Nerina Noro è stata un’artista vicentina, pittrice e poeta. Figlia di Francesco Noro e Giuditta Remor, nasce in Svizzera, a San Gallo, nel 1908, dove i genitori si erano trasferiti temporaneamente. Cresce a Vicenza dove risiede e lavora per quasi tutta la vita. Il padre, da lei molto amato, a sua volta pittore e figlio di un decoratore, la introduce alla pittura e all’arte dell’affresco, che perfeziona prima al liceo artistico e poi all’Accademia di Belle Arti di Venezia, alla scuola di Bruno Saetti. In Accademia ha come insegnante anche Virgilio Guidi. Apprezzata da entrambi i maestri, mantiene la frequentazione con loro anche al termine degli studi.

Comincia a esporre giovanissima. Nel 1931, con la Mostra intersindacale d’Arte di Vicenza, inaugura una carriera che la vede presente alla Mostra nazionale di Napoli nel 1937, alla Biennale internazionale d’arte di Venezia nel 1938 e successivamente nel 1942. Partecipa a collettive a Venezia, Genova, Milano, Roma e ancora Napoli fino alla fine degli anni Sessanta, oltre che a numerose mostre collettive e personali in ambito locale.

A eccezione di un approdo all’astratto negli ultimissimi anni della sua produzione, Nerina Noro è pittrice figurativa e privilegia i ritratti perché – come afferma in un’intervista del 1992 – ha bisogno “dello sguardo”. Utilizza la tecnica a olio o, più frequentemente, l’affresco strappato. La sua ricerca si concentra nel trasferire sulle grandi tele l’interiorità dei soggetti rappresentati, più spesso donne, e sempre persone della sua cerchia familiare o amicale, o lei medesima. La critica l’ha accostata alla scuola romana e in particolare a Mario Mafai, ma la pittrice, nell’intervista citata, non si riconosce in alcuna corrente: “Sono solo affinità stilistiche… i miei maestri veri sono stati gli antichi: Giorgione, Carpaccio, Giotto, Masaccio, Piero della Francesca e ancora gli autori della grande pittura pompeiana”.

Rivendicando la propria ricerca personale confessa inoltre di amare “le personalità solitarie e autonome come Van Gogh e Gauguin”. Suggestioni tratte da Gauguin sono inoltre ampiamente presenti nelle sue tele dai colori caldi e soffusi, pastosi e materici, così come nei suoi ritratti di donne dalla bellezza severa e pacata. Produce anche un centinaio di incisioni all’acquaforte e a puntasecca nelle quali, non più temperate dal colore, rivela le sue inquietudini nelle forme di un mondo a tratti grottesco, brulicante di insetti e farfalle spesso morte nelle teche da entomologo, di uomini di carta e maschere.

Anche nelle poesie, che scrive negli anni della maturità, sono le fatiche e i dolori che la abitano a prendere voce. Dopo una prima pubblicazione in italiano, avvenuta nel 1955 con Di notte gli alberi piangono, sceglie il dialetto perché, dice, “sono innamorata delle espressioni chiare, genuine, della gente semplice e con questa voce cerco di esprimermi”. Pubblica così L’otuno xe drio partire (1960) e I raionamenti d’un imbriago (1985). Entrambe le raccolte sono poi stampate da Neri Pozza nel 1994 con l’aggiunta di alcuni Inediti, in un volumetto intitolato Pòlvare de ala con la prefazione di Giorgio Faggin. Dieci sue poesie sono poi presenti nella raccolta Un altro Veneto. Poeti in dialetto fra Novecento e Duemila (2014).

I suoi versi sono scarni, essenziali, a tratti ruvidi. Raccontano il disincanto per promesse che la vita non ha mantenuto: No voio ricordarme /più de gnente./se un sogno nassarà/ -cussì par prova-/a no lo lasso più / vivarme ‘rente./ Tuti li go copà./ Tuti gualivi. (“Non voglio ricordarmi più di niente. Se nascerà un sogno – così per prova – non lo lascio più vivermi accanto. Tutti li ho uccisi, tutti indistintamente”). La fatica degli impegni quotidiani, Mi, ca vorìa xolare sora tera/go le raìse impiantà che me fa male (“Io che vorrei volare sopra la terra, ho le radici piantate che mi fanno male”). Ma anche la passione indomita che caratterizza la sua personalità: Par lotare el mondo/ghe vole el damonio./Mi, lo go ‘n tel stòmego,/ Go, ‘na scuèla de fiele’n tel figà./Vegnì ‘vanti!/un spuo de fogo/e ve go copà. (“Per combattere il mondo ci vuole il demonio./Io ce l’ho nello stomaco,/ ho una scodella di fiele nel fegato./Venite avanti!/uno sputo di fuoco e vi uccido”.).

Nella vita quotidiana, Nerina Noro è una donna dal carattere forte, altero, senza mezze misure. Ha alle spalle un matrimonio fallito con il pittore friulano Arturo Cussigh, conosciuto in Accademia e sposato nel 1935, e vive sola con due figli a carico e una vita lavorativa molto intensa. Alla pittura e alla famiglia affianca la professione di insegnante di educazione artistica nelle scuole statali e di oreficeria nella Scuola di arti e mestieri di Vicenza. “La sua era l’unica ora di scuola non ansiogena o avvilente”, ricorda un suo ex alunno. Si occupa di restauro di affreschi, dà lezioni private, illustra libri. Per l’ambiente cittadino è una donna controcorrente, che si misura in un mondo di uomini e difende con fierezza e determinazione il proprio privato e le proprie scelte.

Oltre alla “irregolarità” della sua situazione familiare (va tenuto presente che in Italia non era ancora stata approvata la legge sul divorzio), oltre al carattere schietto e poco avvezzo al compromesso, anche i suoi quadri contribuiscono a renderle la vita difficile. “Per strada mi segnavano a dito perché dipingevo figure nude”, racconta. E se pensiamo che in quelle figure mette letteralmente a nudo sé stessa, così come nelle poesie racconta della propria fame di amore, anche fisico, è facile immaginare lo scandalo nella Vicenza di quegli anni, quando il vescovo è ancora l’autorità più rispettata, quando vige l’arte di smorzare i contrasti, e quando le voci troppo originali vengono soffocate, come quella della scrittrice e terziaria francescana Elisa Salerno (1873-1957), ridotta al silenzio dopo aver speso vita e patrimonio per valorizzare la presenza della donna nel mondo del lavoro e nella Chiesa.

Nerina Noro è però molto consapevole del valore delle proprie opere, e non deve obbedienza a nessuno. Seppur riservata e solitaria nella vita privata, partecipa ampiamente alla vita artistica e culturale cittadina. Negli anni Sessanta è segretaria del Sindacato provinciale di Belle arti, e, più tardi, membro di giuria del premio Trissino per la valorizzazione dei giovani artisti. Nella fotografia scattata in occasione della collettiva al Caffè nazionale di Vicenza nel 1949, la vediamo, unica donna, nel gruppo nominato “la gaia gioventù”, composto dagli stessi protagonisti che verranno ricordati nel 2022-2023 con la mostra Gli amici della gaia gioventù. Arte e poesia a Vicenza dal 1930 al 1950 in Pinacoteca Civica a Vicenza e nel 2024 a Casa Rusca a Locarno nell’ambito della mostra Corrispondenze. Italo Valenti e i sodalizi artistici fra Vicenza e Locarno.

L’artista gode inoltre della stima e dell’amicizia degli intellettuali più illuminati della città, e non solo della sua stessa generazione. È amica di Goffredo Parise, del poeta Fernando Bandini, del filosofo Giuseppe Faggin, di collezionisti e appassionati di arte. “Mi consola il fatto di aver ricevuto la stima di persone affidabili, che hanno apprezzato sinceramente la mia opera nel corso degli anni”, dichiara nell’intervista del 1992, nella quale ricorda anche come la pittura sia stata la sua unica passione e ragione di vita nel corso di un’esistenza che non le ha risparmiato dolori e solitudine.

La sua ultima esposizione di quadri, con lei ancora in vita, è la collettiva Artisti vicentini del Novecento che si tiene nel 2000 a Cittadella (PD) e Valdagno (VI). Muore a Vicenza nell’agosto del 2002.

Nel 2004 Vicenza le dedica una retrospettiva nella Basilica Palladiana, dal titolo Il volto e la maschera. Il ricco catalogo contiene numerose interessanti testimonianze, tra le quali la recensione scritta da Camilla Cederna alla personale del 1943 di Nerina Noro nella Galleria Ongania, a San Marco, Venezia. Nell’introduzione al catalogo, il professor Giuliano Menato, curatore di quasi tutte le sue mostre e tuttora attivo nel mantenere viva la memoria dell’artista, scrive: “Nerina Noro del Novecento sommerso italiano è una delle più illustri rappresentanti e insieme delle più innocenti vittime. Degli artisti vicentini della sua generazione è senz’altro la personalità di maggior talento e prestigio”.

La Pinacoteca civica di Palazzo Chiericati di Vicenza ha in proprietà numerose opere di Nerina Noro, alcune acquistate direttamente dal museo, altre donate dall’autrice, altre presenti nei legati Pozza-Quaretti e A. Ghiotto. Figura, un ritratto della sorella del 1934, è tra le opere della collezione d’arte della Presidenza della Repubblica, ed è stato esposto nel 2010 nella mostra Piccole donne al Quirinale, che raccoglieva una serie di opere aventi come soggetto l’infanzia e l’adolescenza al femminile.

Fonti, risorse bibliografiche, siti su Nerina Noro

Maurizio Casagrande, Matteo Vercesi, Un altro Veneto. Poeti in dialetto fra Novecento e Duemila, Roma, Edizioni Cofine, 2014.

Giuliano Menato (a cura di), Artisti vicentini del novecento, Biblos, 2000.

Giuliano Menato (a cura di), Nerina Noro, 1908-2002. Il volto e la maschera, Vicenza, Agorà Factory, 2004.

Nerina Noro, Di notte gli alberi piangono, Milano, Gastaldi, 1955.

Nerina Noro, Pòlvare de ala, Vicenza, Neri Pozza, 1994.

G.C.F. Villa e S. Portinari (a cura di), Lascito Alessandro Ghiotto, Cinisello Balsamo, Silvana Editoriale, 2016.

G.C.F. Villa (a cura di), Legato Pozza Quaretti, Cinisello Balsamo, Silvana Editoriale, 2018.




Voce pubblicata nel: 2026

Ultimo aggiornamento: 2026