A Napoli è in genere conosciuta semplicemente con il cognome acquisito dal marito come Teresa Ravaschieri.
In realtà, il 5 gennaio 1826 nasce nella casa paterna della Riviera di Chiaia come Teresa Filangieri, figlia di Carlo, principe di Satriano, e di Agata Moncada, diciottenne siciliana figlia del principe di Paternò. I Filangieri sono una famiglia di antichissima nobiltà, colta e molto ben radicata nella società napoletana dell’epoca. Il nonno è Gaetano Filangieri, una delle maggiori figure dell’illuminismo italiano ed europeo, autore de La scienza della legislazione, amico e corrispondente di Benjamin Franklin nonché ispiratore della Dichiarazione dei diritti americana. La nonna Carolina Frendel è una contessa ungherese arrivata a Napoli nel 1780 come istitutrice delle principesse reali Maria Teresa e Maria Luisa Amalia di Borbone. Il padre Carlo ha una vita estremamente avventurosa: tra le varie, studia al Pritaneo, l’ateneo militare di Parigi, combatte su vari campi di battaglia per l’esercito di Napoleone, è aiutante di campo del re di Napoli Gioacchino Murat, luogotenente generale per la Sicilia per il re Ferdinando II di Borbone e, oltre alla prestigiosa e pluridecorata carriera militare, è consigliere e ministro nonché promotore e finanziatore di diversi opifici e imprese. Il fratello Gaetano sarà il fondatore, a fine Ottocento, del Museo Filangieri nel rinascimentale Palazzo Como in via Duomo, un museo concepito come spazio espositivo per le collezioni d’arte della famiglia e museo civico della città.
Teresa riceve una raffinata istruzione; in casa ha a disposizione una ricca biblioteca, ha ottime amicizie, un carattere forte e vive un’epoca di grandi trasformazioni. Napoli è fino al 1860 la vivace capitale di un regno economicamente prospero, una città cosmopolita, crocevia di culture diverse, dove si incontrano artisti, intellettuali, musicisti, ambasciatori, aristocratici, ministri e uomini d’affari provenienti da tutta Europa. In questo ambiente colto e di respiro internazionale Teresa ha modo di formarsi, è autonoma, indipendente e determinata. La sua condizione di nobildonna, di fatto, le impedisce di lavorare, ma Teresa si dedicherà in assoluta autonomia a due attività: la scrittura e la filantropia.
Sposa nel 1847 il duca di Roccapiemonte Vincenzo Fieschi Ravaschieri e nel 1848 ha l’unica figlia, Carolina, familiarmente chiamata Lina. Tra la madre e la figlia si sviluppa un legame strettissimo, reso ancora più forte dalla malattia della bambina che in meno di due anni, dopo lunghe sofferenze, la porterà alla morte nel 1860, non ancora dodicenne. Teresa ha solo trentaquattro anni, ma non avrà altri figli e con la morte di Lina inizia un capitolo nuovo della sua vita, complici anche le trasformazioni sociali della città. Dopo l’Unità d’Italia Napoli è attraversata infatti da una profonda crisi, declassata nel ruolo e governata da Torino o da Roma. La fine del regno borbonico porta chiusure e immiserimento della popolazione urbana, che sarà curata e soccorsa grazie alle opere di benefattori e volontari.
Nell’Ottocento era iniziata in Europa una progressiva affermazione delle donne sia come intellettuali che come attiviste. Teresa sarà a tutti gli effetti una donna emancipata e progressista, molto impegnata nel sociale non solo come fondatrice e patrona di opere pie ma con ruoli decisionali, di coordinamento e supervisione, che oggi definiremmo dirigenziali e manageriali.
È amica di altre donne impegnate come la scrittrice Pauline Marie de La Ferronays, esponente del movimento pietista (cui dedica nel 1892 il volume di memorie Paolina Craven e la sua famiglia) e lady Georgiana Fullerton. È sin da giovane attiva nella beneficenza; inizialmente organizza spettacoli amatoriali di teatro insieme a Pauline e alle sorelle per raccogliere fondi, educa e istruisce bambini e giovani bisognosi trovati per strada, durante la villeggiatura a Cava de’ Tirreni, assiste la popolazione della frazione di Castagneto, borgo di cui poi promuove il risanamento con l’aiuto del medico Calabritto. Il suo impegno diventerà molto più strutturato dopo l’Unità e la concomitante morte di Lina anche grazie alle sinergie create con altre figure attive in campo sociale e educativo, come Leopoldo Rodinò (fondatore dell’Opera per la mendicità a sostegno dei numerosi mendicanti della città) e Alfonso Casanova, nobile di idee liberali fondatore di orfanatrofi e scuole di avviamento professionale.
Nel 1861 viene nominata da Rodinò patrona della scuola-convitto per fanciulle cieche fondata dalla marchesa di Salsa Lady Strachan; successivamente il prefetto Mordini la incarica di condurre un’inchiesta sui reali educandati. Dopo il 1870 è a capo del Gran patronato delle orfane e derelitte, opera destinata ad “accogliere, istruire, avviare nell’arte e nei mestieri ed altresì proteggere nel collocamento” le orfane allevate in istituti di beneficenza, destinandole a impieghi di maestre, computiste, operaie, cameriere e cuoche.
Nel 1873 scoppia un’epidemia di colera e su sollecitazione del magistrato Giuseppe Vacca nasce un Comitato di soccorso. Teresa vi aderisce, visita i malati e si rende conto del fatto che la malnutrizione è una precondizione per ammalarsi più facilmente, quindi si dedica con passione alla realizzazione e direzione di cucine popolari gratuite e alla distribuzione di pasti per i più bisognosi.
Parallelamente all’impegno nel sociale, Teresa comincia a dedicarsi in maniera consistente anche alla scrittura e inizia la pubblicazione con Giannini dei quattro volumi della Storia della carità napoletana, in cui analizza tutte le principali opere pie (ritiri, educandati, confraternite, ospedali, orfanatrofi) realizzate in città su iniziativa nobiliare o popolare.
Alla fine degli anni Settanta mette mano al suo progetto più ambizioso e visionario: la fondazione di un ospedale per bambini. Teresa individua un edificio seicentesco in una traversa della Riviera di Chiaia, un vecchio ricovero per vedove di soldati borbonici, ormai quasi dismesso. Lo restaura completamente impiegando quasi tutto il suo patrimonio personale, raccoglie altre donazioni, ottiene un finanziamento anche dai reali e nel 1879 dà vita al primo ospedale chirurgico per bambini italiano e lo dedica alla memoria della figlia Lina Ravaschieri.
All’epoca i bambini erano particolarmente affetti da rachitismo e deformità varie, causate da tubercolosi, sifilide, poliomielite, malnutrizione, carenze igienico-sanitarie, ed erano curati negli stessi reparti degli adulti. Teresa desidera creare un luogo accogliente, che attraverso la bellezza ispiri alla vita; scrive di non volere “una carità scabra, arcigna e fredda; la carità è amore e non può fare a meno della bellezza”. Chiama a decorare la struttura lo scultore Francesco Ierace, uno dei maggiori artisti del momento, molto conosciuto anche all’estero.
La creazione di un ospedale per la chirurgia pediatrica è già una novità assoluta, il Ravaschieri sarà poi un polo di riferimento per l’ortopedia pediatrica e la riabilitazione con sale attrezzate per la fisiokinesiterapia e la ginnastica, la cui pratica è affidata a specialisti di fama che attuano protocolli innovativi come Attilio Fabozzi. L’ospedale si afferma a livello nazionale e si segnala per l’altissimo numero di ricoveri e di interventi praticati. Teresa continua a raccogliere donazioni e fa in modo che l’opera sia economicamente autonoma. Negli anni dedica alla figlia Lina e all’ospedale pediatrico due distinte pubblicazioni, Lina (Giannini, 1876) e Come nacque il mio ospedale (Pansini, 1903).
Nel 1883 organizza raccolte di fondi per i terremotati di Casamicciola, comune sull’isola di Ischia colpito da un sisma. L’anno dopo, mentre è in villeggiatura a Cava de’ Tirreni, scoppia una violenta epidemia di colera che farà ottomila morti solo a Napoli. Sceglie di precipitarsi in città per dare soccorso ai malati a fianco delle suore della carità; contribuisce ad allestire un dormitorio per i ragazzi senzatetto e si distingue nuovamente per il proprio coraggio. Durante la campagna d’Africa è poi a capo della Croce Rossa e, dopo la morte del marito nel 1895, nell’anno successivo mette a disposizione la propria villa di famiglia a Pozzuoli come luogo di cura e riposo per i reduci della disfatta di Adua.
Scrive altre opere: Napoli nella sua carità, Storia delle confraternite Napoletane, La carità nell’isola d’Ischia. Nel 1902 pubblica con l’editore Treves di Milano la biografia del padre (Il generale Carlo Filangieri, principe di Satriano e duca di Taormina) e l’anno successivo muore, a Napoli nella casa di Posillipo, a settantasette anni. Il suo ospedale, riconosciuto come ente morale, continua a lavorare in autonomia fino al 1938. Fa oggi parte del polo pediatrico AORN Santobono-Pausillipon. Nei suoi locali sono allocati gli uffici amministrativi del polo pediatrico, aule per la didattica universitaria e spazi per convegni.
Nel 1892 è intitolata a suo nome la prima scuola elementare femminile pubblica del quartiere Chiaia, popolarmente detta “la Ravaschieri”, inaugurata insieme alla scuola maschile (nota come “la de Amicis”) alla presenza dell’allora principe di Napoli Vittorio Emanuele III. Con l’avvento delle classi miste dopo il 1975, le due scuole sono state unite e la Ravaschieri è divenuta il III Circolo didattico Edmondo De Amicis, conservando solo il nome che precedentemente aveva la scuola maschile. Nel 2021 il Comune di Napoli, su richiesta dell’AORN Santobono-Pausillipon, le ha dedicato la stradina del suo ospedale. È nata così – finalmente – via Teresa Filangieri Fieschi Ravaschieri, già via Croce Rossa.