Il casolare della famiglia Cordani si trova sulle colline parmensi, a Rocca Nuova di Varsi. In un pomeriggio del settembre 1943 due uomini si avvicinano al casolare e battono forte alla porta. Sono due fascisti. Maria Cordani apre con il cuore in subbuglio. Sa benissimo che, se i due salissero al piano di sopra, sarebbe la fine per tutti quanti. Tuttavia, quando li accoglie nella cucina del pianterreno, riesce ad apparire calmissima... «Parlano a voce alta. Udibile fino alla nostra stanza per l’assoluto silenzio che si è creato intorno a noi. Urlano. Una donna ebrea con quattro bambini... Queste parole mi colpiscono. Stanno parlando di noi, di me. Allora la mamma ha ragione... queste sono le persone cattive che ci stanno cercando...»

Maria Cordani non si lascia intimidire dall’aggressività e dalla violenza verbale dei due fascisti. «Una donna ebrea con quattro bambini? Non abbiamo visto nessuno da queste parti…»«Mamma – dico piano piano – cosa si stanno dicendo giù?». La mamma mi stringe forte. Dice: «Taci, per favore, taci».

Maria, con incredibile sangue freddo, replica di nuovo alle insistenze dei due. «Qui non c’è nessuno. Potete verificare voi stessi. Tanto meno degli ebrei». Intanto fanno il loro ingresso in cucina le due giovani figlie dei Cordani, portando un fiasco di vino e dei bicchieri. Li appoggiano sul tavolo e versano da bere. Invitano i fascisti a sedersi intorno al tavolo e i due si lasciano convincere…

«Eravamo in attesa che si compisse il nostro destino, riuniti nella stessa stanza tutti e dodici, coi muscoli contratti, tesi a non fare rumore […]. La mamma si era fatta silenziosa e immobile. Se non fosse stato per il suo cuore che pulsava violentemente contro il mio, poteva sembrare anch’essa, come gli altri, senza vita. Il suo cuore mi sembrò così rumoroso che temetti si potesse sentire fino in cucina…»

Nella cucina l’atmosfera si fa a poco a poco più distesa. Tintinnio di bicchieri, risate, dapprima discrete, poi sempre più sguaiate… Il vino scorre abbondante nei bicchieri dei due fascisti. Le due ragazze Cordani stanno attuando la loro strategia con incredibile astuzia montanara. Li stanno ubriacando… Il vino fa il suo effetto, le voci si abbassano e dopo un po’ al piano di sopra giunge solo un sommesso parlottare…«Si fece silenzio. Poi un brusco movimento di sedie spostate. Anche le voci ripresero il volume iniziale e rimbombarono nella stanza. Il cuore della mamma sembrava impazzito. I fascisti si stavano alzando. Per andare via o per salire le scale? Rimanemmo tesi ad ascoltare la direzione dei passi. Passi pesanti con gli scarponi. Si fecero lontani. Udimmo aprire la porta, poi richiuderla pesantemente. Erano usciti. Sì, i due fascisti erano usciti».Quando Liliana Treves visse questi momenti agghiaccianti, in braccio alla sua mamma, aveva appena compiuto quattro anni. Il ricordo di quel pomeriggio tremendo è sempre rimasto impresso nella sua memoria e Liliana lo ha trasfuso, insieme con altri ricordi terribili dello stesso periodo, in un volumetto che non può non emozionare il lettore:

Con occhi di bambina (1941-1945). In un altro bel libro autobiografico, dal titolo Un pollo di nome koshèr, l’autrice rievoca anche gli anni immediatamente successivi alla guerra.

Liliana Treves è un’ebrea sefardita nata a Bengasi il 29 settembre 1939. Lei e la sua famiglia riuscirono a salvarsi dall’olocausto – grazie alla rete protettiva tesa intorno a loro dai contadini del Parmense e dai partigiani della zona – riparando fortunosamente in Svizzera nel febbraio 1944. Rimasero lì fino alla fine della guerra, dopo di che si stabilirono a Milano, dove Liliana si è sposata nel 1964 con Giorgio Alcalay, anch’egli ebreo sefardita.

I sefarditi sono gli ebrei originari della Spagna (in ebraico Sefarad) che i sovrani spagnoli cacciarono dalla penisola iberica nel 1492, sulla spinta dell’Inquisizione, e che emigrarono in maggioranza verso l’impero Ottomano trovando lì una generosa accoglienza. Tra questi emigranti c’erano evidentemente anche gli antenati di Liliana, quegli ebrei come Gracia Nasi che in un periodo non precisabile si sistemarono a Istanbul. La famiglia di Liliana si trasferì poi in Libia a fine Ottocento e successivamente, nel 1941, approdò in Italia. Liliana Treves Alcalay vive tuttora a Milano con il marito e i due figli. È una donna discreta e simpatica, con un sorriso luminoso come quello che aveva da bambina, quando ci siamo conosciuti subito dopo la guerra per poi perderci di vista fino all’altroieri.

È musicologa e concertista e si colloca tra i maggiori studiosi e interpreti della musica tradizionale ebraica: in particolare di quella sefardita, ricca di romanze e di ballate in giudeo-spagnolo, la lingua di origine dei sefarditi, che riflette la struttura della lingua spagnola del quindicesimo secolo e che divenne una lingua specifica della diaspora dopo quel fatidico 1492.

A diciotto anni Liliana comincia a studiare canto lirico ed entra nel Coro Ebraico di Milano. Negli anni Settanta inizia le prime ricerche sulla musica tradizionale ebraica, che raccoglie a partire dal 1985 in tre volumi con musicassetta intitolati Canti della Diaspora, e inizia a dare dei concerti in Italia e all’estero, sempre più numerosi, nel corso dei quali canta accompagnandosi alla chitarra. In seguito le sue ricerche si estendono esclusivamente alla storia e alla musica degli ebrei sefarditi, con la pubblicazione di altri tre libri: Sefarad (1992 con musicassetta), Melodie di un esilio (2000 con CD) e Canti di Corte e di Judería (2005 con CD).

Nel libro Sefarad Liliana, dopo essersi soffermata sulle ragioni storiche che determinarono la cacciata degli ebrei dalla Spagna, dà notizia di antiche cerimonie sefardite, di usanze e tradizioni tramandate nel corso dei secoli. «Per esempio – mi spiega – una delle più curiose fu il kortar mortaja (taglio del sudario) che aveva luogo quando una persona raggiungeva una certa età e desiderava sistemare in tempo ogni aspetto pratico e economico del suo trapasso. Può sembrare strano, ma questa cerimonia si svolgeva in grande allegria, tra libagioni, manicaretti e canti di romanze».

In Melodie di un esilio vengono ricercate le tracce musicali degli ebrei “marrani”, cioè di quelli rimasti in Spagna anche dopo il 1492, avendo accettato la conversione forzata, ma rimanendo in realtà segretamente fedeli all’ebraismo. Ricerca estremamente difficile, dato che i marrani vivevano nel terrore dell’Inquisizione e potevano praticare le loro cerimonie religiose solo clandestinamente. Eppure dalla ricerca sono emersi alcuni canti paraliturgici, che si sono conservati miracolosamente nel corso dei secoli, un’inedita melodia eseguita dalle donne marrane durante la Pasqua ed altre tracce di romanze “giudaizzanti”.

Infine, l’obiettivo di Canti di Corte e di Judería è stato quello di risalire alle versioni originali spagnole che hanno, a loro volta, generato quelle sefardite, seguendone il tragitto e l’evoluzione nel corso dei secoli. Questo lavoro di ricerca ha dovuto estendersi a un numero notevole di Paesi: Spagna, Portogallo, Francia, Turchia, Grecia, Olanda, Stati Uniti e Israele. Chiedo a Liliana di darmi un saggio di questo suo lavoro e lei mi spiega: «di Una tarde de verano, per esempio – romanza sefardita che tratta del rapimento di una giovane fanciulla – sono riuscita a trovare dopo molte consultazioni il testo originale spagnolo intitolato Romance de Don Boyso. Ed è stata una grande emozione anche perché Una tarde de verano è la romanza sefardita che amo di più». E con la sua voce da usignolo mi fa ascoltare entrambe le versioni. Domando a Liliana qual è stato il concerto più emozionante che ricordi: «È stato quello che ho tenuto a Venezia nella Basilica di San Marco nel 1996, nell’ambito di due serate che avevano come tema la fratellanza tra i popoli e il rispetto tra le religioni, con la partecipazione di diversi gruppi musicali italiani e stranieri».In Liliana Treves Alcalay, Moni Ovadia ha riconosciuto «una qualità sempre più rara nel nostro mondo volgare e fracassone: la modestia». E ha aggiunto che «Liliana non indulge a pose né da studiosa, né tantomeno da “artista”: nei molti anni che la conosco ha mantenuto integra la sua grazia ritrosa e il suo fare materno, eppure è riuscita a stupire me e molti altri per la determinazione con cui ha costruito il proprio lavoro e per gli importanti risultati che ha conseguito». [1] Le domando se abbia avuto dei riconoscimenti, e lei si schermisce dicendo che veri e propri riconoscimenti non ne ha avuti. Ma poi scopro che in Canti di corte e di judería, e nel relativo CD, c’è una composizione sua (testo e musica) intitolata Mira, la luna briya, che ha vinto il primo premio al Festival internazionale di nuove composizioni in giudeo-spagnolo, svoltosi a Gerusalemme nel 2003 e cui hanno partecipato numerosi autori provenienti da ogni parte del mondo. È bellissima ed è cantata meravigliosamente. Ascoltatela.

[continua...]

NOTE

1.Prefazione di Moni Ovadia al volume Melodie di un esilio

Fonti, risorse bibliografiche, siti su Liliana Treves Alcalay

Liliana Treves Alcalay, Con occhi di bambina (1941-1945), Firenze, La Giuntina

Liliana Treves Alcalay, Un pollo di nome koschèr, Firenze, La Giuntina 2009

Voce pubblicata nel: 2012

Ultimo aggiornamento: 2019