Yulia Ustinova è figlia di un illustratore e di una scultrice, dalla quale fu avviata all’uncinetto già in età prescolare. Con questa tecnica apprese a creare di tutto, dai giocattoli agli abiti agli oggetti. Oggi produce sculture morbide lavorate a crochet, che hanno dimensioni variabili tra i 25 e i 60 centimetri. Ha studiato in Accademia; svolge anche il lavoro di illustratrice, attività che le consente di mantenersi economicamente senza intaccare la libertà creativa della sua scultura in lana, che preferisce sciogliere da un vincolo economico, per affidarla “in buone mani” o ai musei.
Yulia modella soprattutto soffici figure femminili, che chiama plumpies (signore paffute); in realtà in russo il loro nome è tetki, e indica delle zie alla buona, donne non istruite e non curate. L’artista riproduce le innumerevoli pose della quotidianità anche quando si riferisce in modo ironico a opere d’arte conosciute o a personaggi del mito. Le sue figure brillano per vivacità espressiva, vivacità che tuttavia si accompagna a una malinconia di fondo; Ustinova collega questa nota di tristezza alle difficoltà che ogni essere incontra nel vivere, che si tratti di crucci familiari, sentimentali o lavorativi.
Le forme opulente esaltano l’armonia plastica del corpo ed evitano l’effetto “bambola”; anche la preferenza per posture comuni e gesti molto lontani dalle pose tipiche dell’iconografia del ritratto danno forma a stati d'animo che non ostentano nessuna retorica. Le forme sono morbide perché riempite di cotone, ma sostenute da un’anima metallica che consente loro di stare anche in piedi, mentre la scelta del filo multicolore evita, secondo l’artista, l’evocazione dei bambolotti tradizionali. Le plumpies svolgono spesso compiti ordinari e prosaici: prendono il sole in spiaggia, leggono, saltano, giocano, fanno la doccia. Evocano comunque divinità femminili: presentandosi nude e sistemate su basamenti, alcune danzano o suonano strumenti musicali; altre (per esempio quella riconoscibile come Medusa o quella che cavalca un Centauro) declinano un immaginario proprio della mitologia greco-latina, ma spesso in una forma ironica, ai limiti della parodia. Il gruppo di Arianna con il Minotauro, ad esempio, mostra la donna intenta ad avvolgere un gomitolo di lana servendosi delle corna di lui per sbrogliare la matassa: come accade in tante situazioni umane, Arianna riconduce la brutalità del toro alla pazienza delle incombenze domestiche.
Sotto l’aspetto tecnico, queste sculture ricordano l’amigurumi, tecnica usata in Giappone dal Sette-Ottocento per la creazione di decorazioni e accessori per i samurai; attualmente le figure amigurumi sono veri e propri giocattoli che devono presentarsi come simpatici e deliziosi. Al contrario, Ustinova evita l’effetto della carineria – intesa come eccesso di melensaggine – e si tiene a distanza dagli stereotipi.
Sotto l’aspetto tematico, le sue plumpies sono state assimilate spesso alle donne dipinte da Rubens e Botero; ma il punto di vista della Ustinova può dirsi specificamente femminile e ricondursi piuttosto alle Nanas di Niki de Saint Phalle o alla Venere di Willendorf. Le sue figure sembrano confermare le osservazioni che Marie-Jo Bonnet ha avanzato a proposito delle dee madri preistoriche: contestando l’interpretazione tradizionale, che attribuisce la loro fattura a sconosciuti artisti di sesso maschile, la storica afferma che queste statuine potrebbero benissimo essere state eseguite da scultrici e non da scultori. Riprendendo gli studi di Le Roy McDermott, Bonnet ipotizza ad esempio che le Veneri paleolitiche siano l’autorappresentazione del corpo da parte di una donna segnata dalle gravidanze.
Di solito Ustinova prende sé stessa come modella, aiutandosi con uno specchio anche quando deve raffigurare donne con un’altra silhouette, o addirittura uomini. Pur ritenendo valida ogni scelta estetica, l’artista svolge un lavoro importante dal punto di vista degli stereotipi: le forme da lei descritte incarnano infatti una femminilità opposta al tipo di bellezza perlopiù tuttora proposto dai media di massa e dalla pubblicità, rappresentato ancora da corpi snelli e levigati.
Attualmente il lavoro di Yulia Ustinova non è molto conosciuto al di fuori della Russia. Da qualche tempo le sue sculture sono esposte a Mosca, in modo permanente al Museo delle bambole Olga Okudzava (Olga Okudzava Museum of author dolls), e con una certa frequenza alla Central House of Artists. Le sue opere si trovano anche in collezioni private e musei.