Fra i Componimenti poetici delle più illustri rimatrici d’ogni secolo, antologia in due tomi della lirica “al femminile” apparsa a Venezia nel 1726 per iniziativa e cura di Luisa Bergalli, si possono leggere tre sonetti di Sara Copio (o Copia: molte sono, peraltro, le varianti del nome di famiglia). Se si considera la riservatezza dell’autrice, ebrea del Ghetto di Venezia, quello proposto da Luisa non sembra uno specimen insignificante.

I tre componimenti si legano, confermandola, alla breve notizia biografica tracciata nella Tavola delle rimatrici contenute nella seconda parte della silloge. Scrive Luisa Bergalli: “Sarra Copia Ebrea Veneziana, che fiorì del 1613. Il saggio è tolto dalle lettere di Ansaldo Cebà, di cui ella si fece amante in leggendo il Poema di quello Autore intitolato l’Ester”1. In effetti i sonetti – aperti dagli endecasillabi La bella Ebrea, che con devoti accenti, Se mover a pietà Stige, ed Averno e L’Immago è questa di colei, che al core – segnano alcuni snodi nevralgici dello scambio epistolare che Sara intrattenne con il genovese Ansaldo Cebà dal 19 maggio del 1618 fino al 30 aprile 1622, anno di morte dell’interlocutore (nato nel 1565).

Fonte di Luisa Bergalli per il “recupero” dei sonetti di Sara è la raccolta delle lettere di Cebà che, edita nel 1623, sebbene non includa le missive della corrispondente riporta quattro componimenti ricevuti da lei (ai tre riprodotti nel 1726 va aggiunto un sonetto consolatorio per la perdita di un fratello, avvenuta nel 1619). A propiziare l’amicizia “di lontano” tra la giovane veneziana e il poeta di Genova era stata la letteratura: ammiratrice del poema in ottave La reina Ester, pubblicato da Cebà nel 16152, Sara Copio scrisse all’autore, da Venezia, per professargli la sua stima e rendergli omaggio.

Quando impugna la penna e si rivolge all’ormai maturo Ansaldo, Sara è l’apprezzata animatrice di uno dei più vivaci salotti del Ghetto di Venezia. I contemporanei – tra cui il rabbino e scrittore Leone Modena, cui fu molto legata – non lesinano lodi alla sua bionda bellezza, al garbo dei suoi modi, profuso equanimemente nei confronti di ospiti ebrei e gentili, alla sua cultura raffinata. Grazie a Simone Copio, orgoglioso delle qualità intellettuali della figlia, Sara aveva infatti avuto modo di formarsi nello studio della filosofia, della teologia, dell’ebraico, del latino e del greco, unendo la frequentazione dei classici a quella dell’Antico e del Nuovo Testamento. Ben presto aveva inoltre iniziato a scrivere, scegliendo l’italiano quale lingua in cui esprimersi.

Le nozze, celebrate nel 1613 con il ricco commerciante Giacobbe Sullam, non la distolsero dalle lettere, che le offrirono anzi sollievo e rifugio nei momenti difficili di una vita matrimoniale peraltro, in genere, serena: la perdita di una figlioletta, cui era stato dato il nome della nonna materna, Rebecca, subita nel 1615, e un successivo aborto.

Lo scambio di missive intrattenuto con Ansaldo costituì per Sara l’occasione di ampliare la rete delle proprie relazioni – e dei propri orizzonti – culturali senza doversi spostare da Venezia: un’occasione preziosa, visto che l’esperienza e la ricca produzione, sia in versi sia in prosa, rendevano il Genovese, ai suoi occhi, un’auctoritas. Se la trama epistolare, fitta di lodi e professioni di devozione da entrambe le parti (ciò si può desumere da quanto scrive Cebà, nonostante manchino le lettere di Sara) infine s’interruppe fu a causa dell’insistenza con la quale Ansaldo, di missiva in missiva e foglio su foglio, tentò di indurre l’interlocutrice ad abbracciare la fede in Cristo. A parere di Cebà la giovane Sara – bella, colta, nobile di cuore – era priva soltanto di questo requisito: l’essere cristiana. Non si trattava tuttavia di una mancanza trascurabile: senza il battesimo nulla sarebbe valso a salvarne l’anima, pur così luminosa sulla terra, nella gloria imperitura del paradiso. L’irriducibilità di entrambi – la pervicacia del Genovese nel suo intento di conversione si scontrava con la fermezza di Sara nel respingerne anche solo l’idea: si sarebbe trattato, infatti, di rinnegare la propria identità più profonda – gradualmente spense l’entusiasmo che aveva all’inizio animato il carteggio, sfibrandone il protrarsi nella ripetizione di quanto già detto. Ferito dal diniego di Sara, Ansaldo preferì dunque rinunciare a ogni contatto con lei.

L’incomprensione maschile costituisce un elemento spiacevolmente ricorrente nell’esistenza di Sara. Lo stesso anno, il 1621, nel corso del quale l’Indice impedì la diffusione del poema di Cebà, arreca un duro colpo anche alla giovane veneziana: il libello Dell’immortalità dell’anima, composto e edito da Baldassarre Bonifacio (1585-1659), letterato e futuro vescovo di Capodistria3, la accusava infatti di non credervi. Sara non poté esimersi dal sostenere la contesa cui veniva chiamata e replicò con una pubblica risposta, sempre del 1621, ossia il Manifesto di Sarra Copia Sulam Hebrea. Nel quale è da lei riprovata, e detestata l’opinione negante l’immortalità dell’Anima, falsamente attribuitale dal Sig. Baldassare Bonifaccio. Se ritenuta veritiera, l’accusa mossale avrebbe potuto portare a gravi conseguenze. Sara, tuttavia, dimostrò di sapersi ben avvalere delle armi della disquisizione filosofica per affrontare l’avversario (che pure diede a sua volta una risposta scritta al suo Manifesto).

Rispetto allo scontro con Bonifacio – pericoloso, senza dubbio, ma nobilitato dall’altezza dell’argomento e dall’esercizio della dialettica – risultò assai mortificante, per Sara, la battaglia in cui la trascinarono, dentro e fuori l’aula giudiziaria, un suo precettore, il romano Numidio Paluzzi, e il pittore Alessandro Berardelli. Responsabili di una frode ai suoi danni (le rubarono vari oggetti), i due complici, denunciati da Sara alle autorità, si difesero riversando su di lei l’accusa di plagio: non la Copio, bensì Paluzzi sarebbe stato l’autore di scritti apprezzati e attribuiti alla donna. Amplificarono l’accusa alcuni libelli infamanti, cui si dovette reagire, ancora una volta, grazie alle penna.

L’incresciosa vicenda trova conferma nel Codice di Giulia Soliga, risalente al 1625. Si tratta di una silloge di componimenti predisposta al fine di processare Paluzzi e Berardelli davanti al tribunale del Parnaso, proclamando così l’innocenza della Copio, vittima di un ingiusto oltraggio. Di fronte ai numi della poesia e delle arti, ossia ad Apollo e alle Muse, una solidarietà in primo luogo femminile si stringe intorno a Sara: intervengono in sua difesa le antiche poetesse Saffo e Corinna e le rimatrici del XVI secolo Vittoria Colonna e Veronica Gambara; a Isabella Andreini viene affidato l’interrogatorio di Paluzzi. Le testimonianze dei fautori di Sara, formulate in versi, costituiscono le deposizioni; giudice della lite è Pietro Aretino. Tra le voci poetiche che s’intersecano nel Codice di Giulia Soliga risuona anche quella di Sara stessa, di cui vengono proposti cinque sonetti.

Poco più di quindici anni dopo questa ulteriore disputa affrontata per iscritto, il 15 febbraio 16414 Sara si spense a Venezia a causa di una violenta febbre. Sulla pietra del suo sepolcro, collocato nel cimitero ebraico del Lido di Venezia, campeggia lo stemma di famiglia: una formica, simbolo di laboriosità che riconduce all’inappuntabile svolgimento, da parte di Sara, dei suoi doveri muliebri.

Ma se l’immagine sulla tomba in qualche modo la confina entro l’ambito della famiglia, nell’epitaffio per lei composto, ritrovato e riprodotto da Soave Moisè, trova spazio, accanto al ricordo di tante altre doti, la menzione del suo brillante intelletto. L’epitaffio recita: “Questa è la lapide della distinta Signora Sara moglie del vivente Jacobbe Sulam. L’angelo sterminatore saettò il dardo, ferendo mortalmente la Sara, donna di grande ingegno. / Saggia fra le mogli, appoggio ai derelitti. / Il tapino trovava in lei una compagna, un’amica. Se al presente è data irreparabilmente preda agl’insetti, nel dì predestinato dirà il buon Dio: Torna, torna o Sulamita. Cessava di vivere il giorno sesto (venerdì) 5 adàr 5401 dell’êra ebraica. L’anima sua possa godere l’eterna beatitudine”.

Note


1 Luisa Bergalli, Componimenti poetici delle più illustri rimatrici d’ogni secolo, Venezia, 1726, parte seconda, p. 291 (si cita dall’edizione anastatica uscita per Eidos, Mirano, a cura di Adriana Chemello, 2006).
2 Una seconda edizione della Reina Ester, cui Cebà affidava la propria gloria anche per il tempo a venire, si ebbe nel 1616 a Milano; l’autore fu però molto contrariato dai refusi che vi comparivano. I dispiaceri provocati dal poema nel quale tante speranze erano state riposte non ebbero termine con questo episodio: il 16 marzo 1621 la Reina Ester venne sospesa dalla Congregazione dell’Indice, che giudicò l’opera non impeccabile dal punto di vista teologico. La condanna definitiva si ebbe nel 1624.
3 Rivestì tale carica a partire dal 1653.
4 La data di morte fu registrata dai funzionari addetti more veneto, ossia come 15 febbraio 1640.




Voce pubblicata nel: 2023

Ultimo aggiornamento: 2026