Lucrezia Della Valle (1565-1622) ha la fortuna di venire alla luce in un’importante famiglia cosentina nella quale viene educata agli studi umanistici, come suo fratello Fabrizio: diventerà una poetessa elegante e raffinata oltre che sapiente umanista nella Calabria del Cinquecento. Sarà allieva dello zio, il celebre scrittore e accademico Sertorio Quattromani, fratello della madre Giulia.

Sia sulla data di nascita che su quella di morte di Lucrezia ci sono stati dubbi, poi fugati. Per quanto riguarda la prima, la si fa risalire, oggi, alla seconda metà del Cinquecento (1565) dopo l’attenta ricostruzione di una lettera che lo zio indirizza, nel 1597, al patrizio cosentino Celsio Mollo chiedendogli di tranquillizzarla: Sia dalla Signora Lucrezia e persuaderla a non prendersi molto affanno di queste cose, che produce la fanciullezza.
Cosa è successo? Lucrezia, ormai lontana dallo zio, ha sposato il letterato Gianbattista Sambiasi al quale dà ben sei figli; ora, uno di loro, Teseo, è rimasto coinvolto in una rissa a Napoli. Da madre, lei è naturalmente preoccupata del fatto — ancor di più, forse, conoscendo il carattere turbolento del giovane che, essendo definito dal Quattromani fanciullo, quindi adolescente, ci consegnerebbe una Lucrezia di trent’anni almeno.

Per quanto riguarda la data della morte, per molto tempo si è creduto che fosse il 1602, anno in cui il Quattromani perde un’altra nipote e ne dà notizia per lettera a un amico, così accorata che il poeta Fabrizio Marotta gli scrive dei versi per consolarlo. Su tutto ciò è stata costruita la presunta relazione amorosa fra Sertorio e Lucrezia. Ma è tutto un equivoco, almeno per quanto riguarda la data di morte, chiarito nel 1603 dai due testamenti di Sertorio: il primo risalente a ottobre, il secondo al 19 novembre, un mese prima della propria morte; è in quest’ultimo documento, contenente un inventario della biblioteca Quattromani, che Lucrezia viene nominata sua erede. Infine, come si evince da un volume dedicato alla storia degli edifici sacri di Cosenza, Lucrezia muore il 26 settembre 1622 e viene sepolta nel Duomo della città. Quindi, a conti fatti, la poetessa dovrebbe essere vissuta circa cinquant’anni.

Della sua vita abbiamo poche notizie, grazie a Salvatore Spiriti che, secondo alcuni, volendo rilanciare l’Accademia Cosentina ne valorizza le nobili origini. E così, come in altre parti d’Italia si sono levate le voci di Vittoria Colonna, Veronica Gambara e Laura Terracina, a Cosenza si alza quella dell’umanista e poetessa Lucrezia della Valle.
Dobbiamo, quindi, accontentarci di sapere che Lucrezia, nepos et alumna Sertorii, Olympia dicta inter Constantes, era accademica cosentina con il nome di Olimpia. Quindi, tra i membri dell’Accademia cosentina, ribattezzata Accademia dei Costanti (in onore dell’arcivescovo di Cosenza, Giovan Battista Costanzo) c’era una donna: Lucrezia della Valle. Complici la formazione ricevuta in famiglia e il vivace ambiente intellettuale cosentino di fine del ’500, nonostante sei figli, Lucrezia diventa la splendente, di bellezza e d’ingegno. Ma non solo.

Veniamo a conoscenza che scrisse un libro di poesie, Librum Carminum Italiorum, il cui manoscritto venne conservato dall’erudito Giacomo de Fabriciis: una raccolta di Rime petrarchesche che conteneva quarantadue sonetti, una canzone, tre sestine, sei ballate e un capitolo sulla natura dell’amore, di chiara ispirazione platonica, considerata parto d’ingegno assai versato nelle lettere. Purtroppo tutti questi scritti sono andati perduti, comprese un’opera sull’eleganza della lingua latina, De elegantiis Latinae linguae a melioribus scriptorum excerptis, e un’altra, De arte poetica, per cui venne definita eruditissima nel manoscritto Gualtieri conservato a Palermo.

Lucrezia diventa il classico modello femminile per cui la passione e l’amore per la poesia fanno i miracoli quando una donna decide di seguire le proprie inclinazioni.

L’unico sonetto che possiamo leggere è questo:

Non con la fiamma dell’impura face,
non con lo stral che le vili alme fere,
il cor mi punse, e accesemi il pensiere
l’altero Dio ch’ogni durezza sface.

Ma con quel foco suo dolce e vivace
che tolse in pria dalle celesti sfere,
e con quella saetta, il cui potere
anche ai spirti gentil diletta e piace.
Quindi egli avvien che dall’acceso petto
escon le voci mie legate in rima
per far palese la sua gi(o)ja altrui.
Santo Amor, deh non far, ch’ove diletto
ebbi nel farmi a te ligia da prima,
dica in fin, lassa me! Qual son, qual fui!

Confrontando i suoi versi con quelli di Vittoria Colonna – a cui è stata avvicinata – emerge una differenza fondamentale sulla concezione dell’amore. Mentre nella Colonna l’amore è lo strumento per purificarsi nel divino, per Lucrezia Della Valle è il fuoco che riscalda gli spirti gentili. Il sonetto si chiude con trepidazione. Lucrezia, già colpita dalla freccia di Cupido – il marito o lo zio? –, forse teme che il fuoco dell’ Amore possa bruciare nel suo petto.


Fonti, risorse bibliografiche, siti su Lucrezia Della Valle

Lucrezia della Valle, Sandra Plastina, Galleria dell’Accademia Cosentina
Cosenza Sacra (1933), Cesare Minicucci

I libri di un letterato calabrese. Sertorio Quattromani 1541-1603, (1999), Carlo De Frede

Questione di genere/i : Il dibattito sulla donna nelle scritture femminili attraverso i generi letterari (da Vittoria Colonna a Isabella Andreini), (2025) Sandra Carapezza



Voce pubblicata nel: 2026