Giulia Domna

Emesa 170 d.C. - Antiochia 217 d.C.
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Imperatrice romana, Giulia Domna era originaria di Emesa, in Siria. La sua famiglia proveniva da una stirpe di origine beduina, che aveva però saputo radicarsi in quella città carovaniera sulle rive dell’Oronte e diventare una delle più influenti nell’élite aristocratica della parte orientale dell’impero. Quando nacque il padre Bassiano era il gran sacerdote di Elagabalo, divinità solare del luogo. Ricevette fin da bambina una cultura raffinata, centrata sulle opere della tradizione classica greca e marcata da un interesse per la retorica che le fonti vogliono precoce, ma forse solo per giustificare la passione in età adulta per la letteratura e le sottigliezze della sofistica.
Come tutte le donne del proprio tempo, anche Giulia venne promessa e concessa in sposa a un offerente, cioè a un membro dell’aristocrazia senatoria, Settimio Severo, che dopo un avvio di carriera poco brillante si avviava a giocare un ruolo politico di primissimo piano. Si sposarono a Lione nel 187, e sembra che il futuro marito non fosse indifferente alla cultura di Giulia. Pochi mesi dopo nacque il primogenito Antonino Bassiano; un anno dopo fu la volta di Geta. Della loro educazione si prese cura Giulia Domna in persona, assistita dal marito.
Terminato il mandato in Gallia, la famiglia tornò a Roma. Nella capitale l’insofferenza del Senato nei confronti di Commodo preparava la sua caduta. L’imperatore fu ucciso, e si scatenò una lotta per il potere che in breve tempo vide salire al trono prima Pertinace, poi Didio Giuliano e infine proprio Settimio Severo, proclamato imperator nel 193. Le responsabilità del potere condussero la coppia proprio in Siria. Rimasero a lungo ad Antiochia: un ambiente cosmopolita e culturalmente vivace, sicuramente congeniale a Giulia Domna, che doveva trovarsi a proprio agio tra quei notabili siriani che conosceva così bene. Ma Giulia non esiterà a seguire il marito anche nella lontana Britannia, per tre anni di quella che dovette sembrargli una campagna militare interminabile. La coppia, forse inconsapevolmente, stava abbozzando una nuova immagine del potere imperiale: la famiglia dei sovrani come famiglia ideale, per il legame affettivo, la condivisione degli ideali e degli impegni di governo, gli interessi culturali comuni. È uno stereotipo ormai datato che Giulia Domna abbia attinto alle proprie radici siriane gli elementi per ritagliare una figura di donna lontana dalla tradizione romana: sin dalla dinastia giulio-claudia, il ruolo delle donne della famiglia imperiale fu sempre legato al loro carisma di custodi dell’eredità di sangue della stirpe. Tuttavia, ha certamente un sapore inconsueto la spartizione di responsabilità nella coppia Giulia-Settimio: il marito padrone degli affari politici e militari e la moglie animatrice di un vivace circolo intellettuale, legato a quella tradizione greca che si andava imponendo come milieu culturale dell’impero romano.
A questo periodo risale la sua fama come “filosofa”: «Iniziò a dedicarsi alla filosofia e trascorreva i suoi giorni coi Sofisti» (Cassio Dione, Historiae Romanae, LXXV). Nell’ambiente di corte, attorno alla sovrana gravitavano intellettuali come lo storico Dione Cassio e il medico Galeno, poligrafi e sofisti come Eliano e Filostrato; ma furono soprattutto gli esponenti della cosiddetta Nuova Sofistica ad attirare le simpatie di Giulia Domna. Forse fu anche un modo per reagire all’eclisse del suo ruolo politico, in seguito al contrasto con il prefetto del pretorio, Plauziano.
La morte di Settimio Severo evidenziò quanto le strutture del potere romano fossero in una fase di transizione. Quando Antonino Bassiano divenne imperatore insieme al fratello Geta, il contrasto tra i due caratteri, già noto, divenne insostenibile. A nulla valse il tentativo di mediazione della madre, che in nome dell’unità dell’impero e, diremmo oggi, con senso delle istituzioni si oppose alla sua spartizione, caldeggiata dai figli. Geta fu assassinato. Giulia Domna divenne allora, di fatto, co-imperatrice, in una singolare e inedita diarchia col figlio. Nella spedizione in Oriente contro i Parti, Caracalla (questo il nome con cui Antonino Bassiano sarà ricordato) prese il comando delle operazioni militari, mentre la madre si stabilì ad Antiochia, a ridosso delle retrovie, assumendo il controllo della cancelleria di stato e quindi dell’ordinaria amministrazione dell’impero. Le titolature mostrano, con il potere evocativo della parola, l’ascesa del potere e del ruolo di Giulia Domna: mater castrorum, mater senatus et patriae (un titolo che non fu concesso neppure a Livia, moglie di Augusto) e infine mater populi romani, a consacrazione di un ruolo istituzionale ormai chiaramente delineato.
Caracalla cadde vittima di una congiura, ordita dal prefetto del pretorio Macrino. Quando venne a sapere dell’assassinio, Giulia Domna cercò di uccidersi: si ferì gravemente ma sopravvisse. A riprova del carisma e della sua funzione di custode della continuità dinastica, si vide inizialmente riconosciuti gli onori di imperatrice madre dal nuovo imperatore Macrino. Solo il precipitare degli eventi spinse quest’ultimo a un’azione di forza. L’imperatrice fu esiliata. Isolata, ormai spettro di sé stessa, ferita, morì di lì a poco. Alcune fonti riportano che si lasciò morire rifiutando il cibo, memore forse degli insegnamenti stoici sulla scelta morale del suicidio di fronte alla tirannia.
La propaganda di Macrino cercò, senza successo, di screditare post mortem l’immagine della sovrana. La Historia Augusta racconta di una Giulia Domna incestuosa, che seduce il figlio Caracalla mostrandosi senza veli (Historia Augusta, XIII, 10,1). Voci, illazioni che la versione autorevole dei fatti imposta dalle Historiae di Cassio Dione provvide a dissipare. È interessante invece come si ripresenti qui lo stereotipo che unisce storicamente la donna pensante con l’immoralità, la Giulia Domna colta e politicamente attiva con una lascivia che è presentata surrettiziamente come effetto di un’intelligenza che nella donna deve essere sempre “contro natura”. Giulia Domna e domina, donna e padrona, verrebbe da dire.
Gli appassionati di numismatica romana conoscono bene il nome di Giulia Domna. Sulle monete il suo profilo è inconfondibile: una terrazzatura di boccoli, cadenzati in file orizzontali dalla nuca alle spalle. Si ha un bel dire che testimonia la moda del tempo: un’acconciatura così ricercata porta acqua al mulino di chi legge la storia in termini di fioritura e decadenza, disegnando scenari di eleganza estenuata e atmosfere da basso impero. E Giulia Domna fu certamente una donna raffinata, al punto da meritarsi l’appellativo di “filosofa”, anche se questo va inteso più che altro nel senso etimologico del termine: non elaborò una filosofia propria, ma fu certo amante della cultura nel senso della enkyklios paideia e mecenate di molti scrittori, retori e filosofi. Quelle stesse monete, che ci hanno lasciato l’immagine dell’imperatrice, chiudono su una nota curiosa questa biografia. Denari e sesterzi erano veicolo della propaganda imperiale: i sudditi delle provincie prendevano dimestichezza con il dominio di Roma associando le guance cadenti del profilo di Traiano all’optimo principi che campeggiava sul retro dei suoi sesterzi, o la barba filosofica di Marco Aurelio alla pax aeterna e alla clementia augusti. Concordia militum, gloria exercitus, victoria germanica oppure virtus, pietas, clementia: i messaggi oscillavano tra la retorica muscolare dell’imperialismo e i valori della civitas romana. Giulia Domna è, fuor di metafora, il retro di questa medaglia. Su un piccolo denario d’argento, il suo profilo si accompagna a un motto stupefacente: Hilaritas: “allegria”.

Fonti, risorse bibliografiche, siti

Dione Cassio, Historia romana, tr. it. Storia romana, Milano, Garzanti

Flavio Filostrato, Vite dei sofisti, Palermo, Sellerio, 1987

Historia Augusta, tr. it Scrittori della Storia Augusta, vol. 2, a cura di P. Soverini, Milano, Tea 1993

Ménages G., Mulierum philosopharum historia (1690), tr. it Storia delle donne filosofe, Verona, Ombre Corte, 2005

Cambiano G., Paideia in La grande storia. L'antichità, vol. 5, a cura di U. Eco, Milano, Encyclomedia Publishers 2011

Ghedini F., Giulia Domna tra Oriente e Occidente. Le fonti archeologiche, Roma, L’Erma di Bretschneider 1984

Magnani A., Giulia Domna. Imperatrice filosofa, Milano, Jaca Book 2008

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Roberto Limonta

Studioso di teologia e filosofia del linguaggio nella tradizione monastica medievale, è docente di filosofia e storia nella scuola secondaria e collabora con il Dipartimento di Filosofia e Comunicazione dell’Università di Bologna, dove è cultore di storia della filosofia medievale e membro del Centro interdisciplinare di ricerca Apt-Ancient Philosophy Today. Tra le ultime pubblicazioni, si segnala la curatela del De divina omnipotentia di Pier Damiani (Milano, 2020). Il resto del tempo lo dedica a famiglia, amici, bibliofilia e numismatica bizantina (non sempre in quest’ordine).

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