Nicolina Soave nasce il 28 marzo 1926 a Santo Stefano Belbo. Suo padre, Antonio Soave, è un ex ferroviere della stazione di Porta Susa. Licenziato per non aver voluto prendere la tessera del fascio, torna nel Monferrato e si sposa con Alessandra Molinaris.
Nicolina cresce immersa nell’antifascismo. Antonio fa il cestaio in casa, e mentre lavora canta “bandiera rossa”, che la bambina impara in fretta. Sandra ha paura, corre a chiudere le finestre, teme che qualcuno, fuori, possa sentirli e denunciarli come sovversivi. La domenica si riunisce con due compagni a casa, e Sandra manda lei e il suo fratellino Francesco fuori, a fare le sentinelle.
Papà Toni esce poco di casa, forse perché schedato, forse perché ciò che si trova oltre il cortile di casa non è poi così bello. Nicolina prega Dio che il Duce muoia prima di suo padre, lo vede sempre più silenzioso, taciturno.
Quando arriva il 25 aprile 1943 pare rianimarsi, ma poco dopo perde le speranze. Il Regime sembra immortale, pare impossibile possa cadere.
Dopo l’8 settembre, casa Soave ospita due cugini Molinaris, Vincenzo e Paolo. Vincenzo salirà in collina col gruppo di Rocca, e prenderà come nome di battaglia Tom. Paolo opterà per la divisione badogliana di Poli (il comandante Nord di Fenoglio) e diventerà Orlando. Sarà Tom a presentarsi una sera a casa Soave con Giovanni Rocca Primo, capo della 78° brigata Devic, futuro comandante della IX Divisione Garibaldi Alarico Imerito. I rossi. Papà Toni si innamora di quei ragazzi, apre loro la casa che diventa un centro di ritrovo per ascoltare insieme Radio Londra. È in uno di questi ritrovi che si parla di una pistola che bisogna prelevare a Canelli e portare ai Caffi; le armi scarseggiano e anche una pistola è fondamentale per equipaggiare chi prende le vie della collina.
«Lo faccio io!» urla Nicolina, e quell’incarico che si è scelta non l’ha mai più lasciato. Ha solo diciassette anni.
Va a Canelli, prende la pistola, se la lega sotto la camicetta. Nel ritorno viene fermata a un posto di blocco fascista. I ragazzi la conoscono, si mettono a farle la corte. Lei sente la pistola sporgerle da sotto i vestiti. Riesce a liquidarli prima che la scoprano.
Da quel momento diventa la partigiana di Rocca, è a lui che risponde, da cui prende direttamente gli ordini. Porta armi, ragazzi, pacchetti di sigarette, messaggi. È brava, furba. Forse troppo.
I nazifascisti l’arrestano una prima volta nell’agosto 1944. Nicolina è con la sua amica Claudia Perini, sfollata da Genova per sfuggire ai bombardamenti, anche lei partigiana di Rocca. Vengono rilasciate dopo poco.
Con l’inizio dell’autunno le divisioni si rafforzano, si infoltiscono. La IX divisione si raggruppa in tre brigate principali, la 78, la 101, la 102. Dopo dure battaglie, con l’alleanza della II Divisione Langhe, riescono a liberare la zona del Monferrato e fondare la Repubblica. E per un mese quasi ci si scorda che ci sia la guerra. A meno fin quando Mirko, il ragazzo di cui si è innamorata, muore in un incidente in sidecar. Nicolina, per onorare la sua memoria, prende come nome di battaglia Mirka.
Nicolina e Claudia diventano le telefoniste di Santo Stefano, tengono i contatti con le altre città liberate. Quando i nazifascisti, il 2 dicembre, pongono fine alla Repubblica e cominciano a rastrellare la zona, le ragazze sono state schedate.
Vengono arrestate il 7 gennaio 1945 a casa di Claudia dai sergenti Boni, De Negri e Vitali. Quest’ultimo s’era finto partigiano sotto il nome di Shuss l’ebreo. Nicolina è fuori di sé, lo schiaffeggia in piena faccia. La sua rabbia dà il tempo a Marco Cugnasco Tom e Mario Carmine Lince di nascondersi sotto il letto e sfuggire alla fucilazione sommaria.
Nicolina e Claudia vengono portate ad Asti, dove vengono sottoposte a degli interrogatori. Uno dei tedeschi che assiste all’interrogatorio è un ex prigioniero di Rocca. Le due ragazze avevano avuto compassione per lui e gli avevano allungato una pagnotta, quando era stato il loro turno di guardia.
Pensano di essere spacciate: se il tedesco parla, per loro è la fine. E invece il tedesco durante la notte si introduce con una scusa nello stanzone dove dormono e lascia loro una borraccia di cioccolata e una coperta. E tiene la bocca chiusa riguardo al loro coinvolgimento coi ribelli.
Nicolina e Claudia vengono imprigionate nel Carcere le Nuove di Torino per un mese. Sono sottoposte a duri interrogatori, in una cella per due persone che invece ospita quattro ragazze. Quando vengono liberate per insufficienza di prove sanno di essere sorvegliate. Così, Claudia torna a Genova e Nicolina si trasferisce dalla zia a Torino. Continua il suo lavoro da partigiana spacciando la stampa clandestina; la soffitta in cui va ad abitare diventa il centro di smistamento del giornale.
A fine aprile Torino viene liberata e lei può tornare a casa.
Dopo la guerra, si trasferisce a Torino e, con l’aiuto di Davide Lajolo, che la stima per il suo lavoro durante la Resistenza, trova lavoro come telefonista presso la Gazzetta dello sport. Collaborerà con personalità illustri del mondo torinese dell’epoca, come Calvino e Bocca.
Si è sposata con Walter Liberati con cui ha avuto Giulio.
Attualmente vive a Torino.