Nel luglio del 1884 la Svezia scopre il nome di Ernst Ahlgren, che viene ben presto considerato come il migliore tra i giovani scrittori scandinavi. Dietro questo pseudonimo maschile, però, si cela una donna: Victoria Benedictsson.

Victoria Maria Benedictsson, nata Bruzelius, nasce a Domme il 6 marzo 1850 e cresce nel podere di Charlottenberg. È una bambina intelligente, a cui piace imparare cose nuove; studia ogni giorno sotto la direzione della madre, il cui metodo è però freddo, privo di gioia, e Victoria si sente sola e sconfortata. Ogni giorno, tranne la domenica, per sei ore è costretta a stare in compagnia della madre, poi raggiunge il padre che la porta a cavalcare o a sparare, quasi nel tentativo di trasformarla nel figlio maschio, Johannes, venuto a mancare quando Victoria aveva solo un anno. L’unico modo per sopportare la noia è sognare a occhi aperti e, non potendo nascondersi, si divide in due: esistono due Victoria, una siede sullo sgabello, legge ad alta voce i brani della Bibbia e si sforza di essere partecipe; l’altra è una bambina allegra e avventurosa. La vita di provincia che conduce la segna nel profondo: il suo primo sguardo sul mondo avviene proprio grazie agli abitanti della Scania, con il loro modo di esprimersi, le loro buone e cattive abitudini.

Durante l’adolescenza, mostra un’innata vena artistica sia nel disegno sia nella pittura. Sa che in famiglia c’è stato un artista di grande successo, Jonas Coldewy Ahlgren, e grazie a lui trova un sogno da realizzare: diventare una pittrice e frequentare la scuola di Stoccolma, ma il padre si oppone fermamente. Non è appropriato per una giovane donna andare a vivere da sola in una città così grande.

“Non faccio parte del gregge; sono una persona mai come gli altri, sempre divergente"[1
].

In lei si scontrano due fazioni distinte: il desiderio di libertà e il disprezzo per tutto ciò che le impedisce di essere libera. Disprezza se stessa perché si ritiene incapace di adattarsi come le sue sorelle e amiche, di chinare il capo e farsi accettare, e disprezza le convenzioni che la costringono a farlo. Con il tempo diventa sempre più abile nella dissimulazione, tanto da vivere in una forma costante di menzogna. Non è un caso che nell’anello della confermazione faccia incidere un’unica parola: verità, il suo unico ideale.

A questa giovane Victoria, indomabile, delusa nelle sue aspirazioni, ben presto si sostituisce un’altra Victoria, quella che decide di sposare l’anziano e già vedovo funzionario postale della cittadina di Hörby, Christian Benedictsson, nella speranza di affrancarsi dalla prigionia familiare. Il suo destino, però, sembra essere quello di liberarsi da una gabbia per finire di nuovo intrappolata nel ruolo di moglie e madre che non le si addice affatto. Sembra non far fatica a voler bene ai figli di Christian, ma prova insofferenza verso Hilma, la sua prima figlia. La secondogenita, Ellen, morirà poco dopo il parto e Victoria porterà questo dolore con sé fino alla fine, nonostante durante la gravidanza abbia fatto di tutto per abortire, arrivando a digiunare.“Essere donna e avere un cervello da uomo è una punizione” è una frase che tornerà spesso nei suoi diari.

Victoria troverà il modo di evadere scrivendo, rinascendo sotto lo pseudonimo di Ernst Ahlgren. La sua raccolta d’esordio, Dalla Scania (1884), la consacra come giovane talento, e basta il suo nome a far vendere numerose copie ai giornali. La scelta di celare la sua identità era stata consapevole, perché, per sua stessa ammissione, “le opere di un uomo vengono considerate diversamente”; inoltre, non vuole intaccare la reputazione del marito, sebbene il matrimonio sia ormai in declino, anche a causa di alcuni problemi finanziari. Forte della sua nuova reputazione letteraria, Victoria viaggia a Stoccolma, Parigi, Copenaghen; tuttavia, la sua vita non è felice.

Nel giugno del 1885 viene pubblicato Soldi, romanzo considerato il capolavoro di Ernst Ahlgren. La trama è la biografia dell’autrice: una donna sposata, dopo molte peripezie, riesce a ottenere la libertà dal marito, sciogliendo la promessa matrimoniale con uno stratagemma. Il successo del libro è dato anche dalla capacità di entrare in profonda risonanza con il clima dell’epoca e, in particolare, con il dibattito sulla morale sessuale. In Scandinavia, infatti, già dalla fine dell’Ottocento si discute di parità di genere; la questione della sessualità femminile, l’attrito tra le norme della società e la lotta dell’individuo per realizzare pienamente se stesso sono al centro di numerosi dibattiti, come evidenziato anche nelle opere di Henrik Ibsen.

L’individualismo imperante dell’epoca è indissociabile dal ritratto dell’autrice. Si diffondevano le idee di John Stuart Mill, di Kierkegaard, di Nietzsche. Era il tempo dell’irruzione del nichilismo. È la frattura decisiva che inaugura la modernità. Dio è morto, ma la scienza non può prenderne il posto, e se non esiste più una speranza nell’aldilà, allora l’esistenza si riduce a una scintilla fragile, breve, destinata a spegnersi.

Sul finire del 1886 Victoria Benedictsson incontra Georg Brandes, intellettuale e filosofo danese, noto nella buona società anche per la sua condotta libertina, e se ne innamora. Victoria riconosce un suo pari, scoprendo in lui la stessa solitudine esistenziale che attanaglia anche lei. L’uomo diventa presenza fissa nel “Grande libro”, come Victoria definisce il suo diario, e i loro incontri vengono spesso descritti in terza persona, come in preparazione di un’opera narrativa più ampia. Nel 1887 esce La signora Marianne, un libro che Victoria dedica a Brandes. Sebbene l’opera incontri il favore della critica, la stroncatura pubblicata da Edvard Brandes (fratello di Georg Brandes e importante critico letterario) sul Politiken nel luglio 1887 farà sprofondare Victoria in un baratro. Nel trafiletto, Brandes loda alcune buone qualità del romanzo, ma finisce per definirlo nient’altro che “un romanzo per signore” e non c’è insulto peggiore per Victoria Benedictsson che essere definita “femminile”, lei che nel suo essere donna si era sempre sentita ingabbiata.

“Ah, che orrore non poter essere una persona, ma solo una donna, una donna, una donna!”

Non è certo una recensione negativa a condannarla a morte, ma il pensiero della morte è ormai una costante nei suoi scritti, quasi un presagio. A ucciderla è l’orgoglio tradito, il vedersi respinta non come donna, ma come artista. Si è liberata dalle catene del matrimonio, dalle sue radici provinciali e contadine del sud della Svezia e tutto ciò che le rimane è la sua scrittura. La libertà che tanto desiderava è diventata la sua condanna, perché implica lo spettro della solitudine. In una delle sue ultime lettere all’amico Axel Lundegård scrive:“Il motivo per cui muoio è che ho fallito nelle mie aspirazioni artistiche”. Eppure Victoria Benedictsson non ha fallito, anzi, il mondo scandinavo la celebra, ma lei si sente comunque inadeguata.

Muore domenica 22 luglio 1888, all’età di trentotto anni, nella stanza numero 17 del Leopolds Hotel di Copenaghen, dopo essersi procurata quattro tagli paralleli sul lato destro del collo. Lascia tre lettere: una alla famiglia, una a Georg Brandes e una all’amico Axel Lundagård, a cui consegna la sua eredità letteraria.

“Quant’è grande il cielo! Così grande e così buio! Ti riduce a un niente. A un semplice granello di sabbia. L’uomo non è niente più di questo. Ci si illude di aver provato gioie e dolori, ma non era niente. Era così poco”.

Queste sono le parole che Victoria Benedictsson affida a Louise, uno dei personaggi della versione teatrale di Vittima di incantesimo (1888). Victoria ha sempre creduto nell’individualità, nell’idea di essere “un granello di sabbia”, ed è stata proprio questa idea a spingerla a lavorare sempre di più, a crescere sempre di più. Il suo tempo è stato interamente dedicato alla ricerca del suo carattere unico, di un tono suo, sia come artista che come persona.

Note


1 In: Elisabeth Åsbrink, Il mio grande, bellissimo odio. Una biografia di Victoria Benedictsson, traduzione di Katia De Marco, Iperborea, Milano 2025. Tutte le citazioni successive sono tratte dallo stesso volume.


Fonti, risorse bibliografiche, siti su Victoria Maria Bruzelius Benedictsson (Ernst Ahlgren)

Elisabeth Åsbrink, Il mio grande, bellissimo odio. Una biografia di Victoria Benedictsson, traduzione di Katia De Marco, Milano, Iperborea, 2025.




Voce pubblicata nel: 2025

Ultimo aggiornamento: 2026