Che se due sono le bellezze nella donna dall’uomo amate e desiderate, cioè bellezza di corpo e bellezza d’animo, le quali quanto sia più l’una che l’altra da esser tenuta cara e in pregio il fa manifesto lo incorrottibile e immortal essere dell’una e il corrottibile e fugace dell’altra, or, se due sorti di bellezza nelle donne si amano, io vorrei intender da te circa le parti mie corporali, o belle o brutte ch’elle si fossero quando primieramente ti piacquero, quanto in così breve tempo ponno men belle o men desiderabili esser divenute di quello allora esser ti parvero. Ma lasciamo tutto da parte il dir di queste tali bellezze […], e solamente della bellezza dell’anima sia il dir nostro. Della quale dico che io non credo che men chiara o di minor valore in me ti dovrebbe parere di quello che ne’ primi giorni esser in me la conoscesti, anzi più tosto maggior assai (come è pur per lo vero) la ti dovrebbe parere, poi che ritrovandosi la virtù mia sanza soggetto il quale la innalzasse, alla similitudine del ferro che lontano dalla cote si trovi, quasi ruginosa si dimostrava. E poi che alla cote dell’ottima tua grazia, la quale in tanto pregio io teneva, vicina si fece, io posso dire (e tu ne dovresti esser buon testimonio) ch’ella già così chiara e lucida diveniva, che se punto amata m’avesti, in te gioia e contento, e in altrui maraviglia, avrebbe posta.
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Figura pionieristica nello scrivere sulla questione femminile in Italia, Giulia Bigolina è l’autrice patavina, recentemente scoperta, del romanzo in prosa Urania, nella quale si contiene l’amore d’una giovine di tal nome, composto intorno al 1556-1558. Bigolina è un nome di spicco per quanto riguarda il movimento protofemminista: Urania è infatti il primo romanzo scritto da una donna nella storia della letteratura italiana. Di Giulia Bigolina ci resta anche una novella, l’unica attribuita a una scrittrice in quel periodo, dal titolo Giulia Camposampiero e di Tesibaldo Vitaliani. Possediamo poche informazioni sulla sua vita. Appartenente a una famiglia della nobiltà padovana, Giulia Bigolina visse in un periodo intenso e difficile della storia d’Italia: i suoi dati biografici vengono collocati – con un grande lavoro di confronto e ricostruzione di documenti d’archivio, repertori storici, indici e altro – intorno al 1518 per la nascita e al 1569 per la morte. Come Valeria Finucci fa giustamente notare, le donne spesso non comparivano negli alberi genealogici o nei libri di famiglia,2 e infatti i loro nomi cominciano ad apparire solo dopo il Concilio di Trento in censimenti religiosi quali gli status animarum.
Giulia Bigolina risiede e compone a Padova. In base alla documentata e ragionata ricostruzione biografica, ora a nostra disposizione, grazie alla quale si è provveduto a dissipare alcuni equivoci sull’identità della scrittrice, si può fissarne la data di nascita intorno al 1518-19 e quella di morte intorno al 1569. Appartenente a una famiglia in vista di Padova, Bigolina andò in sposa a Bartolomeo Vimercato ed era ancora sposata nel 1554, quando si fa menzione del marito in un trattato d’amore attribuito a Mario Melechini, detto il Mutino, dal titolo A ragionar d’amore, dove compare come protagonista insieme a tre interlocutori maschili3
Nel dialogo d’amore insieme a Giulia Bigolina compaiono anche altre giovani e vivaci interlocutrici dai nomi famosi: le due figlie di Sperone Speroni, Diamante e Lucia e Margherita e Samaritana Zabarella, tutte annoverate tra le donne che sostengono la gloria della città di Padova e onorano il “femminil sesso”. Sappiamo inoltre che la letterata, ben nota negli ambienti colti padovani, intrattenne rapporti con alcuni intellettuali veneti e contatti epistolari con importanti esponenti della cultura dell’epoca: da uno scambio con Pietro Aretino apprendiamo della comune amicizia con Tiziano e in una delle lettere Aretino la loda «per il sesso che onorate con le gentilezze, adornate con i costumi e illuminate con le osservanze»4 e in un’altra missiva, datata 1549, la ringrazia per avergli dedicato una sua composizione, «un così vivo, un così nuovo, et un così chiaro sonetto», tessendone l’elogio per la sua nobile generosità, alla quale «non succederà d’havere cagione di pentirsi della benevolentia, di cui mi fate, perch’io la riconosca, degnissimo.»5
L’autrice gode dell’ammirazione dello storico Bernardino Scardeone, canonico della cattedrale di Padova e membro dell’importante Accademia degli Infiammati, il quale, nel 1560, la inserisce nella sezione De claris mulieribus patavinis, all’interno della sua opera De antiquitate urbis Patavii, et claris civibus Patavinis6. Scardeone loda i suoi meriti artistici e ne apprezza la «facundia singularis», la grazia e l’abilità nell’uso del volgare nella scrittura di «comoedias seu fabulas», secondo lo stile di Boccaccio riguardo ai temi d’amore, fatto salvo il matronale decoro, la pudicizia e la modestia. Bigolina è, inoltre, amica di Sperone Speroni e, una ventina d’anni dopo la sua morte, viene menzionata in un libro di Ercole Filogenio insieme a Vittoria Colonna, Veronica Gambara, Laura Battiferra e Laura Terracina. Non solo: la scrittrice appare come interlocutrice in un dialogo dal titolo A ragionar d’amore scritto intorno al 1550. Se si può già parlare di un canone al femminile in formazione verso la fine del Cinquecento, certamente Giulia Bigolina vi appartiene senza dubbio.
La fortuna letteraria di Bigolina si deve senz’altro ad Antonio Maria Borromeo, che alla fine del Settecento copiò il romanzo Urania con l’intenzione probabilmente di pubblicarlo. Nel 1794 il critico diede alle stampe la prima opera della scrittrice, La novella di Giulia Bigolina raccontata nello amenissimo luogo di Mirabello, inserendola nella sua Notizia de’ novellieri italiani7, dando così alle stampe la novella Giulia Camposampiero e fornendo inoltre alcune informazioni riguardo all’altra opera della scrittrice, che definisce assai lunga, intitolata Urania, da lui trascritta dalla Biblioteca del marchese Saibante in Verona. I secoli successivi – fino all’Ottocento – continuano ad annoverare Giulia Bigolina all’interno di repertori delle donne letterate e di raccolte di novelle significative che vanno da Boccaccio alla fine del Settecento. L’autrice ha un posto tra nomi quali quelli di Bandello, Bargagli ed Erizzo. Melchiorre Cesarotti, alla fine del Settecento, la loda per le sue novelle “leggiadre” e per lo stile. È degno di nota osservare che la fama di Giulia Bigolina non fu aiutata dalla stampa. Il romanzo non fu mai pubblicato – Valeria Finucci fa notare che la censura post-tridentina non avrebbe permesso la stampa di un romanzo la cui protagonista, travestita da uomo, se ne va in giro da sola –, e la sua novella fu finalmente edita solo nel 1794 all’interno di un’opera dal titolo Notizia de’ novellieri italiani8
Nel Novecento l’interesse per Giulia Bigolina è pressoché inesistente: la sua esclusione ad opera di critici quali Giambattista Salinari è significativa del trattamento riservato a molte donne scrittrici. Nel 1955 e poi nel 1976 Salinari ristampa la raccolta Notizia de’ novellieri italiani di Anton Maria Borromeo della fine del Settecento – una collezione lodata e citata che conteneva novelle inedite di Giovanni Morlini, Pietro Fortini, Luigi Alamanni e altri, insieme alla novella della Bigolina –, e tranquillamente decide di escludere dalla sua versione l’unica rappresentante femminile.
Lo studio delle vicende biografiche e dell’opera dell’autrice si colloca all’interno della ricostruzione di un percorso di scritture femminili del Cinquecento italiano, in un momento in cui la figura femminile assume una centralità, intellettualità e consistenza fino ad allora sconosciute.
Leggendo le sue opere, risalta senz’altro la profonda attenzione da lei dedicata alla questione dell’indipendenza delle donne, ai loro problemi, alle loro esperienze e alla ricerca di riconoscimento. Urania, infatti, costituisce una delle prime riflessioni riguardo al ruolo che la donna occupa dal punto di vista sociale, politico e intellettuale nella cultura italiana del Rinascimento. Nell’epistola dedicatoria del romanzo, Bigolina si impegna esplicitamente a fare i conti con i problemi e le inevitabili difficoltà in cui incorrono le donne che si accingono all’operazione della scrittura. L’autrice riesamina in modo originale i dibattiti retorici contemporanei sulle arti e li fa diventare la sostanza stessa della sua opera, in cui è centrale la riflessione sul corpo femminile, la bellezza e la sua rappresentazione. Verso la chiusura della sua rilevante introduzione al romanzo, Valeria Finucci avanza una proposta che può dare inizio ad un nuovo paradigma, stavolta non indiziario: «Alla luce di quello che Bigolina fa in Urania, bisogna far risalire l’invenzione del trattato femminista a quaranta anni indietro e motivarlo non come il risultato di rigurgiti misogini [...] ma di una precisa agenda intellettuale e filosofica in un periodo in cui proliferavano testi sul “prender moglie” e sul “governo della casa”»9. L’invito dovrà necessariamente essere preso in considerazione da tutti coloro che studiano le donne scrittrici nel Rinascimento, la querelle des femmes, la costruzione dell’identità femminile, ma anche la formazione del canone letterario e artistico nel Cinquecento, non solo in Italia ma anche in Europa. Urania è rimasta a lungo inedita fino all’edizione commentata e curata da Valeria Finucci nel 200210, seguita poi dalle due traduzioni in inglese apparse nel 2004 ad opera di Christopher Nissen e nel 2005 a cura della stessa Finucci11. L’opera di Bigolina offre una varietà di itinerari di lettura e di spunti di riflessione. Urania è un romanzo filosofico e psicologico che reimpiega molti dei generi letterari frequentati nel secondo Cinquecento. È infatti una storia di amori contrastati, come l’Elegia di Madonna Fiammetta di Boccaccio, e ha un asse peripatetico, come nei romanzi greci, riscoperti in quegli anni11, ma è anche una narrazione di evasione, dallo sfondo pastorale, come l’Arcadia di Sannazzaro e una riflessione sulle sofferenze e sul piacere d’amore come gli Asolani di Bembo12.
Come nelle commedie i personaggi ricorrono al travestimento, ma soprattutto Urania esamina i rapporti conflittuali tra uomo e donna nella società del tempo e si concentra sui temi dell’onore e della ricerca dell’identità femminile, come qualche anno dopo proverà a fare Moderata Fonte nei Tredici canti del Floridoro13. Sono inoltre evidenti le ragioni di ordine filosofico (fin dalla scelta del nome Urania, musa dell’astronomia, che dal Simposio di Platone, attraverso il commento di Marsilio Ficino, rappresenta la bellezza celeste14 che muovono Bigolina a strutturare il suo romanzo sulla caratterizzazione del personaggio femminile in relazione al tema amoroso, arena perfetta per evidenziare l’azione autonoma del protagonismo delle donne. Dimostrando una profonda conoscenza della filosofia neoplatonica, Urania, coraggiosa, determinata e appassionata protagonista delle diverse vicende che si intrecciano nella trama del romanzo, in una lunga digressione, quasi un monologo interiore, si sofferma sulla bellezza dell’anima e su quella del corpo e offre un’articolata riflessione sui meriti delle donne e la necessità della loro educazione, denunciando la tirannia, dettata dai costumi sociali, che gli uomini esercitano per impedire loro di svolgere un ruolo attivo in campo politico, culturale e filosofico, in particolare.
Certamente i valori al centro del testo di Bigolina sono degni di essere emulati sia dagli uomini che dalle donne, perché la poetessa Urania è ammirata e desiderata da molti a Salerno «a causa delle sue molte virtù, piuttosto che per la grande bellezza». Questa che potremo definire una evidente correzione del petrarchismo sottolinea il tema centrale del testo: Urania dimostra con successo che l’intelligenza piuttosto che la bellezza non è solo la cosa migliore da ricercare in amore per le donne come per gli uomini, ma soprattutto è ciò che in definitiva gli uomini desiderano, a volte senza neanche saperlo. Eppure che Urania realizzi i propri desideri trovando un uomo che comprenda questa verità non sarà impresa facile. Avvilita dopo aver scoperto che Fabio, con il quale ha condiviso a lungo intensi rapporti intellettuali e una profonda intesa affettiva, è ora infatuato della bella e vacua Clorina, Urania abbandona Salerno per attraversare l’Italia intera, vestendosi da uomo (per sicurezza) e prendendo il nome del suo amato. Se questo scarno riassunto della trama sembra ricalcare alcuni schemi tipici, Urania contiene in realtà numerosi aspetti che la distinguono da altre opere appartenenti allo stesso genere letterario. È soprattutto la storia di una donna scrittrice che nutre un profondo amore per un uomo che ha voltato le spalle alle sue doti intellettuali, attratto dalla maggiore bellezza di un’altra ragazza.
La protagonista del romanzo gira l’Italia a cavallo alla ricerca di una risposta al suo dilemma amoroso. In questo viaggio incontra uomini e donne, viene creduta uomo da tutti e suscita l’amore della giovane vedova Emilia, che la segue sperando di realizzare un’unione con lei. Il romanzo è complicato da una serie di intrecci paralleli, fino al lieto fine che giunge dopo un’ultima difficile prova. Come nota Valeria Finucci nella sua analisi dei generi letterari coinvolti nella costruzione del romanzo, il modello principale è l’Elegia di Madonna Fiammetta di Boccaccio. Tuttavia Giulia Bigolina mostra di conoscere anche i romanzi cavallereschi, la letteratura pastorale, probabilmente la commedia Gl’ingannati (dove la protagonista Lelia si veste da uomo e assume il nome di Fabio), nonché la vasta trattatistica sull’eccellenza delle donne e l’amore, molto feconda in area veneta.
Nel romanzo Urania la narrazione vera e propria è preceduta da una lunga introduzione: un’estesa missiva di tredici pagine dedicata a Bartolomeo Salvatico, giovane e valorosissimo padovano ‘dottor di leggi’, a cui, come leggiamo nella dedica, Bigolina è legata da amicizia e stima. Per testimoniargli il suo affetto l’autrice, scrivendo in prima persona, lo mette a parte delle sue riflessioni e di come si sia in seguito determinata ad agire. Pur riconoscendo la difficoltà di misurare appieno gli affetti umani tramite le operazioni esteriori Bigolina è consapevole che i sentimenti veri hanno diritto di essere espressi così come lei stessa ha cercato di fare «da indi in qua che io vi conobbi, infatti mai son mancata, ora con amorevoli lettere e or con diverse sorti di rime, di visitarvi sovente»15 Per dare ancora più efficacia alla manifestazione del suo affetto, in modo che Salvatico possa tenerne viva la memoria, anche dopo la sua morte, aveva inizialmente pensato di commissionare ad un artista il suo ritratto per lasciare all’amico dono tangibile dei sentimenti nutriti per lui. Ma mentre si trovava tutta sola immersa in queste riflessioni aveva fatto ingresso nella sua stanza una strana figura, che si presenta come il Giudizio, per indurla a non commettere l’errore di affidare il proprio ricordo all’opera di un pittore. A differenza dell’esperienza narrata all’inizio della Città delle dame da Christine de Pizan 16, anche lei colta di sorpresa nella solitudine della sua camera dall’apparizione della dama Ragione, Giulia viene tirata per la gonna da un omicciuolo, un nano17, completamente nudo, dotato di una gran testa, con al centro della fronte un grande occhio lucente, come uno specchio, in cui la scrittrice può rimirarsi e vedersi ignuda. L’apparizione del pigmeo ha un forte valore simbolico, L’omiciattolo, infatti, mostrando grande acume, elenca a Giulia tutti gli errori che gli uomini commettono nella formulazione dei loro giudizi, sostenendo il valore dei buoni e virtuosi costumi e soprattutto mostrando nella sua orazione grande considerazione per la condizione delle donne: «L’infelicissimo femminil sesso calunniato dalla malvagità di molti pessimi uomini che io non so molte volte come la lunga vostra pazienza in osservarli e servirli affatto non si consumi. Il grande errore che le donne commettono ogni qual volta si dimostrano troppo amorevoli con loro, che non esitano invece a manifestare la loro natura empia, crudele e fera.18»
Anche Giulia era sul punto di commettere un grave errore, credendo di poter rimanere viva nella memoria del suo amico donandogli la sua immagine dipinta. Il dono più adatto non può che essere frutto della congiunzione del cuore che ama e dell’intelletto che osserva: «O sciocca che sei – mi disse egli allora – non sai tu che le composizioni, le invenzioni e infine tutto quello che ingegnosamente si opera così sono i frutti che producono gli umani intelletti – come gli alberi producono i frutti19.» Ma la scrittrice non è né Socrate né Platone, in grado di inoltrarsi nei difficili e oscuri sentieri della filosofia, né è paragonabile ai celebrati poeti, quali Orazio e Virgilio, capaci di dilettevoli ingegnose e dotte invenzioni, ma è donna e possiede solamente tanta virtù e sapere quanto parvero ai cieli assegnarle, quantunque animata da un infinito desiderio di sapere. Aiutata a prendere la giusta decisione, Bigolina, congiungendo intelletto e cuore, si determinerà a scrivere l’operetta che prenderà il nome dalla sua protagonista, per farne dono a Salvatico, che leggendola potrà veramente vedere scolpita in essa l’immagine del suo cuore. La lunga dedica al giovane avvocato si chiude significativamente introducendo uno dei motivi intorno a cui l’opera ruota: le donne non solo sono capaci di scegliere in amore, affermando la loro libertà, ma sovente dimostrano di saper scegliere meglio degli uomini che alcuna «volta non molto bene sapere il loro bene dispensare. La loro buona sorte porge loro il buono, da sé volontariamente scacciandolo, al lor peggio s’appigliano, né mai di cotale lor peggio si avvengono sino a tanto che ’l peggio in pessimo non si converte, come al giovane dalla Urania amato cotanto, Fabio detto per nome, intervenne.20»
La narrazione delle avventure di una poeta in abiti maschili consente all’autrice di esplorare liberamente e radicalmente alcuni temi che cominciavano a circolare proprio in quel periodo riguardo al ruolo femminile nel rapporto tra i sessi e nella società. Alla protagonista sta particolarmente a cuore il tema dell’educazione femminile che viene esaminato nei due incontri agli inizi del romanzo, quello con il gruppo di donne e quello con il gruppo di uomini. Le gentildonne che Urania/Fabio incontra prima di tutto dichiarano di voler esercitarsi nelle scienze e nelle lettere, esercizio in cui sono impedite dagli uomini, e solo poi di volersi scegliere un amante di proprio gradimento. Bigolina prende decisamente le distanze da questi modelli convenzionali e dagli stereotipi femminili21: Urania si veste da uomo e parla d’amore da una posizione autorevole. Con le giovani donne incontrate nel bosco discute un argomento fondamentale: se alle donne fosse concesso di dedicarsi agli studi, di esercitare l’ingegno, non passerebbero la vita a cercare l’amore, con il rischio poi di offrirlo a uomini che non lo meritano.
L’incontro successivo con i gentiluomini, che vogliono sapere il tenore della conversazione del giorno precedente, consente all’autrice – non dimentichiamo, creduta uomo – di entrare in una appassionata perorazione della causa femminile e del diritto all’educazione. Urania/Fabio suggerisce ai gentiluomini, che incominciano il loro discorso spregiativo sulle donne prendendo ad esempio paradigmatico la figura di Elena di Troia, che dovrebbero invece “volgere” l’ordine della storia e considerare Paris (Paride) responsabile di quegli avvenimenti. Forse Giulia Bigolina era a conoscenza dell’avvertimento finale di San Giovanni nell’Orlando furioso («E se tu vuoi che ‘l ver non ti sia ascoso, / tutta al contrario l’istoria converti: / che i Greci rotti, e che Troia vittrice, / e che Penelopea fu meretrice» 35:27).
Di certo, giudicando complessivamente la sua opera, l’autrice non si limita a una confutazione della supposta inferiorità femminile ma riconosce, in anticipo su Moderata Fonte, il diritto alla parità intellettuale e sociale.
Note
1 Giulia Bigolina, Urania, a cura di Valeria Finucci, Roma, Bulzoni 2002.
2 Cfr. Valeria Finucci, Giulia Bigolina and the Italian Prose Fiction in the Renaissance, 2005. In: Giulia Bigolina, Urania. A Romance (pp. 1-35), trans. and ed. by Valeria Finucci, Chicago-London, The University of Chicago Press 2005, p. 2.
3 Si deve a Paul Oskar Kristeller la scoperta del manoscritto del trattato nella Bibliothèque Municipale di Besançon (cfr. Paul Oskar Kristeller, Iter Italicum, 6 voll., London, The Warburg Institute; Leiden, Brill 1963-1992, vol. III (1967), p. 202, item 597). Kristeller dà anche notizia del rinvenimento di una copia di Urania nella Biblioteca Apostolica Vaticana.
4 Pietro Aretino, Lettere, a cura di Paolo Procaccioli, 6 voll., Roma, Salerno Editrice 1997-2002, vol. V (2001), pp. 261-262.
5 Ivi, p. 276. Sullo scambio epistolare tra Bigolina e Aretino, di cui ci sono pervenute solo le lettere di quest’ultimo si veda anche quanto scrive Christopher Nissen, Giulia Bigolina and Aretino’s Letters, 2011. In: Julia D. Campbell and Maria Galli Stampino (eds.), In Dialogue with the Other Voice in Sixteenth-Century Italy: Literary and Social Contexts for Women’s Writing (pp. 313-324), Toronto, Iter Inc. & the Centre for Reformation and Renaissance Studies 2011.
6 Bernardino Scardeone, De antiquitate urbis Patavii, et claris civibus Patavinis, libri tres, Basilea, Nicolaum Episcopium 1560, p. 368; ristampa Bologna, Forni 1979, pp. 418-419.
7 Antonio Maria Borromeo, Notizia de’ novellieri italiani, Bassano, G. Remondini 1794, pp. 6-7.
8 Cfr. Finucci, Giulia Bigolina and the Italian Prose Fiction in the Renaissance, cit., p. 34.
9 Ivi, pp. 26-27.
10 Giulia Bigolina, Urania, a cura di Valeria Finucci, Roma, Bulzoni 2002.
11 Eadem, Urania. The Story of a Young Woman’s Love & The Novella of Giulia Camposampiero and Thesibaldo Vitaliani, ed. and trans. by Christoper Nissen, Tempe, Arizona Center for Medieval and Renaissance Studies 2004; Eadem, Urania. A Romance, cit.
12 Negli anni in cui Bigolina attende alla composizione della sua opera fu tradotto da Francesco Angelo Coccio, e pubblicato in varie edizioni, il romanzo greco di Achille Tazio che narra l’amore di Leucippo e Clitophonte, cfr. Achille Tazio, Dell’amore di Leucippe et di Clitophonte. Nuovamente tradotto dalla lingua greca, [tradotto da Francesco A. Coccio], Venezia, Nicolini da Sabio 1551.
13 Moderata Fonte, Tredici canti del Floridoro, a cura di Valeria Finucci, Modena, Mucchi 1995. Incompiuto e sofferto nello svolgimento, il poema non è solo un romanzo cavalleresco al ‘femminile’, costruito sul modello dell’Orlando Furioso, ma è anche un documento del fervore e della verve creativa delle letterate veneziane alla rincorsa del successo editoriale, prima che il mutato clima controriformistico le relegasse di nuovo dentro le pareti domestiche e conventuali.
14 Che il primo romanzo italiano in prosa scritto da una donna porti lo stesso titolo della prima opera del genere scritta in inglese, The Countness of Montgomery’s Urania di Lady Mary Wroth (pubblicato a Londra nel 1621), è più che una coincidenza intrigante, dato il significato mitologico di Urania come musa dell’astronomia, e quindi, attraverso il platonismo, identificata con la Venere celeste contrapposta sia in Platone che in Ficino alla Venere terrena o Pandemia. Urania è intesa anche come la stella fissa e costante metaforicamente collegata (almeno nell’opera di Philip Sidney The Countness of Pembroke’s Arcadia, a cui Wroth si ispira) alla donna incline al matrimonio.
15 Bigolina, Urania, cit., p. 94.
16 La Dama Ragione è la prima delle tre Dame, che, insieme a Rettitudine e Giustizia, appaiono a Christine, che immersa in dolenti pensieri, trasalisce alla loro comparsa, temendo che fosse una visione tentatrice (Cfr. Christine de Pizan, La città delle dame, a cura di Patrizia Caraffi, edizione di Earl Jeffrey Richards, Roma, Carocci 2003, p. 47).
17 «Veduto ch’ebbi quello così strano omicciuolo, che esser un orribile mostro crede- vami, tutta come io dissi di spavento ripiena, e non sol di spavento, ma per vedermi così ignuda, di tal di me stessa vergogna presi» (Bigolina, Urania, cit., p. 73).
18 Ivi, p. 76. Sulla tirannia esercitata dagli uomini ritornerà Moderata Fonte, Il merito delle donne (1600), a cura di Adriana Chemello, Mirano, Eidos 1988, p. 59: «Deh di gratia svegliamoci un giorno, e recuperiamo la nostra libertà, con l’honor, e dignità, che tanto tempo ci tengono usurpate».
19 Bigolina, Urania, cit., p. 81.
20 Ivi, p. 83.
21 Francesco Patrizi nell’Amorosa filosofia (1577), in cui ridiscute il modello dell’amore platonico, ritornerà in modo originale sul tema dei canoni tradizionali della bellezza, soffermandosi sui tratti che caratterizzano la poetessa Tarquinia Molza, protagonista del dialogo: Tarquinia, infatti, il cui volto è incomprensibile, sfugge all’abilità dei pittori che hanno provato a ritrarla, è quanto di più lontano si possa immaginare dalla donna descritta da Luigini e «dalla non picciola e poco lodevole virtù della mediocrità», che il letterato udinese celebra nella sua opera (Cfr. Francesco Patrizi, L’Amorosa filosofia, a cura di John Charles Nelson, Firenze, Le Monnier 1963, p. 35).