“Alcune delle poesie e delle prose di M. sono andate perdute, ma la maggior parte sono state preservate. Come questo sia avvenuto costituisce la storia della mia battaglia contro le forze della distruzione, contro tutto ciò che cospirava per travolgermi e spazzarmi via, insieme ai poveri pezzetti di carta che ero riuscita a conservare”
Scrittrice e linguista russa, con i suoi libri di memorie restituisce al mondo la voce della poesia russa dissidente, soffocata dalle purghe staliniane.
Nadežda (in russo “speranza”) nasce con il cognome Chazina a Saratov, città portuale sul fiume Volga, in una famiglia di origini ebraiche. Il padre, avvocato, si converte al cristianesimo ortodosso e fa battezzare i quattro figli, di cui Nadežda è la più piccola. La madre, Vera Iakovlevna Khazina, è fra le prime donne a laurearsi in ginecologia e a esercitare la professione medica nell’impero russo. Nel 1902 la famiglia Chazin si trasferisce a Kyiv, dove Nadežda frequenta il ginnasio e s’iscrive alla facoltà di giurisprudenza.
A Kyiv Nadežda conosce la pittrice avanguardista Aleksandra Ekster: abbandona gli studi universitari e inizia a frequentare l’atelier dell’artista, nel quale si riuniscono le menti creative più brillanti dell’epoca, con le quali stringe legami di amicizia. L’1 maggio 1919, in un caffè della città, conosce Osip Ėmil’evič Mandelštam, poeta, letterato e saggista che con altri ha appena pubblicato il manifesto dell’acmeismo, movimento poetico fondato insieme ad Anna Achmatova e Nikolaj Gumilëv come reazione al simbolismo. L’acmeismo poneva il fulcro della poesia nell’accettazione del mondo in tutte le sue sfaccettature e invocava un ritorno alla chiarezza formale per descriverlo. Osip e Nadežda si sposeranno tre anni più tardi. Per il lavoro di composizione del marito Nadežda ha la cura di una sacerdotessa: è lei a scrivere le sue poesie sotto dettatura, a impararle a memoria, a tradurle nelle lingue con cui ha acquisito familiarità durante i viaggi in Europa con la famiglia. Nelle sue memorie, racconta con tenerezza e passione il processo creativo di Osip, che trae nutrimento dal confronto costante con Anna Achmatova e dalla contemporaneità, tempo difficile per i poeti che assumono come imperativo morale il racconto schietto della società.
Il regime bolscevico tenta di cancellare la poesia libera e tagliente di Osip isolandolo e impedendo la pubblicazione delle sue opere, ma invano: Osip continua a comporre e Nadežda a trascrivere. È un feroce epigramma satirico indirizzato apertamente a Stalin e letto alla presenza di altri poeti ad aprire per la coppia una nuova, terribile stagione: Osja è inviato al confino a Čerdyn’, sui monti Urali. Gli viene concesso di portare con sé Nadežda. La tensione degli interrogatori, la delazione dei suoi amici e l’isolamento lo spingono a tentare il suicidio; la pena viene allora commutata nel divieto di risiedere nei centri principali dell’Unione Sovietica. Osja e Nadežda si trasferiscono così nella città di Voronež, ma hanno difficoltà a trovare lavoro. Nel 1937, Osja viene denunciato per atti sovversivi e condannato ai lavori forzati. Dal campo di transito di Vladivostok scrive a Nadežda lettere struggenti fino alla sua morte, avvenuta nel 1938.
Nadežda si trasferisce dalla madre a Kalinin (oggi Tver’), e si dedica a preservare e proteggere l’eredità poetica del marito, affidando le sue opere in primo luogo alla propria memoria. Durante la seconda guerra mondiale, con l’aiuto di Anna Achmatova, si rifugia a Taškent. Qui si laurea in linguistica e inizia a lavorare come insegnante di inglese in giro per l’Unione Sovietica. Dal 1955 al 1958 dirige il Dipartimento di anglistica dell’Istituto pedagogico di Čeboksary. Nel 1956, dopo la morte di Stalin, consegue il dottorato in linguistica inglese. Nel 1962, in difficoltà economiche, rinuncia alla pensione per tornare a lavorare come docente di inglese, e lo fa presso l’Istituto pedagogico statale di Pskov.
Quando il clima opprimente di terrore che ha caratterizzato il regime staliniano si attenua Nadežda inizia a raccogliere intorno a sé la giovane intellighenzia, interessata alla sua missione di custodia della poesia dissidente e alla sua testimonianza diretta dell’epoca più buia per il genio poetico russo. Nel 1964 le viene permesso di trasferirsi a Mosca. Nella capitale, con il sostegno di diversi intellettuali, dedica il resto della propria vita al racconto dei suoi ricordi e alla riabilitazione della figura del marito. Lavora all’edizione critica delle opere di Osja, dona il suo archivio all’Università di Princeton e scrive due libri di memorie, pubblicati inizialmente negli Stati Uniti: Hope Against Hope (1970) e Hope Abandoned (1974).
Muore nel 1980, in ristrettezze economiche ma circondata dall’affetto di una nuova generazione di poeti, ispirati dalla sua incrollabile speranza nel potere della poesia, della memoria e dell’amore.
Fonti, risorse bibliografiche, siti su Nadežda Jakovlevna Mandel’štam
Beth Holmgren, Women’s Works in Stalin’s Time: On Lidiia Chukovskaia and Nadezhda Mandelstam, Bloomington e Indianapolis, Indiana University Press, 1993.
Nadežda Mandel’štam, Hope Against Hope, New York, The Modern Library, 1970.
Pavel Nerler, Neskol’ko mgnovenij iz žisnii Nadeždy Mandel’štam.
Voce Osip Emilyevich Mandelshtam in Enciclopedia Britannica.