostrare che la poesia non è un rifugio dalla realtà, ma lo strumento più potente per scalfirne le ingiustizie. Leggerla oggi significa confrontarsi con un coraggio che persiste, come l’erba che cresce tra le crepe del cemento.

Fonti, risorse bibliografiche, siti su Fadwa Tuqan

W. Dahmash, T. Di Francesco, P. Blasone (a cura di), La terra più amata. Voci della letteratura palestinese, il Manifesto, Roma 2002.

C. Massara, Motivi di resistenza in alcuni versi di Fadwa Tuqan, tesi di laurea Università degli Studi di Catania, anno accademico 2017-2018.

I. Naouri, Fadwa Tuqan. Poetessa araba della Resistenza, Roma, Ufficio della Lega degli Stati arabi, 1973.

Fadwa Tuqan, Viaggio difficile, viaggio montano, trad. it. a cura di B. Maria Scarcia Amoretti, Jouvence, Milano 1992.




Voce pubblicata nel: 2026

Ultimo aggiornamento: 2026