“Io sono un faro d’auto nella notte che insegue il breve spazio del suo raggio attraverso chilometri di tempo”

I versi che Luce d’Eramo butta giù qualche ora prima della caduta del fascismo, ignara ancora di tutto quello che avverrà fuori e dentro la sua vita, sono in qualche modo profetici. Illuminare solo un tratto, avanzare nella notte, guardare da vicino, anche a costo di perdersi, sarà per lei il solo modo possibile di orientarsi. D’Eramo attraverserà così il suo tempo: senza mai coincidere pienamente con il luogo in cui si trova, ma nemmeno arretrare. Per tutta la vita continuerà a muoversi in avanti, seguendo il breve spazio del proprio raggio, non per arrivare a una meta, ma per non smettere di interrogare il buio che la circonda.
Nata a Reims da genitori italiani, Luce (Lucette Mangione) cresce in un ambiente segnato da una forte adesione ideologica: il padre, ex combattente, è un tecnico costruttore; la madre segretaria del Fascio nella capitale francese. Luce ha la fortuna di vivere in un Paese e in un ambiente più moderni e democratici rispetto all’Italia, ma non si sente integrata: soprannominata dai suoi compagni di classe “la petite macaroni” prende coscienza fin dall’infanzia di non trovarsi mai esattamente al posto giusto. Una dislocazione che, però, non diventa estraneità sterile, ma punto di partenza per la ricerca di una direzione autonoma e singolare.

Il rientro in Italia, ad Alatri (Frosinone), dove per tutti è “la francesina”, precede di poco il momento decisivo della sua formazione morale. Il 25 luglio 1943 sceglie inizialmente, senza esitazioni, di seguire la famiglia a Bassano del Grappa, dove il padre assumerà un incarico nella Repubblica sociale italiana. Mentre studia all’Università di Padova, un episodio apparentemente marginale incrina quella sicurezza: l’incontro con un gruppo di prigionieri in marcia. Quel “branco”, come lo definirà più tardi, apre una faglia. D’Eramo decide di vedere con i propri occhi, di capire dall’interno ciò che accade, e si offre volontaria per i campi di lavoro in Germania. È una scelta anomala, solitaria, che non nasce da eroismo ma da una esigenza radicale di verità.

Nei lager entra in contatto soprattutto con i prigionieri russi, partecipa a forme di resistenza clandestina legate alla rete francese, viene arrestata e incarcerata. Dopo un tentativo di suicidio viene rimpatriata, ma rifiuta il ritorno a casa e si unisce a un convoglio diretto a Dachau. Riesce a fuggire e per mesi vive da clandestina, spostandosi senza documenti, svolgendo lavori occasionali e umili. A Magonza, impegnata nello sgombero delle macerie dopo i bombardamenti, un crollo la ferisce gravemente, lasciandola paralizzata alle gambe.

Questa esperienza estrema – politica, fisica, esistenziale – troverà forma narrativa molti anni dopo in Deviazione, romanzo autobiografico pubblicato nel 1979, che resta la sua opera più nota: non un libro di testimonianza in senso tradizionale, ma una riflessione sullo scarto, sull’errore come luogo della conoscenza, sulla perdita dell’innocenza ideologica, scritto in uno stile che non cerca alcun ornamento letterario.

Nel frattempo d’Eramo costruisce una vita apparentemente più stabile, ma segnata da fratture e ricomposizioni: il matrimonio infelice con Pacifico d’Eramo, la nascita dell’amatissimo figlio Marco, le lauree in Lettere su Leopardi e in Filosofia su Kant. Pubblica racconti (Idilli in coro, 1951; Il convoglio dei lituani, 1958) e saggi, intrecciando i suoi interessi principali, letteratura e politica (Raskolnikov e il marxismo, 1960; Finché la testa vive, 1964).

Centrale è l’incontro con Ignazio Silone, a cui dedicherà uno dei suoi lavori critici più importanti, riconoscendone il ruolo di interlocutore etico prima ancora che letterario.

Negli anni Ottanta e Novanta la sua scrittura continua a interrogare i nodi irrisolti del presente: la lotta armata e gli anni di piombo in Nucleo zero (1981), in cui “c’è più sapienza psicologica del terrorismo (…) che in cento fascicoli della magistratura e della questura”, dal quale Carlo Lizzani trarrà un film; la vecchiaia in Ultima luna (1993); la malattia mentale in Una strana fortuna (1997).

Soltanto nel 1999 esce Il 25 luglio, il racconto breve che Luce aveva scritto nel 1943, appena diciottenne, all’indomani della caduta del fascismo, in cui si era misurata per la prima volta con la Storia e le sue urgenze etiche e pratiche. Nello stesso anno escono i Racconti quasi di guerra, raccolti in una nuova edizione solo di recente insieme a Racconti privati, Sei racconti estremi, Altri racconti, in cui si rivela ancora una volta, attraverso la scrittura essenziale e scabra dell’autrice, “la curiosità morale umanissima inesausta e acuta” tanto verso i fatti della Storia, quanto verso i nodi privati delle relazioni personali.

Postumo esce Un’estate difficile (2001), in cui il suo sguardo illumina il groviglio di fatti e sentimenti di vite comuni e s’interroga soprattutto sul ruolo delle donne nell’Italia degli anni Cinquanta.

Il suo libro forse più segreto e radicale resta Partiranno (1986), cronistoria immaginaria della permanenza sulla terra dei Nnoberavezi: una comunità aliena, osservata con lo sguardo di chi non ha mai smesso di sentirsi estraneo. Come lei, che aveva dichiarato in un’intervista poco prima di morire di essersi sentita sempre “aliena”. La sua vita l’aveva attraversata di lato, nella deviazione, laddove la realtà aveva smesso di essere comoda ed era diventa interrogazione. Rileggerla oggi significa continuare a porsi domande, nel tentativo di illuminare la strada anche nel buio più fitto.

Fonti, risorse bibliografiche, siti su Luce d'Eramo (Lucette Mangione)

Luce d’Eramo, Il 25 luglio, Roma, Elliot, 2013, p. 7.
Carlo della Corte, in Luce d’Eramo, Nucleo zero, Milano, Edizione Club del Libro, 1981.
Nadia Fusini, Resilienza, una virtù, in Luce d’Eramo, Deviazione, Milano, Feltrinelli, 2017, pp. 7-19.
Cecilia Bello Minciacchi, “Togliere potere al male”. I racconti di Luce d’Eramo, in Luce d’Eramo, Tutti i racconti, Roma, Elliot, 2013, pp. 5-20.
Alessandro Zaccuri, Luce d’Eramo, in Italiane, a cura di Eugenia Roccella e Lucetta Scaraffia, III, Dipartimento per l’informazione e l’editoria, Roma, 2004, pp. 89-90




Voce pubblicata nel: 2025

Ultimo aggiornamento: 2026