Suso Cecchi D’Amico è la memoria storica del cinema italiano. È nota soprattutto come la sceneggiatrice di Luchino Visconti, eppure la sua figura rappresenta molto più di un singolo mestiere o un singolo regista. Suso Cecchi D’Amico è sì la cineasta del cinema italiano, ma sarebbe un errore cercare di incasellarla in un ruolo. La tentazione è forte, ma bisogna cercare di resisterle: tutt’oggi la figura dello sceneggiatore porta con sé un alto grado di ambiguità. È un collaboratore o un autore? Suso risponde a questa domanda a modo suo: «è un lavoro che non pesa finché è divertente».

Non la si ricorda come autrice, sebbene il suo lavoro sia stato al centro della stagione più fervida del cinema italiano. La ritroviamo però nelle soluzioni più raffinate e sorprendenti, nei personaggi femminili memorabili, nei rapporti umani che riesce a coltivare con grande maestria. È sempre presente, soprattutto all’inizio di tutte le più importanti carriere cinematografiche: Luigi Comencini, Alberto Lattuada, Vittorio De Sica, Antonio Pietrangeli, Michelangelo Antonioni, Franco Rosi, Mario Monicelli. Ovviamente sì, anche Luchino Visconti. Questi sono solo alcuni dei registi con i quali lavora, innescando un pensiero, un amore per le storie e per l’universalità profonda dei suoi personaggi. Registi, attori e attrici, cominciano con lei, e poi diventano gli indimenticabili. E lei continua a lavorare, a intessere relazioni e a regalare alla cultura italiana le storie più incredibili, il cinema più interessante che il nostro paese abbia mai avuto. Ma per capire perché e come questo avviene è fondamentale muoversi nella sua biografia.

Suso Cecchi, nomignolo d’infanzia nato in famiglia, ma pseudonimo di Giovanna Cecchi, nasce a Roma il 21 luglio 1914. Il padre è Emilio Cecchi, uno degli scrittori e critici italiani più importanti del Novecento. La madre invece, Leonetta Pieraccini, figlia di un’importante famiglia di medici di Poggibonsi, è una pittrice. Suso Cecchi nasce dunque in un clima dove la cultura e il sapere sono pane quotidiano. Cresce circondata da una famiglia numerosa e ha due fratelli, Giuditta e Dario. Quando Emilio Cecchi viene chiamato alle armi nel 1914, la famiglia decide di seguirlo, prima ad Alessandria e poi nella loro Firenze, dove restano fino alla fine della guerra. Nel 1918 tornano a vivere a Roma, in Corso d’Italia 11, dove Emilio e Leonetta cominciano a dare vita ai loro salotti culturali e alle loro attività di studio.
È proprio qui che inizia la formazione culturale di Suso, ma soprattutto quella umana, grazie alle tante persone di spessore che frequentano la sua casa. Mario Soldati, Ennio Flaiano, Alberto Moravia: sono solo alcuni dei nomi che possono dare la percezione dell’atmosfera di cui è imbevuta. Principalmente uomini, ma cercando bene si trova anche qualche nome di donna, con le quali instaura amicizie profonde e durature. Oltre le attrici, troviamo Sibilla Aleramo, e in una fase più avanzata della sua vita anche Elsa Morante – adatterà La storia per Luigi Comencini, nel 1986.

La carriera scolastica di Suso non è eccelsa, come lei stessa racconta, ma costellata di insuccessi e bocciature. Ma ne parla senza rammarico, perché nel suo tono è evidente la constatazione di un vantaggio, ovvero quello della molteplicità delle esperienze di vita vissute fin da bambina. Il padre la manda a studiare a Cambridge, poi in Svizzera e anche a Parigi, per studiare il francese, quando ancora frequenta il liceo. Spirito di adattamento, indipendenza, apertura all’esperienza e alle influenze più disparate saranno inevitabilmente pilastri della sua formazione. Il cinema entra ufficialmente nella vita della famiglia quando Emilio Cecchi viene invitato all’Università di Berkeley, in California, nel 1930. Il “Babbo” deve tenere dei corsi di Storia dell’Arte, ma nel mentre decide di concedersi una tappa a Hollywood. Scopre un nuovo mondo e ne rimane entusiasta, al punto che quando torna a casa non parla d’altro.

È per questa sua esperienza che nel 1932 diventa direttore artistico della Cines, e da quel momento comincia per Suso la grande avventura della sua vita: il cinema. Nel frattempo, a soli vent’anni, Suso diventa segretaria del direttore di commercio estero al Ministero delle Corporazioni. Il padre, vedendola annoiata, comincia ad assegnarle importanti traduzioni di testi letterari. Sono poi gli anni Quaranta quelli in cui si intensifica la sua attività di traduttrice, dopo aver sposato nel 1938 Fedele D’Amico, figlio del drammaturgo, critico teatrale e fondatore dell’Accademia D’Arte Drammatica. Insieme hanno tre figli, Masolino nel ’39, Silvia nel ’40 e poi Caterina nel ’48. Nel 1945 arriva l’evento spartiacque che lega per sempre Suso Cecchi D’Amico a Luchino Visconti: traduce La quinta colonna di Ernest Hemingway per la rappresentazione al Teatro Quirino, diretta dal “conte rosso”, come viene soprannominato Visconti, aristocratico tra due mondi. Il temperamento ostinato e l’operosità intellettuale sono indubbiamente tratti già molto evidenti nella giovane Suso Cecchi D’Amico, che subito assorbe il modo di vivere e di lavorare del padre. Ma è indubbio che anche la carriera artistica della madre, sempre impegnata nell’organizzazione di mostre ed eventi, le danno esempio per farsi avanti con coraggio e ostinazione in un mondo dove le donne ci sono, ma ancora non si vedono. Sono ai margini, entrano nel mondo della cultura lateralmente, da accessi secondari. Eppure la cambiano. Sono le protagoniste, ma in modo diverso.

Per percorrere la sua carriera passo dopo passo, non basta una tesi di laurea. Tant’è che gliene ho dedicate due. Una costante è però il suo essere geniale senza rumore, precursora senza “rivendicazioni”. Capisce cosa vuole dire un regista molto prima e molto meglio del regista stesso. Capisce infatti, per esempio, di cosa vuole parlare Antonioni e quanto le figure femminili siano per lui importanti: la donna si fa portavoce di un’alienazione esistenziale, che diventa emblema della nevrosi borghese. Oppure, capisce invece che Pietrangeli vuole parlare della donna come la figura umana più intrisa di complessità, sfaccettature infinite che parlano dunque non solo di un singolo ma di una moltitudine. Del mondo intero. Suso carpisce le qualità di un attore o di una attrice prima che diventi tale. Scopre Anna Magnani, della quale diventa grande amica. Vede correre Sophia Loren per Cinecittà e scrive il primo ruolo per lei, in Peccato che sia una canaglia (1954). Riesce ad abitare ogni genere, dal neorealismo al melodramma, dalla commedia al documentario storico. Lavora con personalità agli antipodi, eppure in ognuna di queste occasioni è il tassello fondamentale del processo creativo. Questo suo esserci, il modo che ha di scrivere, di guardare il mondo e gli altri – e dunque di fare cinema – è indubbiamente riconducibile alla sua condizione familiare, ma soprattutto alla condizione femminile, a La fortuna di essere donna (come direbbe nel film del 1956, scritto per Alessandro Blasetti). Chi fa questo mestiere deve saper ascoltare, saper capire. Saper voler bene, come direbbe Claudia Cardinale. La sensibilità e l’attenzione, la capacità di voler fare le cose per amore, e non per altro, sono doti trasmesse da una madre e un padre secondo cui libertà di espressione e di pensiero sono valori fondativi di un’intera famiglia . È per questo che lavora per tutta la sua vita, fino al 2006. Più di sessant’anni in cui il suo talento, il suo amore per le storie, regnano incontrastati. Muore a Roma dopo una lunga malattia il 31 luglio 2010, a 96 anni.

Fino a qualche anno fa era difficile trovare materiale di approfondimento su Suso Cecchi D’Amico. Anche oggi, molto spesso, si trova di lei solo qualche menzione. Eppure ha lasciato un messaggio forte, una linea autoriale indiscutibile. Con il suo lavoro assume un ruolo determinante nella creazione di una galleria di ritratti femminili, puntando l’attenzione su una tipologia di donna che, seppur lentamente, si sta emancipando e paga la sua lotta per un ruolo sociale diverso. Le donne di Suso sono proiettate con forza sullo schermo, pronte ad assumere una posizione nel presente. Non sono mai ritratti di donne viste nella loro unidimensionalità. Le sue protagoniste rivendicano i propri diritti, nell’amore e in tutti i problemi dell’esistenza, dov’è necessario un nuovo confronto con il maschile, per far nascere una nuova concezione dei rapporti sociali e affettivi. Le eroine di Suso non sono più legate in maniera fittizia con la cultura romantica: sono le ombre del decadentismo con Visconti, sono le popolane rivoluzionarie in Blasetti, sono le domestiche che cercano riscatto in Pietrangeli, le amiche borghesi che si sentono sole, alienate dal mondo, con Antonioni. Sanno far ridere e sanno far piangere. Sono le anime semplici e universali che cercano una nuova possibilità. Una nuova storia.

Una volta ha detto: «fin dall’inizio ho giurato di non mettermi mai un paio di pantaloni». E non se li metterà mai, vestirà sempre i panni dell’artigiana e mai quelli dell’autrice. Sarà sempre accovacciata sul divano di casa, con la sua gonna lunga, con intorno tutti i pensieri e tutte le storie dei più grandi e delle più grandi intellettuali del tempo. Un servizio d’amore, che l’ha resa la padrona della qualità del cinema.


Voce pubblicata nel: 2026